Gorbaciov a cuore aperto

Foto: AFP-East News-Gorbachev

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La perestroika, Andreotti, il sogno di una nuova Unione Sovietica, Eltsin, Obama e Putin: intervista allo statista russo 80enne firmata dalla nipote dell’ex presidente della Georgia Shevardnadze.

Gorbaciov, ha la sensazione che il suo nome stia diventando sempre più amato con il passare del tempo?


È una buona cosa. Non tanto per me, io ho mandato giù di tutto. Raissa invece ne ha risentito molto. Quanti miti, quante leggende sono state inventate… Raissa all’inizio non veniva compresa. Soltanto dopo, quando era malata, quando stava morendo a Munster… Arrivavano migliaia di lettere da tutto il mondo. Ne scrissero i giornali. Ma a lei non potevo portare niente di tutto ciò, c’erano regole molto severe. Le feci vedere soltanto un articolo di Izvestija intitolato “Lady Dignità”. Quando glielo lessi, lei si mise a piangere e disse: “Possibile che per essere capita dovevo morire?”. Ancora oggi non riesco a parlarne senza che mi vengano le lacrime agli occhi: se ne è andata troppo presto. Era giovane, piena di vita, non voleva assolutamente diventare una vecchietta.. 

 

Secondo lei, il mondo era più sicuro ai suoi tempi?


Gli anni Ottanta furono un decennio di grandi tensioni. Si accumularono montagne di armi nucleari, i sistemi di controllo cominciarono a sbagliare. Una volta delle anatre attraversarono in volo dall’Urss il confine con il Canada. Sui radar questi stormi di uccelli assomigliavano ai contorni dei bombardieri sovietici. Meno male che i nervi rimasero saldi. Si sarebbe potuta scatenare una vera e propria guerra per questo semplice malinteso. C’era un’estrema diffidenza. Per sei anni i nostri leader non andarono in America, e non ricevemmo visite da nessuno. Eppure riuscimmo a instaurare un’atmosfera di fiducia.

 

E adesso?


Oggi purtroppo tutti i risultati che eravamo riusciti a raggiungere un tempo nelle nostre relazioni con gli americani sono andati in fumo. Ci sono tutti i sintomi di una nuova corsa agli armamenti, è evidente. Le armi nucleari sono diminuite, ovviamente, ma sono ancora abbastanza per distruggere il mondo più di una volta. Questo è un male, un terribile male. Ma, nonostante tutto, noi che abbiamo fatto uscire il mondo dalla guerra fredda siamo ancora vivi. E finché siamo vivi dobbiamo cercare di trovare una soluzione insieme alla nuova generazione, alla generazione di Obama.  

 

Come mai Usa e Unione Sovietica oggi non riescono a trovare accordi?


Mancano competenza, responsabilità, saggezza. Dai noi in Russia si sono fatti prendere dalla smania di accumulare ricchezze, ognuno è preso dai suoi interessi. Così non va. Un vero politico non deve occuparsi di questi aspetti. Naturalmente deve avere la sua tranquillità economica, ma non deve perdere la testa, costruirsi una flotta di yatch e altre sciocchezze del genere. Semplicemente, negli anni Ottanta si incontrarono delle persone che seppero prendersi le loro responsabilità: erano davvero dei grandi personaggi. La Thatcher, Reagan, Mitterand, Andreotti, Gonzales, e così via.       

 

Si dice che ai suoi tempi la politica fosse mossa dalle idee, mentre oggi è mossa dagli interessi delle grandi corporazioni. È davvero così? 


I politici ai miei tempi erano davvero più morali. Poi hanno saccheggiato la Russia, l’hanno davvero devastata. Ancora oggi non riesco a perdonarmelo. In particolare, non mi perdono di essere stato troppo liberale e di non aver spedito a suo tempo Boris Nikolaevich Eltsin dove bisognava. È stato un mio errore.  

 

Ancora oggi è di questa opinione?


