I costi umani dei piani quinquennali sovietici

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Nel 1927-28 l’Urss iniziò un’industrializzazione a tappe forzate. Questo permise di trasformare in pochi anni una fragile economia contadina in una superpotenza industriale, ma si ripercosse duramente sulla vita dei russi

“Gli operai, sia uomini che donne, che volevano trovare un posto dove vivere in città come Stalingrado, Magnitogorsk, o Novokuznetsk, o nei loro dintorni, dovevano essere disposti a stare in rifugi di terra battuta che erano stati scavati nelle colline circostanti. Come le persone potessero vivere e persino lavorare in tali condizioni e con enormi carenze di cibo e beni di prima necessità, si spiega solo con il fatto che i russi non erano stati abituati nella storia a nient’altro che a sofferenza e stenti”.

Questo è ciò che scrisse il diplomatico tedesco Gustav Hilger sui tempi dell’industrializzazione in Urss, attuata a ritmi record durante i primi piani quinquennali. In effetti, la trasformazione dell’Urss da fragile economia agricola a grande potenza industriale venne realizzata a costo delle vite e delle condizioni di vita del popolo russo.

Il piano quinquennale in quattro anni!

Una casa di terra a Magnitogorsk, 1929

Durante la Guerra civile (1917-1922; con alcuni focolai fino al luglio 1923) e dopo la sua fine, lo Stato bolscevico avviò una politica aggressiva nei confronti dei contadini ricchi per confiscare e ridistribuire il cibo e i beni che producevano, e nazionalizzare le loro proprietà.

Nel 1925, il XIV Congresso del Partito comunista di tutta l’Unione (bolscevico) dichiarò l’inizio della trasformazione dell’Urss da potenza agricola a potenza industriale e dette ordine di creare il primo piano quinquennale (1928-1932).

Nel 1927 il piano fu finalizzato. Questo segnò l’inizio dell’economia pianificata. Per dirla in poche parole, il governo dell’Urss definì alcuni indicatori chiave nell’economia del Paese da soddisfare in 5 anni. Si prevedeva che la produzione industriale sarebbe dovuta crescere del 136% in quel lustro, la produttività del lavoro sarebbe dovuta aumentare del 110% e che sarebbero stati costruiti 1.200 nuovi complessi industriali.

Ma il governo non tenne conto dei costi della spinta all’industrializzazione: definì semplicemente cosa si doveva fare, e le misure repressive contro tutte le persone responsabili nel caso in cui l’obiettivo non fosse stato raggiunto. Alla fine, furono i semplici lavoratori a dover spesso fare l’impossibile, il che si rifletteva in modo abbastanza appropriato nel famoso motto dell’epoca, “Il piano quinquennale in quattro anni!”

A causa della collettivizzazione della proprietà contadina, un gran numero di ex contadini si riversò nelle città, aumentando l’urbanizzazione. Tra il 1928 e il 1932 la forza lavoro urbana aumentò di 12,5 milioni di persone, di cui 8,5 milioni provenivano dai villaggi.

Nel frattempo, in campagna, a volte semplicemente non c’era niente da mangiare e nessun posto dove lavorare. Ciò provocò l’orribile carestia dell’inizio degli anni Trenta in Urss, ma la produzione industriale effettivamente crebbe. Tuttavia, questo obiettivo venne raggiunto in gran parte con l’aiuto dei Paesi stranieri.

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Un piccolo aiuto dai “nemici capitalisti”

Secondo la leadership comunista, la probabilità di una guerra con gli Stati capitalisti era alta, e questo richiedeva un riarmo completo. Ma all’inizio dell’industrializzazione, l’Urss non aveva le attrezzature necessarie: bisognava partire da zero. Servivano macchinari per produrre i macchinari delle fabbriche. Quindi l’attrezzatura venne acquistata dagli stessi “Stati capitalisti” dell’Europa e degli Stati Uniti.

Nel 1929-1932, l’impresa di costruzioni statunitense “Albert Kahn Inc.” costruì oltre 500 impianti e fabbriche in Urss: officine di trattori a Stalingrado, Cheljabinsk, Kharkov, stabilimenti automobilistici a Mosca e Nizhnij Novgorod, industrie varie a Stalingrado e Sverdlovsk, acciaierie a Kuznetsk, Magnitogorsk, Nizhnij Tagil, ecc.

