I tre più incredibili atti di eroismo dei soldati sovietici durante la Battaglia di Stalingrado

Georgij Zelma/Sputnik, Mchpv (CC BY-SA 4.0)
Fu anche grazie a questi gesti di coraggio se l’Urss riuscì a ribaltare le sorti della guerra e a iniziare la marcia verso Berlino per liberare l’Europa dal nazifascismo

1 / La casa di Pavlov

A metà settembre 1942, unità della 6ª Armata della Wehrmacht fecero irruzione nel centro di Stalingrado. Battaglie feroci si combatterono casa per casa, edificio dopo edificio, per ostacolare l’avanzata dei tedeschi verso il Volga.

Il 27 settembre, il sergente maggiore (sergente anziano, “starshij serzhànt”, secondo i gradi dell’Armata Rossa di allora) Jàkov Pàvlov (1917-1981) ricette l’ordine di asserragliarsi con i suoi uomini in un condominio di quattro piani in piazza 9 gennaio, nel centro della città, dopo averla ripulita da un piccolo contingente tedesco che vi si era insediato. L’edificio diventerà la famosa “Casa di Pavlov” (in russo: “Dom Pàvlova”), una fortezza inespugnabile in cui trentuno soldati dell’Armata Rossa combatterono per due mesi contro gli attacchi del nemico nazifascista.

Nonostante il nome passato alla storia, la difesa della casa durante l’intero periodo d’assedio fu comandata dal tenente Ivan Afanasjev, che si unì a Pavlov con il suo plotone.

“Non ci fu un solo giorno in cui gli hitleriani lasciassero la nostra casa in pace. Il nostro presidio, che non permetteva loro di fare un passo avanti, era peggio di un pugno nell’occhio. Di giorno in giorno intensificavano i bombardamenti, avendo apparentemente deciso di incenerire la casa. Una volta, l’artiglieria tedesca sparò tutto il giorno senza interruzioni”, ha ricordato Pavlov nelle sue memorie. 

Dal tetto, dalle finestre e dal seminterrato, anche i soldati sovietici sparavano incessantemente contro il nemico che attaccava. Nel seminterrato, trovavano riparo anche alcuni civili rimasti. Cibo, acqua e munizioni venivano portate attraverso il Volga di notte, sotto la minaccia degli incessanti bombardamenti. La “Casa di Pavlov” mantenne per del tempo il contatto con il resto delle truppe sovietiche, e quando fu tagliata fuori, si trasformò in un’isola solitaria di resistenza.

Il 19 novembre, l’Armata Rossa lanciò l’Operazione Urano, una gigantesca manovra a tenaglia per accerchiare la 6ª Armata, che si era impantanata a Stalingrado grazie all’eroica resistenza dei soldati sovietici. Una settimana dopo, i difensori della Casa di Pavlov si unirono alle altre unità della 62ª Armata per il contrattacco.

Il presidio ben difeso della famosa casa perse solo tre uomini durante l’intero assedio. Non è possibile calcolare le perdite tra i tedeschi inflitte dai soldati della Casa di Pavlov, ma è sicuro che si tratti di alcune centinaia.

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2 / L’impresa di Mikhail Panikakha

Nel marzo del 1942, il marinaio Mikhail Panikakha (1914-1942), che prestava servizio nella flotta del Pacifico, fu, su sua richiesta, inviato sul fronte sovietico-tedesco. Nell’autunno dello stesso anno, il suo 883° reggimento di fucilieri si ritrovò nel bel mezzo della Battaglia di Stalingrado, negli scontri per il controllo della fabbrica “Krasnyj Oktyabr”, proprio sulle rive del Volga.

Il 2 ottobre, durante un attacco tedesco al suo reggimento, sette carri armati tedeschi fecero irruzione vicino alle trincee. Il soldato Panikakha, armato di due bottiglie Molotov, strisciò verso il primo cingolato in testa al convoglio.

A una distanza di 40 metri dal bersaglio, si alzò per iniziare l’attacco. Ma la bottiglia fu bucata da un proiettile e il liquido infiammabile si riversò sulla faccia del soldato e sulla sua uniforme.

Mikhail Panikakha si trasformò all’istante in una torcia umana, ma non tornò indietro verso le sue linee, cercando un disperato aiuto. Al contrario, corse verso il carro armato di testa e ruppe la seconda bottiglia sulla griglia del portello del motore.

“Un enorme lampo di fuoco e fumo travolse l’eroe insieme al carro nazista in fiamme”, scrisse il tenente generale Vasilij Chujkov, comandante della 62ª Armata. L’offensiva tedesca fallì.

3 / L’isola di Ljudnikov

L’isola di Ljudnikov non è affatto un’isola sul Volga, come si potrebbe pensare. Con questo nome è passata alla storia l’eroica difesa da parte della 138ª divisione di fanteria del colonnello Ivan Ljudnikov di una piccola sezione della fabbrica “Barrikad”.

I tentativi di mantenere il controllo del territorio dell’impianto industriale e di impedire alle truppe tedesche di raggiungere le rive del Volga furono portati avanti da unità della 62ª Armata fin da metà ottobre. Tuttavia, l’11 novembre, tutte le officine della fabbrica “Barrikad” erano ormai perdute.

Solo una piccola parte dell’impianto era controllato da quel poco che rimaneva della 138ª divisione di fanteria. Spinti sul Volga e circondati dal nemico su tre lati, i soldati scavarono trincee e si asserragliarono in un minuscolo pezzo di terra che misurava appena 700 per 400 metri.

L’approvvigionamento di armi e cibo su barche dalla riva sinistra del Volga era effettuato con grandi difficoltà, sotto il costante fuoco nemico. La situazione non era migliore con il “ponte aereo”. “Anche i piloti, maestri dei voli notturni sui Polikarpov Po-2 cercarono di aiutare i difensori asserragliati nell’avamposto. Lanciavano sacchi con munizioni e gallette sopra l’‘isola’. Ma questa era così piccola che i sacchi cadevano spesso o nelle posizioni nemiche o nel Volga”, ha scritto Ljudnikov. (A. Isaev, “Mify i pravda o Stalingrade” “Miti e verità su Stalingrado”. Mosca, 2013). Succedeva che i soldati dovessero combattere tutto il giorno con una sola galletta in tasca per rifocillarsi.

“Eravamo pieni di pidocchi, avevamo fame, ma a un certo punto ci prese una specie di furia. Non provavo più pietà né per me stesso né per i tedeschi… Combattevamo per ogni pezzo di muro con estrema crudeltà, e di notte noi e i tedeschi strisciavamo pancia a terra o cercavamo di avanzare lungo i tunnel della fabbrica. Noi, al fine di procurarci cibo e munizioni, loro per farci arretrare fino al Volga. Costantemente si verificavano dei corpo a corpo tra piccoli gruppi che entravano in contatto”, ha ricordato la il soldato semplice Milja Rosenberg. (A. Drabkin. “Ja dralsja v Stalingrade. Orkrovenija vyzhivshikh”; “Ho combattuto a Stalingrado. Rivelazioni dei sopravvissuti”, Mosca, 2012).

Il 21 dicembre, le unità dell’Armata Rossa riuscirono a togliere dall’isolamento la 138ª divisione. Oggi, sul territorio dell’“isola” ci sono tre fosse comuni di soldati sovietici. Il numero di sepolti in una sola di esse ammonta a più di mille persone. Non ci sono dati sulle altre due.

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