Quattro principesse tataro-mongole il cui destino si intrecciò con la Russia

Storia
GEORGY MANAEV
Le donne delle famiglie regnanti dell’Orda d’Oro e dei khanati divennero spesso prigioniere nelle terre russe. Ma una di loro riuscì persino a diventare zarina

1 / Konchaka

Questo matrimonio era fuori dall’ordinario: nel 1317, il principe moscovita Jurij Danilovich (Jurij di Mosca) sposò una sorella del khan dell’Orda d’Oro, Özbeg Khan. Entrambi i coniugi cambiarono il loro status: Konchaka fu battezzata all’Ortodossia e divenne Agafija, e Jurij Danilovich, secondo le leggi dell’Orda, ricevette il titolo di “gurgan”; “cognato del Khan”. Il matrimonio dinastico era certamente destinato a rafforzare le relazioni tra l’Orda e i principi russi, ma la vita coniugale di Jurij e Agafija non durò a lungo.

Nello stesso anno 1317 il principe Jurij partì per una campagna militare nella terra di Tver, con la moglie al seguito. Dopo la sconfitta di Jurij nella Battaglia di Bortenevo, Agafija fu fatta prigioniera dal principe di Tver Mikhail Jaroslavich e morì poco più tardi a Tver. Si diceva che fosse stata avvelenata.

Non si sa altro della sua vita, ma la sua morte fu il primo anello di una catena di grandi eventi. In preda alla furia per la morte della sorella, Özbeg Khan convocò Mikhail di Tver nell’Orda, lo processò e alla fine lo fece giustiziare, con uomini del principe moscovita Jurij che parteciparono all’esecuzione. Questi eventi sconvolsero il Principato di Tver, che presto cadde sotto il controllo di Mosca. Insomma, i principi di Mosca devono in parte la loro ascesa alla morte di una principessa tatara.

2 / Söyembikä (o Sujumbike)

Ivan il Terribile conquistò Kazan dopo sette giorni di battaglia, e in onore di ogni giorno fu costruito un gradone della torre di sette piani che si trova nel Cremlino di Kazan: la Torre Sujumbike. È da questa torre che la principessa Söyembikä si gettò quando lo zar di Mosca voleva prenderla in sposa. Tuttavia, la “Torre di Sujumbike” è stata costruita non prima dell’inizio del XVIII secolo e Kazan fu presa da Ivan il Terribile, come è noto, nel XVI secolo. Dettaglio non da poco, che ci fa capire che la storia del salto dalla torre è pura leggenda.  

Fin dai primi anni di vita, la principessa Söyembikä fu una figura importante nel gioco politico tra Mosca e il Khanato di Kazan. Era la pronipote di Edigu (anche detto Edigéi), il temnik dell’Orda Nogai, e figlia del sovrano Yosıf bäk, che mosse costantemente guerra contro Kazan e Mosca. All’età di 12 anni, Söyembikä si sposò con il khan di Kazan Canğali, sedicenne, ma il matrimonio fu infelice: il marito non prestava alcuna attenzione a Söyembikä e non ebbero figli. Nel 1535 il khan fu ucciso in un colpo di Stato e Söyembikä divenne la moglie del khan successivo, Safa Gäräy. Da lui ebbe diversi figli, tra cui Ütämeş Khan, che ereditò il trono di Kazan all’età di due anni, dopo la morte prematura del padre nel 1549. 

Söyembikä divenne così la reggente del khanato di Kazan, ma nel 1551, durante la marcia di Ivan il Terribile su Kazan, fu tradita dai suoi e consegnata insieme al figlio minorenne e al tesoro di Kazan ai russi: i cittadini di Kazan volevano un altro khan, Şahğali (in Russia chiamato Shigalej). Söyembikä fu portata in Russia, suo figlio Ütämeş fu battezzato all’Ortodossia con il nome di Aleksandr Safakirevich e servì nell’esercito di Ivan il Terribile. La stessa Söyembikä finì i suoi giorni nella città di Qasim. Nel 1553 fu data in sposa forzata allo stesso khan Shigalej, dopo che Ivan il Terribile lo aveva espulso da Kazan e aveva annesso il khanato alle terre di Mosca.

Non si sa come e dove Söyembikä sia morta. Si ipotizza che abbia vissuto sotto la custodia della sua guardia del corpo personale nei pressi della città di Vyksa. La Torre Sujumbike è ancora oggi uno dei principali simboli di Kazan.

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3 / Kuchenej

Ivan il Terribile non poté sposare Söyembikä perché era già sposato: dal 1547 la zarina era Anastasija Romanovna, che morì inaspettatamente nel 1560. Le indagini sui suoi resti confermano che la zarina è stata avvelenata. Dopo la sua morte, Ivan il Terribile entrò in una grave crisi, non sapendo a chi dei nobili attribuire la colpa dell’avvelenamento dell’amata moglie. Tuttavia, una settimana dopo la morte di Anastasija, lo zar iniziò a cercare una nuova moglie.

