Tre Schindler russi che salvarono gli ebrei durante la Shoah

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Una è morta in un campo di concentramento nazista, gli altri due sono sopravvissuti alla guerra. Tutti e tre sono diventati Giusti tra le nazioni per i loro atti di coraggio

Madre Maria

Elizaveta (Maria) Skobtsova (1891-1945) visse una vita dura ma straordinaria. Persona poliedrica, fu scrittrice, poetessa, politica e pubblicista. 

Nonostante non avesse accolto con favore la Rivoluzione bolscevica, accettò di occupare la carica di vicesindaco nella città di Anapa, sul Mar Nero. In quel modo, pensava, avrebbe potuto proteggere meglio la gente comune dall’oppressione comunista. Dopo aver lasciato la carica, condusse una lotta clandestina contro il dominio bolscevico. 

Non vedendo nessuna prospettiva per il suo Paese, Elizaveta emigrò a Parigi nel 1924. Lì prese i voti e adottò il nome religioso di Maria. Nella capitale francese si sarebbe poi trovata di fronte agli orrori dell’Olocausto. 

Durante l’occupazione nazista della Francia, Maria aprì una casa a Parigi per i rifugiati e coloro che avevano bisogno di aiuto. Lì nascose gli ebrei, e rilasciò certificati di battesimo che a volte contribuirono a salvare loro la vita. Un giorno, Madre Maria salvò quattro bambini ebrei destinati ad Auschwitz nascondendoli nei bidoni della spazzatura.

Nel 1943, Maria Skobtsova fu arrestata e mandata al campo di concentramento di Ravensbruck. Lì continuò ad aiutare, sostenere e parlare alle persone senza badare alle loro opinioni politiche e alla fede religiosa di appartenenza.

“Queste discussioni rappresentavano per noi una via d’uscita dal nostro inferno. Ci aiutavano a ripristinare le forze mentali perdute, riaccendendo la fiamma del pensiero, che a malapena covava sotto la cenere, oppressi come eravamo dal terrore”, ha ricordato la prigioniera Jacqueline Piery. 

Maria Skobtsova fu uccisa in una camera a gas nel 1945, appena una settimana prima che il lager fosse liberato dalle truppe sovietiche. 

Nel 1985, Madre Maria fu dichiarata “Giusto tra le nazioni”. Diciannove anni dopo è stata canonizzata come santa dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Il nostro Mosè 

Nikolaj Kiseljov (1913-1974) ebbe poco tempo per combattere come soldato regolare dell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale. Durante i primi mesi di guerra, la sua divisione fu circondata, e lui stesso divenne un prigioniero di guerra. Tuttavia, riuscì a fuggire e si unì a un’unità partigiana nota come “Vendicatore” (“Mstitel”), che operava in Bielorussia.

Nell’estate del 1942, Nikolaj ricevette un ordine pressoché impossibile: scortare un gruppo di 270 ebrei, per lo più donne, bambini e anziani, quasi 1.500 km più a est, oltre le linee sovietiche. Questo era tutto ciò che era rimasto della popolazione ebraica prebellica di 5.000 abitanti del villaggio locale di Dolginovo. 

Accompagnato da soli sei partigiani armati, Kiseljov iniziò la marcia estenuante attraverso foreste e paludi inespugnabili, evitando posizioni tedesche e imboscate nemiche, patendo la fame e la stanchezza. 

Avvicinandosi alle prime linee, il percorso divenne più pericoloso. Una bambina di tre anni, Bertha, piangeva sempre, e questo rischiava di attirare l’attenzione del nemico. I genitori della ragazza erano così disperati che stavano per affogarla pur di salvare l’intero gruppo. Bertha fu salvata da Nikolaj, che la prese tra le braccia e la tranquillizzò. 

Nell’ottobre del 1942, dopo una marcia di tre mesi, il gruppo di persone mezzo esauste raggiunse le truppe sovietiche. Su 270 che avevano lasciato le foreste vicino a Dolginovo in agosto, 218 arrivarono riuscirono ad arrivare alla meta, grazie a Nikolaj Kiseljov.

Kiseljov sopravvisse alla guerra e morì poi nel 1974 a Mosca. Trentuno anni dopo, fu proclamato Giusto tra le nazioni. Inoltre, oltre 3.000 discendenti di quei 270 ebrei continuano a onorare la sua memoria e a chiamarlo “il nostro Mosè”.

“Chi salva una vita, salva il mondo intero” 

Nel 1942, Fjodor Mikhailichenko (1927-1993), 15 anni, di Rostov sul Don, fu inviato in Germania ai lavori forzati, come tanti civili sovietici delle zone occupate. Lì, tuttavia, iniziò a diffondere propaganda anti-nazista e fu inviato nel lager di Buchenwald. 

Due anni dopo, un ragazzo ebreo di sette anni proveniente dalla Polonia arrivò nel campo. Assolutamente indifeso, il piccolo Jurchik sarebbe stato condannato a morire ben presto, se non fosse stato per Fjodor. 

Fjodor Mikhailichenko prese Jurchik sotto la sua ala: lo proteggeva, rubava patate dalla cucina per nutrirlo, e gli fece persino dei vestiti con la stoffa delle vesti dei prigionieri morti per tenerlo al riparo dal freddo.

Purtroppo, dopo la liberazione del campo, i percorsi dei due amici si separarono: Fjodor tornò a Rostov sul Don, mentre Jurchik andò in Israele. 

Il ragazzo ebreo salvato, che in seguito sarebbe diventato rabbino capo ashkenazita di Israele e oggi è rabbino capo di Tel Aviv, non dimenticò mai il suo salvatore e passò la vita a cercare di ritrovarlo. Yisrael Meir Lau (nome assunto da Jurchik) arrivò sulle tracce di Fjodor solo alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1993.

Nel 2009, Fjodor Mikhailichenko è stato onorato come Giusto tra le Nazioni. Lau assistette alla cerimonia e disse alle due figlie di Fjodor: “Ora il suo nome non appartiene solo a noi, ma all’intera umanità”.

 

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