Il pallone dei Mondiali donato da Putin a Trump contiene una microspia?

Kremlin.ru
Il regalo ha messo in agitazione i servizi segreti e i commentatori americani. Ma cosa prevede il protocollo e a quali controlli vengono sottoposti i doni? Certo, però, c’è quel precedente…

“Voglio passare il pallone al presidente Trump. Adesso è nel suo campo, ancor più perché gli Stati Uniti ospiteranno i Mondiali del 2026” (insieme a Canada e Messico). Con queste parole il presidente russo Vladimir Putin ha regalato al suo omologo, nel corso del vertice di Helsinki, il pallone della Coppa del Mondo appena conclusa. Il presidente Usa ha promesso pubblicamente di regalarlo al figlio Barron e l’ha lanciato alla moglie Melania, con scarsa mira, tanto che lo stesso, dopo un paio di rimbalzi, è finito sui fotografi assiepati per immortalare i due capi di Stato.

“Sono sicura che il figlio di Trump sarà ben felice, quando la mamma gli darà la palla con l’autografo di Vladimir Vladimirovich!!!». Commenti di questo tenore sono subito apparsi su Twitter, tra i russi che seguivano l’evento.

A caval donato…

Il corrispondente della Nbc Bill Neely ha invece twittato: “Ho appena visto un agente dei servizi segreti americani mettere il pallone che Putin ha regalato a Trump nello scanner di sicurezza fuori dal Palazzo presidenziale. Non ha sorriso neanche un po’ quando ho cercato di scherzare sulla cosa”. E la demonizzazione della sfera si è completata con il tweet del senatore repubblicano Lindsey Graham:
“Se dipendesse da me, farei controllare che nel pallone non ci siano cimici spia e non lo farei entrare alla Casa Bianca”.

Dopo questo, nessuno ormai dubitava che il destino del pallone fosse quello di essere fatto a brandelli dai servizi di sicurezza.

“Una volta si donavano busti di Lenin”

Ma avete ragione se pensate che negli incontri diplomatici e presidenziali non possano esserci regali improvvisati. Di tali questioni si occupano intere squadre formate da decine di persone. Il protocollo è rigido, e in gran parte condiviso da tutti gli Stati.

“In questi casi, si comunica in precedenza solo il fatto che ci sarà un dono”, afferma l’ex capo del servizio di protocollo dell’Urss e del primo presidente russo Boris Eltsin, Vladimir Shevchenko. “Quindi le parti si regolano da sole. Durante l’epoca di Krushchev in Unione Sovietica c’era la moda di regalare busti di Lenin, quando si andava ai congressi dei partiti comunisti e operai di altri Paesi. Così se ne portavano in gran quantità, poi a qualcuno capitava più grande, a qualcuno più piccolo.”

Ma poi i tempi sono cambiati. “Ho lavorato nel reparto che si occupava dei regali per due o tre anni”, ricorda Shevchenko. “Sempre, prima di fare un dono, bisogna studiare la persona che si ha davanti. Quando per la prima volta siamo andati in America per incontrare Ronald Reagan, sapevamo che amava i cavalli. Quindi gli abbiamo ordinato una sella kirghiza, perché in Unione Sovietica erano ritenute le migliori: molto belle e decorate. E cosa più importante non era un oggetto solo di bellezza. Poteva essere usata. Per questo, per prepararla, abbiamo dovuto conoscere il peso del cavallo del presidente…”.

Capita che i regali si cerchino sui cataloghi, nelle mostre o nei negozi di antiquariato. Ma, più spesso, viene fatta una evidenza pubblica e si individua un fornitore a cui fare l’ordinazione. Se si tratta di orologi, ci si rivolge solo a produttori russi. “E abbiamo un contratto con loro: questi modelli non possono essere immessi sul mercato”, raccontano al servizio del protocollo, e di regola il loro prezzo non può superare i 6.000 rubli (circa 80 euro).

Il “negozio di souvenir” del presidente

L’etichetta non permette di regalare oggetti di grande valore, come beni immobiliari, automobili o pietre preziose. Ai tempi di Mikhail Gorbachev, tutti i regali che valevano più di 500 dollari Usa (spille, scrigni, orologi…) venivano conferiti all’Erario, e poi parte di loro erano esposti al Museo della Rivoluzione.

Adesso i doni vanno in uno speciale spazio che sorge vicino alla Biblioteca presidenziale, in uno degli edifici del Cremlino. Se il loro valore supera i 40 mila rubli (538 euro) diventano automaticamente di proprietà statale. Ma il presidente può comprarli, se lo desidera. Se valgono meno, il capo dello Stato può disporne liberamente. Putin, per esempio, si è tenuto gli animali che gli sono stati regalati, un’icona ricevuta dal Patriarca, un uovo pasquale, il ricamo della Madre di Dio inviato da una cittadina lettone, dei guanti a manopola spediti da una anonima nonnina di Cheboksary e la collezione di profumi donatagli dai membri del gruppo rock “Liubè”, uno dei suoi preferiti

In ogni caso, tutto ciò che è diretto al Cremlino o alle mani del presidente, passa attraverso il vaglio di decine di persone. Inizialmente, viene trasferito al servizio di protocollo, quindi viene ispezionato dal Servizio di sicurezza federale. “Abbiamo trovato delle cimici spia. Non dirò in quale regalo, o diventerebbe subito chiaro da quale Paese proveniva”, ha detto l’ex dipendente dell’amministrazione presidenziale Andrej Koljadin.

A questo proposito, c’è un grande classico nella storia dello spionaggio. Negli anni Quaranta, una avanzatissima microspia sovietica venne montata all’interno dello stemma in legno degli Stati Uniti, il Great Seal, intagliato dai sovietici e donato ai diplomatici americani e poi appeso nell’ambasciata di Mosca per quasi otto anni. La cimice non emetteva onde elettromagnetiche che potessero essere rilevate da dispositivi esterni. Era passiva. Un generatore e una batteria a microonde erano installati in edifici residenziali di fronte all’edificio dell’ambasciata americana.

Cosa ha pensato il servizio di sicurezza di Trump quando ha visto la palla? Beh, ora, probabilmente, vi è più chiaro il motivo per cui non erano per niente divertiti…

Se volete saperne di più su “la cosa”, il dispositivo spia che per quasi otto anni funzionò nell’ambasciata americana a Mosca, leggete qui 

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