Perché da principio apprezzai tanto Putin e lo appoggiai? Perché la Russia, in generale, si era rilassata, e ciò avrebbe potuto portare a qualsiasi cosa. Ciò che fece Putin nei primi tempi rimarrà nella storia. Ora bisogna modernizzare il Paese, ma chi metterà in pratica i piani di Putin? Lo vedo che lui si impegna e che chiede uno sforzo alla società; si impegna, ma non è che stia ottenendo un granché.  

 

Con cosa di quanto stanno facendo Putin e Medvedev non è d’accordo per principio?


Ho dei seri dubbi riguardo alle modalità di costituzione dei partiti. I partiti sono il fondamento della democrazia. Ma che razza di partito è Russia Unita? È una raccolta di burocrati. Anche ciò che il potere ha fatto con il sistema elettorale è del tutto sbagliato. Una persona o un gruppo di persone non possono fare da soli la modernizzazione. Per ora la gente si fida ancora di Putin, ma sai com’è… All’inizio del 1990, secondo i sondaggi, Gorbaciov aveva il 60-70 o addirittura l’80 per cento dei consensi, e al secondo posto c’era Eltsin con il 12 per cento. Ma nell’autunno cominciò a mancare la merce nei negozi, tutto il Paese faceva la fila per comprare, e così via. Si può perdere tutto in pochissimo tempo. Sinceramente non vorrei rivedere tutto questo un’altra volta. E poi hanno davvero esagerato, hanno fatto arrivare troppi dirigenti da San Pietroburgo. Tra poco a ricoprire le alte cariche a Mosca manderanno gli spazzini di San Pietroburgo. 

 

Le dispiace vedere quel che sta succedendo oggi tra gli Usa e la Russia?   

 

Dispiacersi è una posizione da mollaccioni. I politici non si dispiacciono. Sono preoccupato, piuttosto: sono vivo, non sono una mummia.

 

Di chi è la colpa?


È una domanda importante. La Russia non ha mai avuto e non ha alcuna intenzione di fare una guerra contro gli Stati Uniti. Anche Putin all’inizio ha cercato di migliorare i rapporti, lo hanno visto tutti. Dopo l’11settembre è stato il primo ad appoggiare Bush, a proporgli di cooperare nella lotta al terrorismo. Dall’altra parte invece… evidentemente hanno intuito che la storia non avrebbe dato loro un’altra chance come questa: tutti gli avversari erano sconfitti, la Russia era in ginocchio e ci avrebbe messo ancora parecchio a risollevarsi; per questo bisognava conquistare tutto al più presto e gli Stati Uniti sono entrati in Irak. Ma la pretesa di comandare il mondo da soli non porta a niente di buono. È una strategia sbagliata. E poi, una volta che al senato era in corso di approvazione il bilancio, il ministro della Difesa (lo conosco bene, è stato direttore della Cia) a un certo punto se n’è uscito così: “Sentite, forse ci toccherà anche entrare in guerra contro Cina e Russia”. Voleva aumentare i fondi per il budget delle forze armate… ecco cos’è che hanno in testa.     

 

Però, a giudicare dall’elezione di Obama, non hanno in mente solo questo.


Tre anni fa tenni una conferenza negli Stati Uniti e dissi che noi sicuramente avevamo tanti problemi di democrazia, con le elezioni, ecc., ma che anche l’America aveva i suoi problemi. Il Paese era esausto per le azioni di guerra, l’Europa ormai aveva superato gli Usa per il Pil e io parlando in quella palestra dissi, davanti a 12 mila persone: “L’America ha bisogno della sua perestrojka”. Ci fu un’ovazione. Già allora era chiaro che tutti aspettavano dei cambiamenti. Ed ecco il risultato: l’elezione di Obama, un uomo giovane, un rappresentante di un’altra etnia. Tutto ciò per gli Stati Uniti è straordinario. 

 

Che cosa pensa del presidente americano?


L’ho seguito con attenzione e credo che abbia delle grandi capacità, cosa che può compensare una minore esperienza. La questione è un’altra: l’America ha bisogno di cambiamenti radicali, ma non credo che lui ce la possa fare. 