Un operaio dell'acciaieria di Magnitogorsk, 1937

Nel 1931, l’Urss effettuò ordini in Germania per la somma di 919 milioni di marchi tedeschi: acquistò la metà di tutto il ferro esportato dai tedeschi, il 70% delle macchine tedesche per la lavorazione dei metalli, il 90% delle loro turbine a vapore e a gas e delle forge e delle presse.

È importante sottolineare che ingegneri e specialisti stranieri furono invitati in Urss per lavorare e insegnare ai russi. Annunci come questo vennero pubblicati sulla stampa statunitense: “Intellettuali, assistenti sociali, uomini e donne con una specializzazione sono caldamente invitati in Russia… il Paese in cui viene condotto il più grande esperimento del mondo…”

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Ovviamente gli stranieri volevano sapere com’erano le condizioni di vita e di lavoro. Un “gruppo informativo” tedesco, organizzato con l’aiuto del Ministero degli Affari esteri dell’Urss, visitò Saratov, Stalingrado, il Caucaso settentrionale, la Crimea, Magnitogorsk, Cheljabinsk e altre città. Videro solo giovani tecnici sovietici che mostravano sorprendenti abilità e ingegnosità, mentre i macchinari nelle fabbriche venivano utilizzati a tali ritmi che andavano incontro all’usura 10-15 volte più velocemente che negli Stati Uniti e in Europa: erano costantemente in uso!

Lo stesso si potrebbe dire delle persone. Nel 1936, William C. Bullitt, il primo ambasciatore degli Stati Uniti in Urss, scrisse: “Il tenore di vita in Unione Sovietica è straordinariamente basso, forse inferiore a quello di qualsiasi Paese europeo, Balcani compresi. Tuttavia, i cittadini dell’Unione Sovietica provano oggi un certo qual senso di benessere. Hanno sofferto così orribilmente dal 1914 a causa della Prima guerra mondiale, della Rivoluzione, della Guerra civile e della carestia, che avere abbastanza pane da mangiare, come hanno oggi, sembra loro quasi un miracolo”. Ma avevano davvero abbastanza pane da mangiare?

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I costi umani

Persone in fina davanti a un negozio, Mosca, 1931

Se le macchine funzionavano senza sosta, che dire dei lavoratori sovietici? Ebbene, a quei tempi, c’era poco tempo per riposarsi. Nel 1929-1931, il calendario sovietico fu modificato per soddisfare le esigenze dei piani quinquennali: al posto della settimana di 7 giorni, furono introdotte le settimane di 5 giorni. I lavoratori dovevano lavorare 4 giorni e avevano un giorno libero, ma non era lo stesso per tutti. Le persone lavoravano a turno, in modo che le macchine non rimanessero mai inattive. Ciò significava una riduzione del 42% dei giorni di ferie annuali complessivi per tutti.

E il cibo? L’Urss ottenne i soldi per la sua rivoluzione industriale esportando raccolti e grano, drenando cibo da tutto il Paese. Nel 1928 tutte le scorte di grano sequestrate ai contadini, i prodotti agricoli e altre merci furono spedite all’estero. In quell’anno l’export ammontò a 7,4 milioni di rubli. Nel 1929, era 3 volte di più: 23 milioni di rubli. Un salto di nove volte nel 1930: 207 milioni di rubli!

Ovviamente, all’interno dell’Urss, questo provocò carenze mostruose. Anche per i lavoratori stranieri presenti nel Paese. “L’unica cosa che si trova è il  sapone. Dovrebbero impiccare il capo [della fabbrica] al primo albero. Ci sono code per mangiare…”, scriveva negli anni Trenta un operaio americano di Nizhnij Novgorod. “Da due mesi non mangiamo proteine, non troviamo nemmeno il latte. Non possiamo acquistare niente al mercato. Se la situazione con il cibo non migliora, dovremo andarcene”, scrisse un altro straniero. Nel 1934-1935, la maggior parte degli stranieri, dopo aver portato il know-how, scelse di tornarsene al suo Paese. Cosa restava ai russi?

