Le leggende dell’Hotel Metropol, tra lusso imperiale e fascino sovietico

Turismo
YULIA SHAMPOROVA
Gioiello liberty, è uno degli edifici architettonicamente più interessanti di Mosca, e conserva al suo interno mobilia dell’epoca zarista e tanti misteri. Vi hanno pernottato Mao Zedong, Michael Jackson e Sophia Loren, e uno scrittore americano vi ha ambientato un bestseller

Molti famosi politici e popstar, monarchi e presidenti, poeti e artisti, stelle del cinema e ballerini hanno soggiornato al Metropol Hotel di Mosca durante la sua lunga storia, da Bernard Shaw e Bertolt Brecht, fino a Michael Jackson, David Bowie e Sophia Loren. I turisti possono entrare a visitare gli splendidi interni del Metropol nel corso di un tour organizzato ogni domenica.

Le leggende sul Metropol

“Qualche anno fa abbiamo avuto uno scrittore americano, Amor Towles, che è rimasto al Metropol per diversi mesi per scrivere un libro di fiction, ‘Un gentiluomo a Mosca’ (edito in italiano da Neri Pozza, ndr), su un aristocratico russo imprigionato in una piccola soffitta del Metropol Hotel”, mi racconta la guida. “Il romanzo è stato pubblicato nel 2016 ed è diventato immediatamente un bestseller negli Stati Uniti. Da quel momento in poi, abbiamo avuto decine di turisti americani ogni settimana. Tutti arrivano con questo libro in mano, e vogliono vedere la soffitta dove vive il protagonista. Ma non esiste, è una fantasia completa dell’autore. Ma, anche senza la soffitta, nessuno se ne va deluso”.

Ci sono molte memorie, libri, documentari e lungometraggi dedicati al Metropol in tutto il mondo e tutti creano una certa immagine del luogo, a volte lontana dalla realtà.

Arte pubblica
Finanziato dal mercante russo Savva Mamontov, l’hotel è stato costruito nel 1905. Diversi architetti hanno lavorato al progetto: Leo Kekushev, uno dei migliori specialisti della scena artistica moderna di Mosca, avviò il progetto. William Walcot, un suo collega britannico, prese poi le redini, prima che un gruppo di altri architetti completasse l’edificio.

Nessuna spesa è stata risparmiata nel rendere solida la struttura. Ciò à stato evidente quando, poco dopo la Rivoluzione, i russi bianchi che combattevano i bolscevichi usarono il Metropol come una fortezza, a causa delle sue spesse mura. Si rintanarono nell’hotel per un’intera settimana, prima che il fuoco dell’artiglieria li costringesse alla resa, ma la struttura sopravvisse relativamente intatta.

Come dice la leggenda, Mamontov fu colpito da un’idea affascinante: voleva replicare il famoso dipinto di “Principessa dei Sogni” di Mikhail Vrubel come mosaico ceramico e mostrarlo al pubblico. La versione dell’opera di Vrubel, raffigurante un giovane cavaliere morente e una principessa che si protende sopra di lui, è ora esposta permanentemente all’esterno dell’hotel. Testimonia uno dei principi di Mamontov: portare l’arte nelle strade. Voleva persino che l’hotel fosse un teatro dell’opera e immaginava esibirsi lì il famoso cantante russo Fedor Chaliapin, ma purtroppo questo sogno non si è mai realizzato.

Da Lee Harvey Oswald a Michael Jackson

Circa l’80% del design degli interni dell’hotel risale all’epoca dell’Impero russo ed è stato accuratamente preservato. I lussuosi arredi e lo stile che è sopravvissuto alla Rivoluzione del 1917 e all’Unione Sovietica, in gran parte grazie allo status di “hotel per stranieri” che l’albergo acquisì quasi subito, rendono le sue stanze davvero uniche. L’hotel dispone di 351 camere, sia nuove che vecchie.

“Questa sedia e questo tavolo sono stati usati da Michael Jackson, quando ha soggiornato qui”, spiega la guida, mostrandomi una delle più grandi suite moderne dell’hotel. Quando gli ospiti vengono a vedere questa stanza, spesso chiedono se possono sedersi sulla sedia. La stanza ha anche un pianoforte usato da Jackson; a quanto pare è qui che ha composto il suo brano “Stranger in Moscow”.

Ho chiesto ad Anna della stanza in cui un tempo, nel 1959, aveva pernottato l’assassino di John F. Kennedy, Lee Harvey Oswald. Era sbalordita. In quel preciso istante – e per una completa coincidenza – passavamo proprio di fronte a quella stanza, la numero 2219. Oswald aveva fatto domanda per ottenere la cittadinanza russa ma non aveva avuto fortuna. Quindi cercò di suicidarsi, tagliandosi le vene, prima di trascorrere tre lunghi mesi nella stanza del Metropol in attesa di vedere se una sua nuova richiesta avrebbe avuto successo. Ottenne l’asilo politico, un lavoro in fabbrica e un alloggio a Minsk (dove si sposò). Ma nel 1962 decise di far ritorno negli Usa. Poco più di un anno dopo, il 22 novembre 1963 ci fu l’attentato di Dallas.

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