Come gli hippie arrivarono in Unione Sovietica

Garik Sukachov/Gorky Film Studio, 2010
Negli anni Settanta alcune comuni di figli dei fiori presero piede anche nell’Urss, proprio dove (almeno in teoria) la vita comunitaria era già una cosa all’ordine del giorno. Finirono quasi tutti in un ospedale psichiatrico

Spesso, guardando indietro nel tempo, si considerano l’amore libero e il vestirsi a fiori come reazioni alla società consumistica. In realtà la prospettiva di sballare e fare yoga risultò non meno attraente anche in assenza di pubblicità e di supermercati, almeno per alcuni cittadini sovietici. Diamo un’occhiata a come gli hippie sconvolsero la rigidità del comunismo sovietico e lottarono per il loro diritto a vedersi riconosciuta un’identità culturale.

Chi erano gli hippie sovietici?
“Questi siamo noi: i rappresentanti del nuovo movimento. Questo movimento sarà il sistema dei valori reali”. In questo modo si presentò un gruppo di artisti, musicisti, vagabondi e spiriti liberi di Vilnius, nel giugno del 1967. La prima manifestazione hippie (o hippy) che avvenne in Unione Sovietica.
Ironicamente, questi figli dei fiori sovietici provenivano, come era tipico, da ambienti cosmopoliti e abbienti: gli unici in tutta l’Urss che avessero accesso a tutte quelle cose che potevano trasformare una persona normale in un hippie erano i membri delle famiglie della nomenklatura (l’élite sovietica). I dischi erano, in ogni caso, uno strumento molto forte. Come viene descritto nel film documentario del 2017 “Soviet hippies” della regista estone Terje Toomistula, la tradizione fa risalire le origini del movimento all’inizio degli anni Sessanta, quando un uomo carismatico, chiamato Solntse (“Sole” in russo) acquistò una grande collezione di LP dagli Stati Uniti (una cosa possibile solo per coloro che erano in contatto con i politici e i diplomatici di rango).

Il movimento hippie dell’Urss crebbe di pari passo alla distribuzione dei dischi occidentali nei mercati neri delle più grandi città sovietiche. Ma se i loro coetanei americani erano impegnati nella denuncia del consumismo, gli hippie sovietici sognavano jeans all’Occidentale e l’accesso alla musica proibita.
Nonostante ciò, sarebbe sbagliato pensare che l’influenza occidentale sul mondo hippie sovietico lo rendesse un movimento di secondo livello: non c’era, di fatto, quasi nessun contatto tra i due mondi hippie. Anzi, la benzina sul fuoco che dava forza al movimento sovietico erano i problemi interni dell’Urss. Si può dire, insomma, che questo movimento fosse la risposta, esistenziale, all’indolenza e alla chiusura nemica di ogni potenziale creativo dell’era di Brezhnev: la stagnazione.

I giovani sovietici “sentivano [da parte dello Stato] un sentimento di mancanza di sincerità e di affetto”, scrisse lo storico Zivile Makaillene. E il desiderio di sentire qualcosa di nuovo oltre a ciò che appariva ormai una vuota promessa comunista (cioè la “grandezza” del lavoro e del servizio militare dell’homo sovieticus) furono i tasti giusti che attirarono molti giovani sovietici disillusi. Alcuni hippie incanalarono questo sentimento in una libertà creativa e in una doppia vita da artisti ai kvartirniki (concerti in casa) e nei club, come il Saigon di Leningrado e il Cafè Moscow di Tallinn.
Per altri, come il gruppo di adolescenti di Leopoli che diede vita alla comune della “Repubblica del Giardino Sacro”, essere hippie traduceva il loro rifiuto della modernità sovietica, una sete di fuga che li guidò fuori casa, dove i concerti all’aperto e le partite di calcio prevalevano sulla catena di montaggio e sulle norme sociali.

Abitudini e credenze
La mentalità dell’hippie sovietico somigliava a un estratto da un libro di Jack Kerouac: ma la spiritualità orientalista, derivante dal buddismo zen e dall’induismo, era solo un’occupazione mentale per le loro scappate fatte in autostop, ed era parte integrante della loro voglia di fuga. La tendenza verso la meditazione orientale era considerata “ideologicamente pericolosa” nei documenti ufficiali del Kgb. A differenza di molti hippie occidentali, i sovietici non avevano nessun interesse ad aggiungere il maoismo alle loro tendenze orientaliste. Più pericolosa ancora era la loro attrazione per la cristianità, visto l’interesse aggiunto dato dalla sua natura, all’epoca, clandestina.

