Prima della Crew Dragon: 44 anni fa l’ultimo (complicato) ammaraggio di una navicella sovietica

Reuters, foto d'archivio
Il 2 agosto scorso sono rientrati sulla Terra, tra le onde dell’Oceano Atlantico, Bob Behnken e Doug Hurley, gli astronauti della Nasa che avevano raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale a bordo della capsula della società SpaceX di Elon Musk. Gli statunitensi non ammaravano dal 1975, e gli ultimi a finire in acqua erano stati i sovietici nell’ottobre 1976, ma per errore

Il 14 ottobre 1976, il veicolo spaziale con equipaggio Sojuz-23 decollò dal cosmodromo sovietico di Bajkonur (ora in Kazakistan e affittato dalla Russia). L’equipaggio era composto da due persone: il comandante Vjacheslav Zudov e l’ingegnere di volo Valerij Rozhdestvenskij. La missione del volo era attraccare alla stazione scientifica orbitale Saljut-5 per dei lavori scientifici e tecnici.

Nel libro “Kosmicheskie katastrofi. Stranichki iz sekretnogo dosje” (“Catastrofi del cosmo. Pagine dal dossier segreto”) di Mikhail Rebrov si chiarisce che sul Saljut-5 erano apparsi odori spiacevoli e complicazioni varie, e il nuovo equipaggio doveva effettuare un controllo completo della stazione e risolvere i problemi.

Il volo verso la stazione durò due giorni, e c’era carburante per un massimo di tre. Il 16 ottobre, i guai iniziarono al tentativo di attracco: il sistema di aggancio automatico “Igla” non funzionò, poiché i dati inseriti sui parametri di movimento della navicella e della stazione orbitante non corrispondevano ai valori effettivi.

Era impossibile far attraccare la Sojuz-23 senza rischi, quindi il comandante decise di tornare sulla Terra.

Atterraggio sull’acqua e nuovi problemi

Era necessario rientrare rapidamente, fino a quando tutto il carburante non fosse consumato. Per l’atterraggio, il capo del volo dalla Terra (il nome non è specificato) scelse la zona di Arkalyk, nella Repubblica Socialista Sovietica del Kazakistan. Quando la navicella in discesa si trovava sopra l’Africa meridionale, il Centro di controllo della missione inviò elicotteri con i soccorritori nell’area di atterraggio prevista.

Ma invece del sito di atterraggio designato, a causa della neve fitta che che cadeva, la Sojuz-23 finì sul Lago Tengiz, sempre in Kazakistan, a 2 km dalla costa, con una temperatura di -20 °C.

Per via del maltempo, gli elicotteri non furono in grado di individuare immediatamente la navicella spaziale, inoltre non c’erano barche gonfiabili e mute da subacquei a bordo di uno degli elicotteri: se le erano semplicemente dimenticate durante i preparativi frettolosi. In un altro velivolo il necessario c’era, e i soccorritori si precipitarono al lago.

Due barche non riuscirono a raggiungere la nave, e rimasero bloccate nel ghiaccio. Intanto, l’acqua salata (il Tengiz ha una salinità del 18,2‰) iniziò a danneggiare i contatti dei connettori esterni della navicella, alcuni dei quali erano ancora collegati all’energia. Un paracadute emerse automaticamente dal suo compartimento: per questo motivo, la navicella si girò e il portello per l’uscita degli astronauti rimase sommersa in acqua.

“Due ore dopo che il paracadute di riserva era stato sparato, l’equipaggio mostrò i primi segni di carenza di ossigeno, che stava trasformandosi in asfissia per l’accumulo di anidride carbonica. Zudov e Rozhdestvenskij, che periodicamente si mettevano in contatto, respiravano pesantemente, il respiro sibilante esplodeva nei microfoni, le voci erano diventate irriconoscibili”, si legge sul sito web di un’enciclopedia russa specializzata, che cita le parole di uno dei partecipanti all’operazione di salvataggio, l’istruttore Iosif Davydov.

Una complessa operazione di salvataggio

Presto la neve smise di cadere, la temperatura scese a - 22 ºC. I soccorritori e i piloti di elicotteri accesero dei fuochi nel tentativo di scaldarsi. In quel momento, Rozhdestvenskij, con respiro sibilante, riferì che Zudov aveva perso conoscenza per mancanza di ossigeno.

Solo una barca fu in grado di raggiungere la Sojuz-23; vi era su il comandante di un elicottero MI-6, il capitano Nikolaj Chernavskij. Tuttavia, aveva un grave principio di congelamento, perché il suo gommone si era rovesciato, e non poté far nulla per aiutare i cosmonauti.

Verso l’alba, un altro elicottero di salvataggio, proveniente da Karaganda, guidato da un pilota di elicotteri di salvataggio, il tenente colonnello Nikolaj Kondratjev, volò sulla navicella. A bordo c’era anche Albert Pushkarev, un fotografo della Tass.

Fu questo elicottero, che seguendo le istruzioni di Davydov, fu in grado di agganciare il dispositivo con un cavo e trascinarlo sulla costa.

“E poi la faccia pallida esausta di Vjacheslav Zudov appare dal portello. Lui sorride. Viene sdraiato a terra e Rozhdestvenskij viene tirato fuori dopo di lui. Anche il suo aspetto non è dei migliori. Famoso per le sue guance sempre belle rosse, ora Valerij Rozhdestvenskij è pallido come la neve, con delle terribili occhiaie nere. Entrambi sono scossi dai brividi e sbattono i denti per il gran freddo”, ha ricordato Davydov.

Secondo Davydov, in quel momento il fotografo dell’agenzia Tass Pushkarev corse verso la navicella. Nonostante la necessità di ricovero urgente dei due, chiese di sollevarli e farli sorridere, in modo che nella foto apparissero “come dei cosmonauti, e non come dei morti”.

L’operazione di salvataggio durò 12 ore. Né Zudov né Rozhdestvenskij non volarono più nello spazio.

Valerij Rozhdestvenskij prestò servizio al Centro di controllo delle missioni fino al 1992, e aveva l’hobby della barca a remi. Fu congedato con il grado di colonnello, ed è morto nel 2011, all’età di 72 anni.

Anche Vjacheslav Zudov prestò servizio al Centro di controllo delle missioni in varie posizioni fino al 1991, mentre allo stesso tempo lavorò come presentatore nel programma televisivo “Znaj i umej” (“Sappi e sappi fare”). Ora ha 78 anni ed è in pensione.

Nel 2019, Zudov, in un’intervista per un sito di notizie di Nizhnij Novgorod, ha dichiarato di essere felice che il tempo delle gare spaziali sia finito.

“Ci troviamo a lavorare insieme sulla Stazione Spaziale Internazionale, a creare la quale hanno partecipato 14 Paesi. Questo è un passo nella direzione giusta, affinché l’umanità viva in pace. E lavorando lì, le persone non sentono le cose spiacevoli che stanno accadendo sulla Terra”, ha affermato Zudov.


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