"Cerco quel legame tra l'uomo e il potere"

Il piatto del Presidente Putin fotografato da Davide Monteleone

Il piatto del Presidente Putin fotografato da Davide Monteleone

Davide Monteleone
Il fotografo italiano Davide Monteleone, autore del libro “Dusha” (Anima), racconta il suo rapporto con la Russia e come è cambiata negli anni la sua percezione di questo Paese

L'esperienza in Russia, lo spirito della popolazione. Il fotografo Davide Monteleone, autore del libro "Dusha" (Anima, ndr), si racconta a Rbth.

Monteleone, prima di venire in Russia quali erano le sue aspettative?

Il mio immaginario era creato principalmente dalla letteratura russa, dall'arte visiva e architettonica e dagli stereotipi del periodo sovietico. Ero curioso di esplorare un Paese che, per me italiano, occidentale cresciuto negli anni'80, era al di là della Cortina di ferro. Lontano, almeno negli stereotipi, dalle abitudini politiche e sociali dell'ambiente in cui sono nato e cresciuto. Ero consapevole che il Paese che stavo per visitare era in una fase ben diversa da quella che avevo letto nei libri e che mi avevano raccontato, ma, ciò nonostante, ero sicuro di poter ritrovare i segnali di molti anni di storia a me familiare solo per sentito dire.

Quali fotografi che lavoravano in Russia ti hanno incuriosito e perché?

Una parte dell'immaginario si era alimentato di libri e da una certa cultura familiare. Nel 2000, il testo di Luc Delahaye, "Winterreise" (Phaidon), un lavoro realizzato negli anni successivi alla caduta dell'Unione Sovietica, mi colpì profondamente. Un racconto per immagini che richiamava a "Delitto e Castigo" di Dostoevskij. Ancora oggi lo ritengo uno dei migliori lavori fotografici realizzati in Russia. Dopo quel libro ero ancora più curioso.

Fonte: Davide Monteleone

La Russia dieci-quindi anni fa era ancora un posto quasi esotico per gli stanieri. È d'accordo? 

Era decisamente un posto esotico. Un Paese che dopo 70 anni di Urss sembrava lontano anni luce dalle origini Europee che lo legavano al vecchio continente. Un Paese che stava vivendo una nuova grande trasformazione sociale, economica, culturale. Per i primi anni è stato difficile combattere gli stereotipi che provenivano dal passato, col tempo credo di aver lasciato la superficialità del mio sguardo per una conoscenza più profonda e più attenta ai dettagli.

Il tuo primo libro si chiama "Dusha" (Anima), un concetto spirituale fondamentale per i russi. Cosa è secondo te?

Non credo di poter dare una definizione personale dell'"Anima russa" e sarebbe troppo semplice citare Gogol, Turgenev o Dostoevskij. Certamente, invece posso dire di aver ritrovato, almeno in parte in me stesso, e probabilmente grazie alla mia permanenza in Russia, alcune delle caratteristiche descritte da questi scrittori: una "perversa" forma di nostalgia e malinconia, forse una strana attitudine ad accettare la sofferenza, gli eventi della vita.

Fonte: Davide Monteleone

Cosa ti affascina maggiormente oggi della Russia?

Quello che mi interessava anche all'inizio: la relazione tra l'individuo e il potere delle Stato in uno spazio geografico estremamente vasto e non sempre ospitale. Sono curioso di capire come le persone e il Paese si adatteranno ai cambiamenti che, se osserviamo la sua storia, sembrano lenti ma sono ricorrenti.

Pensi che lo sguardo dei fotografi russi e stranieri su questo Paese sia diverso?

Penso che la fotografia in Russia sia cresciuta incredibilmente negli ultimi 15 anni. La tradizione fotografica, in particolare quella documentaria, è stata segnata per anni dalle regole propagandistiche dell'uso dell'immagine. Diversamente dalla letteratura, che faceva largo uso della metafora e della finzione per aggirare le restrizioni della censura, la fotografia, nella sua specificità testimoniale, era legata ad un linguaggio quasi didascalico.

Le nuove generazioni di fotografi russi hanno arricchito la fotografia di una nota interpretativa significativa. Lo sguardo dei fotografi locali sul proprio Paese è certamente diverso, in molti casi più interessante, proprio perché capace di liberarsi degli stereotipi che attanagliano gli stranieri. Invece gli ultimi hanno uno sguardo diverso. E un ruolo testimoniale, in gran parte esaurito, lascia spazio a lavori interpretativi che richiedono una profonda conoscenza del soggetto esaminato.

La versione originale dell'articolo è stata pubblicata sul numero cartaceo di Rbth del 17 dicembre 2015. Per errore, all'interno del giornale sono state invertite le didascalie di due fotografie. La redazione di Rbth si scusa con gli autori delle foto e con i propri lettori.

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