La principessa Kuchenej era la figlia del principe cabardino Temrjuk, non certo estraneo alla corte moscovita: dal 1557 suo figlio, il fratello di Kuchenej, Saltankul, era al servizio di Ivan il Terribile, dopo essere stato battezzato all’Ortodossia come Mikhail Cherkasskij. Dopo la morte di Anastasija, Ivan inviò dei sensali dal principe Temrjuk, che scelsero la principessa Kuchenej come moglie dello zar. Nel 1561 la principessa arrivò a Mosca, fu battezzata con il nome di Maria Temrjukovna e divenne zarina. Lo zar Ivan dette alla sposa ricchi doni, tra cui un piatto di tre chilogrammi d’oro puro. Il diplomatico inglese Jerome Horsey scrisse: “I riti e i festeggiamenti che accompagnarono questo matrimonio erano così bizzarri e pagani che è difficile credere che tutto ciò avesse realmente luogo”.

Poco si sa della vita di Maria Temrjukovna come zarina. Accompagnò Ivan nei suoi frequenti viaggi per pellegrinaggi e visite ai monasteri e nel 1563 diede alla luce un maschio, lo zarevic Vasilij, che visse solo 5 settimane. La coppia non ebbe altri figli e nel 1569 Maria Temrjukovna morì inaspettatamente. Lo zar credeva che anche lei fosse stata avvelenata. Lo stolnik (con questo termine si indicava un giovane nobile che serviva alla tavola dello zar) Vasilij Khomutov fu dichiarato colpevole, e lui e i suoi complici furono bolliti vivi in un calderone.

4 / Fatıymasoltan (o Fatima Sultan)

In quella che oggi è la città russa di Kasimov (Regione di Rjazan), un tempo capitale del khanato di Qasim, viveva una famiglia di mercanti chiamata Aljanchikov. Dicevano che il loro cognome derivasse dalla parola “Aljan“;  “testardo”. La khanbika (regina) Fatima-Sultan (? -1681), l’ultima sovrana di Qasim, era solita girare per la città in una carrozza trainata da persone. Una volta uno dei contadini si oppose a quest’ordine. La khanbika gli disse: “Sei proprio un aljan”, ma da quel momento smise di imbrigliare le persone come se fossero cavalli.

Fatıymasoltan (o Fatima Sultan) proveniva da un’antica famiglia nobile di Qasim e divenne sovrana quando sposò Arslanghali (Arslan) khan, nipote di Küçüm khan, l’ultimo khan di Siberia. Fin da giovane, Arslan visse in prigionia dei russi e quando nel 1614 divenne sovrano di Qasim era già maggiorenne. Il khan ricevette allora il rispetto dovuto al suo status: per tre volte fu ricevuto dallo zar Mikhail Fjodorovich (Michele di Russia) a Mosca, mentre sua moglie fu ricevuta dalla zarina Evdokija. Tuttavia, il khan non aveva alcun potere reale: ad esempio, la sua servitù era composta da appena 30 persone (un numero trascurabile gli standard di quei tempi, dato che i boiardi di Mosca avevano servitori a centinaia). Il khan Arslan morì nel 1626, lasciando come khan il figlio Səyetborhan (o Sayed Borhan), di 2 anni.

All’inizio il sovrano de facto era la stessa Fatıymasoltan. Insistette sul fatto che suo figlio non venisse battezzato all’ortodossia da bambino, dandogli la possibilità di una scelta consapevole. Ma già all’età di 9 anni Səyetborhan fu invitato alla corte dello zar a Mosca, sottolineando il suo status di sovrano di Qasim, e cinque anni dopo aveva già una propria corte a Mosca. Nel 1653, ormai adulto, si convertì l’ortodossia prendendo il nome di Vasilij Arslanovich e prese in moglie una donna russa, Maria Pleshcheeva. Tuttavia, in violazione di tutte le tradizioni del Khanato di Qasim, Vasilij ne rimase a capo, pur non essendo musulmano. Come sappiamo da una petizione delle monache al convento di Kazan di Qasim, Vasilij Arslanovich e sua madre sostenevano il monastero: “Davano da mangiare, da bere e da vestire con le loro entrate alla badessa e alle consorelle. Ma da quando lo zarevic e la zarina non ci sono più... non ricevono né soldi né pane”.

Fatıymasoltan visse più a lungo del figlio, morto nel 1679, e negli ultimi due anni della sua vita governò il khanato di Qasim, che fu liquidato dopo la sua morte, avvenuta nel 1681, per decreto dello zar Pietro il Grande. 

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