Con i capelli lunghi, le barbe e i vestiti trasandati, gli hippie sovietici sembravano piuttosto dei santi orientali e subirono attacchi da parte della società, che li odiava per questo motivo. Se si pensa che essere sciatti è visto anche nella Russia di oggi come un tratto negativo, lo era dieci volte peggio nel clima noioso della moda degli anni Settanta sovietici. La società fu influenzata dalla stampa sovietica, che definì gli hippie, in diversi articoli, “sporchi” e “asessuati”. Come raccontano alcuni, erano tanti i passanti che in strada li apostrofavano dicendo che “erano stati cresciuti male”.
Proprio come in Occidente, anche qui la musica era il mezzo di espressione principale della loro cultura. Il movimento comprendeva molti intellettuali, ma la letteratura non era lo strumento principale. Al contrario, l’ispirazione maggiore veniva sotto forma di Jimi Hendrix e di Janis Joplin, ascoltati sulle radio pirata. Gli hippie volevano rendere il loro movimento una rivoluzione estetica, anche per mettere in crisi l’assenza di bei suoni nel panorama sovietico.

La loro musica fu, per la maggior parte, clandestina, ma riuscì comunque a incidere nella mentalità di alcuni dei più importanti artisti: Umka, Mike Naumenko, Vytautis Kernagis (per dirne alcuni). La band psichedelica lettone Menuets addirittura andò in televisione (di Stato!) nel 1971. Altri come Viktor Tsoj e Boris Grebenshchikov, che non rientrano alla perfezione nella categoria “hippie”, furono comunque idolatrati dalle folle.

Ma anche la musica era senza dubbio destinata ad affrontare lo stesso destino di tutte le altre tendenze hippie: la derisione. Uno di loro, che appare nel film “Soviet Hippies”, venne anche mandato in un centro psichiatrico dalla madre perché aveva ascoltato con avidità l’album dei Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”.

Tuttavia, un aspetto della cultura hippie che ricevette un trattamento sorprendentemente accondiscendente fu l’uso delle droghe. Mentre lo Stato sovietico reprimeva con durezza le sostanze pesanti, gli hippie, a quanto pare, avevano trovato un buco nel sistema: la marijuana. Come spiega la regista Treje Toomistu, “Non era un problema farsi una canna. Perché a quei tempi nessuno sapeva cosa fosse questo ‘tabacco’ dallo strano odore”. Il governo, inconsapevole, chiuse un occhio di fronte all’erba, perlopiù prodotta in Asia centrale e in Ucraina. Ma in linea con l’ideologia comunista, ne approfittarono per farci qualche soldo.

Una spina nel fianco
Sia che gli hippie rappresentassero un fallimento del sistema sovietico o che fossero soltanto una sua alternativa innocua, le autorità misero in chiaro che quella cultura non era per niente benvenuta. Era un’ostilità di natura ideologica: il movimento hippie non era sempre apertamente politico, ma la sua stessa esistenza minacciava il successo della “ingegnerizzazione dell’anima”, sia che avvenisse attraverso lo sforzo militare o che si realizzasse consegnando la modernità alle persone. Del resto, quelli erano pacifisti, spesso non lavoravano ed evitavano il servizio militare. Per questo, agli occhi del governo, non potevano certo essere considerati “apolitici”.

E così pagarono il loro prezzo. Furono ricoverati in ospedali psichiatrici, dove venivano privati della loro identità. “Mentre dormivo mi tagliarono i capelli. Poi, mi lasciarono andare”, racconta un hippie lituano. I membri della comune della “Repubblica del giardino Santo” furono obbligati a “incontri” con il Komsomol locale (l’organizzazione della gioventù comunista), spesso dopo essere stati denunciati dagli stessi genitori.
La loro musica “straniera” era un fastidio continuo per il potere, che la represse senza pietà. Nell’aprile del 1970 a Vilnius, e a Mosca nel giugno del 1971, i concerti hippie sovietici furono organizzati con la supervisione del Kgb. A entrambi gli eventi si presentarono camionate di poliziotti che fecero diversi arresti. Il secondo concerto, in particolare, viene commemorato ogni anno dagli hippie russi al Parco di Tsaritsino.

Con ogni probabilità, insomma, gli hippie sovietici non furono mai più di poche migliaia di persone. Ma la loro azione contribuì molto a mettere in luce i difetti e l’ipocrisia dell’autoritarismo sovietico. Dopo tutto, era un Paese collettivista, almeno in via ufficiale, e pretendeva di mirare alla pace mondiale attraverso il Consiglio mondiale per la pace. Eppure, quando venne affrontato da alcune comuni yoga di suonatori di chitarra, perse ogni scrupolo morale. Se gli hippie sono stati colpevoli di qualcosa, lo sono stati, forse, di aver dato troppo retta ai loro insegnanti di storia sovietica, i quali dicevano che tutto ciò che esiste di buono proveniva dall’azione collettiva.

Conoscete la storia di Robert Robinson, l’afroamericano che volle vivere in Urss? Eccola

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