 

Perché?


Per come è fatta l’America.

 

Le piace come viene condotta attualmente la politica estera della Russia? Molti la definiscono imperialistica.


Ma no, sono tutte sciocchezze. Come ha detto Putin rispondendo, mi pare, a un corrispondente di Le Figaro: “Ma quali maniere imperialistiche. La posizione della Russia ha determinato il crollo dell’Unione Sovietica. Se la Russia non avesse assunto quella posizione l’impero non si sarebbe dissolto”.

 

Lei crede che la Russia un giorno potrà entrare a far parte dell’Ue? 


Due anni fa a Passau, nel Sud della Germania, io e Kohl parlammo in pubblico, e fecero a lui questa stessa domanda. Avreste dovuto vedere come quell’uomo di 150 chili saltò su dalla sedia: “Ma che caspita dice?”. Per giunta Kohl è mio amico, un amico vero, le sue non sono parole vuote. No, né noi né loro siamo pronti a questo. 

 

Lei è l’unico politico russo ad aver detto che il riconoscimento dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia da parte della Russia è stato uno sbaglio. Che cosa pensa in generale di questo conflitto?


Questi georgiani mi hanno stufato: io li amo non meno di quanto ami i russi. E sono contento che dopotutto, a quanto pare, i georgiani non siano rimasti delusi dai russi e i russi non siano rimasti delusi dai georgiani. Naturalmente ci sono delle discussioni. Ma si può forse fare a meno di parlare? Quanto ai fatti di agosto, io avevo proposto da tempo ai georgiani: l’ Abkhazia e l’Ossezia dl Sud ormai da tanti anni se ne stanno per conto loro, sono enclaves, date loro lo status federale. Ma i georgiani temevano che lo stato si sarebbe smembrato. Oramai nessuna forza potrà costringerle a tornare a far parte della Georgia. La Russia non poteva prendere un’altra posizione. Ora l’importante per tutti è non perdere definitivamente la bussola. Cominciare i colloqui; anzi, sono già iniziati. All’inizio sono volati degli insulti, ma poi si è pranzato insieme, come succede da noi nel Caucaso. Dopotutto sono anch’io un uomo del Caucaso, e so che laggiù tutto si può risolvere e tutto si può mandare a monte. In generale, nella diplomazia non si può mai dire mai. Tutto può essere. Sul finire della Seconda Guerra Mondiale gli inglesi dicevano: bisogna fare in modo che non esista più, in linea di principio,  un’altra nazione come quella tedesca. Il progetto americano era quello di spaccare la Germania in più Stati, una sorta di principati. I russi invece erano per una Germania unita. Poi il risultato fu quello che fu; ma per lo meno si arrivò a qualcosa. Credo che nei nostri territori sia possibile creare un’unione sul tipo di quella europea, di cui faranno parte sia l’Ucraina che la Bielorussia e la Georgia.    

 

Ciò è realistico?  

 

Per ora no. Ma prima o poi quelli che sono contrari se ne andranno. Non sto parlando di un impero: nessuno vuole ritornare ai tempi dell’Urss. Ma unirsi e collaborare lo vogliono tutti, lo indicano tutti i sondaggi.

 

Quando lei, che è stato il primo e ultimo presidente dell’Urss, sente parlare del crollo dell’Impero del male o dello sfacelo di un grande impero, che cosa prova? Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa?


