“La mia vita sulla sperduta isola Diomede, dove si poteva guardare il passato”

Therin-Weise/Global Look Press
Niente telefoni né giornali. Per lavarsi era necessario sciogliere tonnellate di neve. E i rifornimenti arrivavano ogni quattro mesi, quando la nebbia e la neve concedevano un po’ di tregua. Un’ex guardia di frontiera racconta gli anni trascorsi su questa terra estrema e di confine, situata tra lo Stretto di Bering e l’Alaska, separata dallo “ieri” e dall’America solamente da una manciata di chilometri di mare

“Dopo un po’ ci si stancava del bianco. La neve era bianca. L’orizzonte aveva lo stesso colore. E poi c’era la fame: una sensazione costante. Niente televisione. Non esistevano nemmeno i giornali né i telefoni”. Inizia così il racconto di Ramil Gumerov, un’ex guardia di frontiera della base militare più orientale della Russia, sull’Isola Grande Diomede, l’unico luogo al mondo dove si può, letteralmente, osservare lo “ieri”.

Foche, orsi polari. E poi ancora granchi, nebbia, temperature estreme. È questo il paesaggio che si staglia nelle due isole rocciose situate nello stretto di Bering, tra l’Alaska e la Chukotka. Se non fosse per gli ufficiali del servizio di frontiera, si avrebbe l’impressione di essere in un luogo totalmente deserto e dimenticato dall’uomo. Siamo ai confini del mondo. E in un luogo così estremo ovviamente non esistono né centri commerciali né cinema.
Ciò che sì si può vedere, come fossimo i protagonisti del film “Ritorno al futuro”, sono “lo ieri” e “il domani”, realizzando un viaggio che dura in totale solamente dieci minuti di navigazione.
L’isola Grande Diomede (isola Ratmanov) appartiene alla Russia. Mentre la Piccola Diomede (isola Krusenstern) appartiene agli Stati Uniti. A separarle, 3,8 chilometri di acqua e una differenza temporale di 23 ore, il fuso orario internazionale e la linea di demarcazione della frontiera russo-statunitense. Non c’è da stupirsi quindi che tra gli abitanti del posto queste isole siano chiamate, più semplicemente e con affetto, l’Isola Ieri e l’Isola Domani.

“È una vera e propria macchina del tempo. Possiamo osservare in tempo reale ciò che stava accadendo ieri”, racconta Ramil Gumerov, 40 anni, a Russia Beyond. Negli anni Novanta Ramil ha prestato servizio all’interno dell’esercito e ha trascorso più di un anno su una di queste isole dove oggi, oltre a una base militare, la presenza dell’uomo è testimoniata solamente da una stazione polare e da un valico di frontiera.
Vicine nello spazio, lontane nel tempo

“In realtà realizzare un viaggio sull’altra isola, ovvero in un altro Paese, zompando così “nello ieri”, era impossibile per coloro che si trovavano in servizio”, racconta Gumerov. Solo gli abitanti indigeni, gli eschimesi, potevano viaggiare liberamente tra le due isole. Erano loro infatti coloro i quali abitavano questa terra quando il primo europeo, l’esploratore russo Semyon Dezhniov, approdò su questi lempi di terra circondati dal mare. Eravamo nel XVII secolo. E dopo questa scoperta, per quasi un secolo e mezzo, entrambe le isole situate a 35 chilometri dalla Chukotka e dall’Alaska fecero parte della Russia.

Questi due territori vennero separati nel 1867 quando la Russia vendette l’Alaska agli Stati Uniti. E in quel momento la popolazione indigena si ritrovò in una situazione alquanto bizzarra: il tempo era lo stesso, ma i giorni sulle due isole erano diverse. A differenza dell’isola Ratmanov, l’isola Krusenstern si trovava sempre nel passato. Agli eschimesi venne concessa la possibilità di spostarsi su questi due pezzi di terra senza necessità di un visto per consentir loro di far visita ai propri parenti, anche se per molto tempo sull’isola russa non si registrò la presenza di civili.
All’inizio del XX secolo gli eschimesi migrarono sulla Piccola Diomede e al giorno d’oggi qui si contano ancora circa 135 persone che vivono insieme in un piccolo villaggio. Gli altri, invece, vennero trasferiti sulla terra ferma. Il governo prese così il controllo del punto più orientale ed estremo dell’Unione Sovietica, un piccolo fazzoletto di terra lungo solamente nove chilometri. Qui, nel 1941, arrivò il primo reparto della guardia di frontiera.

“A Vladivostok venne costruito in poco tempo un edificio in legno con sei stanze, oltre a un magazzino e a un bagno – racconta Gumerov -. Questi prefabbricati vennero caricati su una nave a vapore e trasferiti sull’isola insieme a vestiti, provviste e armi sufficienti per vivere lì tre anni”.
Dopo che gli eschimesi vennero cacciati, sull’isola arrivò uno sciamano locale che la maledisse. Da allora, si narra, la gente che mette piede in questi luoghi muore improvvisamente per diverse ragioni. La spiegazione di Gumerov ovviamente è scettica: “La gente muore ovunque, nel mondo. Che sia per cause naturali, per un incidente o per la maledizione di uno sciamano, questo non saprei dirlo”.
La dura vita sull’isola
La vita su quest’isola è sempre stata molto dura. Nove mesi di inverno. Poca luce, temperature polari e forti venti. Per 300 giorni all’anno l’isola rimane avvolta da una fitta nebbia. Una nebbia così spessa che gli elicotteri riescono a raggiungere questo luogo sperduto solamente ogni due o tre mesi, per portare rifornimenti e la posta. Il combustibile diesel normalmente viene portato da una nave cisterna. Gumerov è arrivato lì dal Bashkortostan per prestare servizio.

“Dopo un po’ ci si stancava del color bianco che ricopriva le cose, della neve, della nebbia all’orizzonte. Il tempo era segnato solamente dall’usura dei vestiti e le razioni di cibo erano sempre misere: è questo che causava una costante sensazione di fame. Per preparare da mangiare o lavarsi era necessario far sciogliere decine di tonnellate di neve. I telefoni, la tv e i giornali erano ovviamente qualcosa di impensabile in quei luoghi. Tutti i giorni scorrevano nella stessa maniera”.

Oggi, dice, molte cose sono cambiate. Per fortuna in meglio. In questa remota zona di frontiera lavorano solamente soldati in servizio nell’unità militare, hanno acqua in bottiglia e ovviamente telefono, televisione e altre comodità.
“Non mi sono mai pentito di aver trascorso quegli anni in quel luogo – conclude -. Sono stato fortunato. In quale altro posto del mondo avrei potuto vedere le renne, le gru che volano verso l’Eurasia in primavera e tornano in America con l’arrivo dell’autunno, le orche e le foche, i lupi e le balene? E poi ancora l’aurora boreale in inverno e le notti bianche in estate? Era un luogo speciale. Un luogo che mi ha permesso di diventare una persona diversa”.

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