Timbri validi per 4 kg di verdura fresca, 1931

Entro la fine degli anni Venti, nelle città, il cibo iniziò a essere razionato tramite buoni pasto. Non tutti ricevevano però le razioni necessarie. Gli organi di sicurezza dello Stato riferirono a Stalin quello che dicevano i lavoratori: “Questo pesce è marcio come lo è l’intero piano quinquennale. Se tutto peggiora ora sempre di più, non ci si può aspettare nulla di buono in futuro. I lavoratori sono ora così umiliati che vengono nutriti peggio del bestiame. Gli stipendi vengono pagati in ritardo e non ci sono soldi”. Non solo il cibo, ma anche vestiti e prodotti per l’igiene erano difficili da trovare negli anni Trenta.

E le condizioni di vita dei lavoratori erano misere. Nelle grandi città, la maggior parte delle persone viveva in sovraffollati appartamenti comuni, le kommunalki, o, peggio ancora, in caserme e capanne di legno, anche a Mosca e San Pietroburgo.

Le bufale sui piani quinquennali

Caserma a due piani, Mosca, anni '30

È davvero difficile valutare i risultati reali dei piani quinquennali perché i numeri forniti dagli economisti dell’Urss sono molto spesso discutibili dal punto di vista dell’affidabilità. Tuttavia, ecco cosa abbiamo. Rispetto al 1928, nel 1937 la produzione sovietica di ferro era cresciuta del 439%; dell’acciaio del 412%; del carbone del 361%. La produzione di macchine per il taglio dei metalli segnava un + 2.425%. L’80% di tutta la produzione era effettuata in stabilimenti costruiti durante il 1° e il 2° piano quinquennale. In quel periodo furono avviate oltre 4.500 nuove industrie nell’Urss. La produttività complessiva della forza lavoro aumentò del 90%.

Il terzo piano quinquennale, previsto per il 1938-1942, fu interrotto all’inizio della Seconda guerra mondiale. Dal 1939 lo Stato dovette aumentare drasticamente la spesa per l’industria militare; nel 1940 arrivò a circa il 33% del bilancio, nel 1941 al 43%. Con la guerra in corso (l’invasione nazista iniziò il 22 giugno del 1941) non ci fu più molto tempo per la pianificazione.

Joseph Stalin nel 1949

Il quarto piano quinquennale fu lanciato nel 1946. Stalin chiese all’Urss di produrre ogni anno “fino a 50 milioni di tonnellate di ferro, fino a 60 milioni di tonnellate di acciaio, fino a 500 milioni di tonnellate di carbone, fino a 60 milioni di tonnellate di petrolio”. In realtà, nel 1946, i risultati furono ben più modesti: solo 10 milioni di tonnellate di ferro, 13,3 milioni di tonnellate di acciaio, 21,7 milioni di tonnellate di petrolio… Il Paese non poteva certo recuperare in modo immediato dopo una guerra tanto devastante, che aveva causato inenarrabili distruzioni e 26,6 milioni di morti. In realtà, quelle richieste poco realistiche di Stalin furono soddisfatte solo dopo 15 anni, nel 1961, quando lui era già morto da tempo.

L’economia pianificata, come ha dimostrato la storia, si è rivelata fallace e piena di menzogne. Gli economisti, i contabili, i politici sovietici spesso si limitavano a falsificare i dati di produzione per soddisfare le richieste della politica o “allungavano” i piani: per esempio, il sesto piano quinquennale (1956-1960), quando ci si rese conto che gli obiettivi non sarebbero stati raggiunti, venne trasformato in “piano settennale”, e così via. In totale, ci sono stati 13 piani quinquennali nella storia dell’Urss, l’ultimo dei quali introdotto nel 1989. Ma dal dopoguerra, tutta questa pianificazione venne attuata solo sulla carta: il Paese e la sua gente vivevano in una realtà, spesso dura e tormentata, ben diversa da quella immaginata negli uffici governativi.


Come funzionava l’economia sovietica e perché arrivò al collasso 

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