Naturalmente. Bisognerebbe fare una riforma del partito. A quel tempo dipendeva tutto dal partito, che rappresentava un freno. E poi bisognerebbe subito decentralizzare l’Unione: riconoscere dei diritti di Stati indipendenti, ma conservare uno Stato democratico confederativo. Fummo costretti a risolvere delle questioni operative molto urgenti. Aumentammo gli stipendi degli insegnanti, le pensioni erano misere. Vi spendemmo 45 miliardi. E nel frattempo il prezzo del petrolio crollò a 10-12 dollari, si ridusse di due terzi. Fu opera dell’Arabia Saudita, su richiesta di Reagan. McFarlane, un ex collaboratore di Reagan, di recente lo ha ammesso pubblicamente. Un bel coltello nella schiena, da parte dell’amico Reagan. Non c’è dubbio che in quel momento di crisi, quando fu chiaro che i soldi c’erano, ma la merce da comprare no, si sarebbero dovuti prendere 15-20 miliardi di dollari dai fondi stanziati per l’esercito, moltiplicarli per 6 (il prezzo del dollaro all’acquisto) e basta, avremmo eliminato la pressione che schiacciava il mercato. Perché la gente ti sostiene solo finché nei negozi c’è tutto. Finché si verifica questa condizione, finché Putin la garantisce, andrà tutto bene, qualunque cosa si dica.        

 

Lei prova nostalgia per l’Unione Sovietica?


Certo, rimpiango molte cose. Ho scritto diversi libri sul fatto che l’Unione si sarebbe potuta conservare. Tutti i sondaggi lo dimostrano: la gente prova nostalgia, ma non vuole tornare indietro. Solo il 9 per cento è favorevole, non di più; mentre la cooperazione tra i Paesi, quella sì. Con una nuova unione non ci sarebbe più da aver paura, né da piazzare missili; l’Ucraina o le repubbliche al di là del Caucaso non avrebbero bisogno di entrare nella Nato… ma è solo un’idea.    

 

Come vive adesso? Ad esempio, dove le piace trascorrere le sue vacanze?


Sono appena diventato bisnonno ed è una sensazione piacevole. Da noi è ancora vivo il culto della famiglia, non c’è disgregazione. Abbiamo venduto i nostri appartamenti e abbiamo comprato una casa dove stiamo tutti insieme. Mentre per le vacanze sono sempre andato all’estero, al mare, con tutta la famiglia e con gli amici. L’ultima volta però non sono andato, per motivi di salute. La mia salute purtroppo sta peggiorando. Gradualmente, ma peggiora.

 

Qual è l’ultimo libro che ha letto?


Ho cominciato a leggere meno, e mi dispiace. Anche se guardo molti film, sia nostri che americani. Adoro il cinema francese. Ecco, i film di Lounguine mi piacciono tutti, credo. Siamo amici e abbiamo anche dei progetti in comune. Mi è piaciuta molto la regia di Shtrafbat. E poi Cargo 200, un film di grande importanza. Serve a farci sapere, a farci ricordare quello che ci succede.

 

Mio nonno credeva ciecamente nel comunismo, poi divenne un democratico, poi si fece battezzare. Ancora oggi non riesco a capire se sia credente o meno. Lei è credente?


Qualche anno fa in Italia mi assegnarono il premio Francesco d’Assisi. Accorse un sacerdote ortodosso da Roma, mi fece vedere tutto, parlammo un po’. E a un certo punto leggo sui giornali italiani che Gorbaciov si è inginocchiato davanti alla tomba di Francesco d’Assisi, che quasi quasi si converte al cattolicesimo. La notizia fu ripresa in Russia, si fece un gran chiasso… Insomma, dovetti dichiarare che andavo un po’ dappertutto: nei templi buddisti, nelle sinagoghe, nelle moschee, nelle chiese ortodosse e in quelle cattoliche, in fondo ero battezzato. Ma ci tenevo a dire che ero e restavo un ateo. Il giorno dopo si calmarono le acque: come ateo non ero affatto interessante. 

 

Ma è vero che da bambino le cambiarono nome, da Viktor a Michail?


Mio padre e mia madre mi chiamarono Viktor, ma dopo due settimane mio nonno mi fece battezzare nel villaggio vicino. Quando il sacerdote gli domandò che nome volesse darmi, lui rispose: Michail. Non so il perché. Michail è un nome ebraico. Quando nacquero i nostri nipotini, cominciammo a studiare i nomi in un libro. Michail in ebraico significa “pari a dio”. Quindi mio nonno aveva ragione.

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