Perché la tuta spaziale di Gagarin non doveva essere assolutamente fotografata?

Sputnik
Chi ha visto le immagini del primo uomo nello Spazio subito dopo l’atterraggio ci avrà fatto caso: ha indosso solo una specie di giacca termica. Ma quale era il motivo di tanta segretezza?

Trovandosi di fronte ai membri della commissione statale dopo il suo leggendario volo del 1961, Jurij Gagarin, il primo uomo nello Spazio, non dimenticò di chiarire un dettaglio molto importante: “Io là mi sono fatto fotografare con piacere un paio di volte. Ma in quel momento, mi ero già tolto la tuta spaziale. Indossavo solo indumenti termici blu e con la tuta arancione e grigia e il casco non mi sono lasciato fotografare. Quelli al momento degli scatti li avevamo già riposti in macchina”

In effetti, in tutte le fotografie scattate dopo l’atterraggio, il cosmonauta indossa un capo che ricorda un semplice “vatnik”, la tipica giacca trapuntata sovietica (un tipo di abito caldo apparso a metà del XIX secolo come parte delle uniformi dei soldati dell’esercito imperiale russo, e in seguito indossato anche dai carcerati). In verità, quella indosso a Gagarin è una B-3, una speciale tuta che protegge dalle alte temperature (e anche da quelle estremamente basse). Ma la tuta spaziale non si vede da nessuna parte. Ma perché nasconderla?

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Facciamolo volare senza tuta!

La battaglia che si svolse attorno alla tuta spaziale per il primo volo con equipaggio umano nello Spazio fu intensa. Il primo uomo stava per andare nello Spazio e la domanda era “cosa mettergli indosso per un viaggio così pericoloso?”.

Ora sembra ridicolo, ma alcuni esperti credevano seriamente che Jurij Gagarin potesse volare solo con questa tuta termoisolante che si vede nello foto. Era stata progettata principalmente per salvare dall’ipotermia il cosmonauta dopo l’atterraggio o l’ammaraggio; ma in caso di depressurizzazione della navicella spaziale nello Spazio, era del tutto inutile. In altre parole, volevano mandarlo nello Spazio senza tuta spaziale!

Questa opzione venne presa in considerazione perché gli sviluppatori della navicella Vostok si resero conto, nel febbraio del 1960, di avere seri problemi con il peso in eccesso, e che era necessario risparmiare molto sulle apparecchiature. Allo stesso tempo, facevano previsioni molto ottimistiche: una depressurizzazione della cabina era considerata improbabile, quindi una tuta spaziale non era necessaria e aggiungeva solo peso extra.

La disputa sul fatto che il cosmonauta avesse bisogno di una tuta spaziale andò avanti fino all’estate, quando il padre della cosmonautica sovietica, il progettista Sergej Koroljov, mise la parola alle discussioni. Disse di essere pronto “a risparmiare 500 kg [sugli elementi tecnologici della navicella], ma che la tuta spaziale con il sistema di supporto vitale sarebbe dovuta essere presente e doveva essere pronta entro la fine dell’anno”.

Quindi, restavano meno di 8 mesi rispetto al volo pianificato per inventare la prima tuta spaziale della storia: la “SK-1” che avrebbe indossato Gagarin.

La prima tuta

I tecnici decisero di prendere una scorciatoia e assunsero come prototipo la tuta “Vorkutá” utilizzata dai piloti dei caccia a getto supersonico Sukhoi Su-9, velivoli sui quali la regolazione della pressione e dell’apporto di ossigeno era fondamentale.

La “SK-1” era una tuta spaziale “morbida” composta da due strati di tessuto. Uno strato era fatto di “lavsan”, ossia di polietilene tereftalato; una resina termoplastica. A quel tempo, era il materiale più nuovo; era stato ottenuto in Urss, presso il Laboratorio di Composti Macromolecolari dell’Accademia delle Scienze, in tempi relativamente recenti, nel 1949. Oggi questo materiale viene utilizzato, ad esempio, per la produzione di bottiglie di plastica, ed è noto con la sigla PET.

Il secondo, il cosiddetto strato ermetico, era realizzato in gomma. E lo strato esterno, quello in vista, era quello impermeabile arancione. Era arancione per facilitare il lavoro di ricerca del cosmonauta, nel caso si fosse catapultato dalla cabina di pilotaggio e fosse atterrato con il paracadute.

Il casco non era rimovibile, ad esso erano collegati dei sensori di pressione. In caso di caduta di pressione, il casco si chiudeva automaticamente e il tubo che immetteva nello strato interno della tuta l’aria dalla cabina di pilotaggio della navicella veniva tagliato. In quel caso, l’alimentazione d’aria sarebbe poi venuta da una bombola di ossigeno. Ovviamente era impossibile fare una cosiddetta “passeggiata spaziale” con una tuta del genere, ma l’astronauta poteva resistere autonomamente nel veicolo spaziale per 5 ore all’interno della cabina. A proposito, anche nella prima tuta spaziale era già previsto un dispositivo fognario, in modo che non fosse necessario rimuoverla per espletare i bisogni fisiologici.

La “SK-1” fu cucita secondo le misure standard del Primo corpo di cosmonauti, cioè non era universale. La tuta pesava 20 kg, casco compreso. Una persona non poteva indossare una tuta del genere da sola, senza l’aiuto degli altri. C’era una chiara istruzione su come mettersela: in quale ordine inserire gambe, braccia, ecc. Togliersela da soli era invece possibile.

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Gagarin aveva indosso diversi strati di abbigliamento: la biancheria intima, una tuta termoprotettiva, uno strato di polietilene tereftalato, uno strato di gomma e, infine, una copertura arancione impermeabile. Ma perché non doveva essere fotografato?

Un uomo in missione segreta

Il problema consisteva nella totale segretezza della tuta spaziale. Era giustamente considerata una geniale invenzione sovietica: i materiali e la sua intera costruzione nel contesto della “Corsa allo Spazio” erano segreti di Stato. La copertura esterna arancione brillante, tra le altre cose, avrebbe dovuto nascondere ciò che c’era sotto agli occhi esterni.

Jurij Gagarin, tra le varie istruzioni ricevute sulla fase dopo l’atterraggio, ovunque fosse avvenuto, ebbe l’ordine di prendere misure per mettere al sicuro da occhi indiscreti la tuta spaziale o distruggerla. E per controllare questo aspetto, venne assegnato a Gagarin uno degli ingegneri progettisti della tuta spaziale, Ota Mithrabanovich Bakhramov. Il 12 aprile 1961 compì una missione segreta di cui solo poche persone erano a conoscenza.

Nella zona di atterraggio, Bahramov avrebbe dovuto ricevere la tuta spaziale o da Gagarin in persona o dal capo del gruppo di ricerca e soccorso. Quel giorno, l’ingegnere in missione segreta fu ripreso in alcune fotografie amatoriali. Era un uomo robusto, con un cappello e un cappotto di pecora, e chi lo vide lo scambiò per la guardia del corpo del cosmonauta e per un ufficiale della sicurezza di Stato incaricato di proteggere l’eroe nazionale. Ma la verità era un’altra. Bahramov era lì solo per mettere in sicurezza la tuta…


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