Perché alcuni ebrei russi divennero generali della Germania nazista?

Getty Images, foto d'archivio
Per gli ex comandanti dei Bianchi anticomunisti, spinti dalla sete di vendetta nei confronti dei bolscevichi che li avevano sconfitti nella Guerra civile, i tedeschi fecero un’eccezione alle leggi razziali

Non tutti gli ebrei furono mandati dai tedeschi nei campi di concentramento. Decine di migliaia combatterono per la Germania durante la Seconda guerra mondiale e in alcuni casi furono persino decorati con medaglie.

I Mischling (come i nazisti chiamavano chi aveva radici miste ebraiche e “ariane”) erano autorizzati a prestare il servizio militare, ma era loro proibito ufficialmente avanzare di grado. Nella pratica, però, tutto dipendeva da quanto l’individuo facesse comodo al regime.

Pertanto, decine di Mischling dalle ottime capacità militari arrivarono a comandare divisioni, corpi ed armate. A proposito del feldmaresciallo dell’aeronautica Erhard Milch (1892-1972), che aveva supervisionato la formazione della Luftwaffe durante il riarmo della Germania e il cui padre era ebreo, Hermann Göring, che lo teneva in grande considerazione, disse: “Decido io chi è ebreo e chi no.”

Da sinistra: Erhard Milch, Hugo Sperrle, Adolf Hitler, Reichsmarschall Hermann Göring e Albert Kesselring

Lo status di un Mischling tedesco ed est europeo differiva enormemente. Nei territori occupati della Polonia e dell’Unione Sovietica, i tedeschi non davano peso alla “percentuale di sangue ebraico” di una persona. Tutte le persone di origine ebraica mista erano classificate come ebrei e tutti furono attesi dallo stesso terribile destino.

Un certo numero di ebrei russi, tuttavia, non solo evitò il campo di sterminio, ma riuscì persino a occupare posizioni elevate nell’esercito tedesco.

Il generale dei Balcani

L’ex colonnello dell’esercito imperiale russo e veterano della Guerra civile russa Boris Shteifon (1881-1945) fu testimone diretto dell’invasione della Jugoslavia da parte della Wehrmacht nel 1941. Dopo la fine del movimento Bianco, aveva trovato rifugio nei Balcani, dove si era occupato di scrivere le sue memorie ed era divenuto professore di scienze militari.

Avendo ormai 59 anni, Shteifon non aveva intenzione di riaprire la sua carriera militare; ma l’arrivo dei nazisti cambiò le carte in tavola. I comunisti jugoslavi sotto la guida di Josip Broz “Tito” intensificarono la loro resistenza contro gli invasori, e combattendo contro i tedeschi uccidevano spesso anche gli emigrati russi della Guardia Bianca.

Boris Shteifon

Per contrastare i partigiani di Tito, i tedeschi crearono il Russisches Schutzkorps, nel quale confluirono gli emigranti russi che vivevano in Jugoslavia. Con circa 11.000 persone, fu una delle più grandi unità di emigranti Bianchi russi nella Wehrmacht. Oltre a dare la caccia ai comunisti, il corpo assicurò le linee di comunicazione ed eseguì operazioni punitive; più tardi, entrò in conflitto diretto con l’avanzata dell’Armata Rossa, mettendo in scena una mini-ripetizione della Guerra civile russa.

A Boris Shteifon fu offerto il posto di capo dello Russisches Schutzkorps e accettò. I tedeschi sapevano benissimo che era il figlio di un ebreo assimilato, ma scelsero di chiudere un occhio. Secondo il ricercatore Ilja Kuksin, gli ufficiali della Wehrmacht lo vedevano principalmente come un abile tattico militare e uno sfegatato anticomunista. Per loro era sufficiente che sua madre fosse russa e che lui stesso fosse stato battezzato.

Il tenente generale Boris Shteifon comandò il corpo fino agli ultimi giorni della guerra, morendo di infarto il 30 aprile 1945. Il Russisches Schutzkorps irruppe poi in Austria e si arrese agli inglesi. Nonostante le insistenze sovietiche, non fu consegnato a Mosca, poiché la maggior parte dei suoi soldati non erano mai stati cittadini dell’Urss.

Un ufficiale, due agenzie di intelligence

Anche il futuro maggior generale della Wehrmacht Boris Holmston-Smyslovskij (1897-1988) proveniva da una nobile famiglia di origine ebraica. Dopo aver attraversato il caos della Prima guerra mondiale e della Guerra civile, come migliaia di altri ufficiali russi, finì in esilio.

Ma mentre la maggior parte degli emigrati bianchi desiderosi di vendicarsi dei bolscevichi si schierò dalla parte dei tedeschi solo durante la guerra, Holmston-Smyslovskij entrò negli ambienti militari tedeschi molto prima, ancor prima che Hitler salisse al potere. Nel 1928-1932 fu addestrato alla ricognizione presso il Reichswehr Truppenamt (Direzione delle truppe).

Boris Holmston-Smyslovskij

I contatti che vi stabilì facilitarono la sua ascesa lungo la catena di comando nell’Abwehr, il servizio di intelligence militare tedesco. La genealogia ebraica di un agente così prezioso non era certo un problema.

Nel 1943 l’Ammiraglio Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, intercedette personalmente per conto del suo ufficiale quando quest’ultimo fu arrestato con l’accusa di tradimento. Holmston-Smyslovskij si oppose apertamente al piano di Andrej Vlasov, il generale a capo della Russkaja osvoboditelnaja armija (l’“Esercito russo di liberazione” filonazista) di combattere sul fronte occidentale: riteneva che i russi dovessero fare la guerra solo contro i bolscevichi.

Durante la guerra, Holmston-Smyslovskij organizzò ed eseguì operazioni di ricognizione e sabotaggio nelle retrovie sovietiche, e localizzò ed eliminò alcune unità partigiane. Per queste missioni gli fu dato il comando della divisione “Russland”, composta da 10.000 uomini, ribattezzata nelle ultimissime fasi della guerra “1ª Armata nazionale russa”.

Nel maggio del 1945 guidò i resti della sua “armata” (alcune centinaia di persone) nel Liechtenstein, dove furono internati. Il governo di questo piccolo Stato rifiutò di estradarli in Urss, respingendo le accuse sovietiche di crimini di guerra per “mancanza di prove”.

Holmston-Smyslovskij continuò dunque le sue attività di intelligence, questa volta al servizio degli Stati Uniti, e fu anche consigliere dello stato maggiore delle forze armate della Repubblica federale tedesca e del presidente argentino Juan Domingo Perón.

Boris Holmston-Smyslovskij morì nel 1988, all’età di 90 anni, in quello stesso Liechtenstein che aveva imparato ad amare durante e dopo la guerra.

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