“Le navi dei filosofi”, così Lenin espulse i migliori intellettuali di Russia

Grigorij Goldstein/Wikipedia
Nel 1922, a bordo di due piroscafi tedeschi, il capo del nuovo Stato sovietico costrinse all’esilio filosofi, teologi, sociologi e molti scienziati non allineati

“L’espulsione degli elementi controrivoluzionari e dell’intellighenzia borghese è il primo avvertimento del potere sovietico a questi elementi sociali”, scriveva la Pravda verso la fine di agosto del 1922.

Un paio di mesi più tardi, due navi tedesche, la “Oberbürgermeister Haken” e la “Preussen” salpavano dalle coste sovietiche carichi di influenti pensatori russi.

In tutto oltre 160 persone (contando anche i familiari) furono forzati a lasciare il Paese. Tra questi, professori, medici, insegnanti, economisti, scrittori e figure politiche e religiose. Tutti avevano una cosa in comune: si opponevano fieramente al regime sovietico.

Non fu loro permesso di portare molto con sé: due ricambi di biancheria, calzini e scarpe, una giacca, un paio di pantaloni, una giacca e un cappello. E questo era tutto. Soldi e gioielli non erano permessi, e tutti i beni di valore, comprese le obbligazioni, furono loro confiscati.

Scienziati prolifici

Tra gli espulsi c’era la crema degli intellettuali e degli accademici. Il più famoso di loro era Pitirim Sorokin (1889-1968), uno dei padri fondatori della moderna sociologia. All’epoca della rivoluzione aveva supportato i rivali dei bolscevichi ed era stato arrestato, ma poi si era allontanato dalla vita politica, scrivendo una lettera a Lenin. Dopo qualche tempo a Praga, passò gran parte della sua vita negli Stati Uniti, diventando persino presidente dell’American Sociological Association.

Nikolaj Berdyaev

Poi c’erano famosi scrittori, teologi e filosofi non marxisti, come Sergej Bulgakov, Nikolaj Berdjaev, Nikolaj Losskij, Ivan Ilijn e Semen Frank, che avevano profondamente segnato il pensiero russo prima del 1917. Ma allo stesso tempo, la maggioranza degli emigrati forzati non era composta da nomi famosi. Erano spesso ricercatori o scienziati, e si considera che tra il momento in cui furono esiliati e il 1939 abbiano pubblicato all’estero qualcosa come 13 mila lavori in vari settori scientifici.

Servi ideologici della borghesia

Le ragioni per le quali le autorità sovietiche espulsero così tanti intellettuali erano intanto legate alla riforma dell’istruzione statale. Nel 1921, i bolscevichi frenarono l’autonomia delle università, capendo l’importanza dell’educazione nella creazione di una nuova società socialista, e volendo rafforzare il controllo sui centri educativi. La riforma dell’università causò malcontento e scatenò l’ondata dei cosiddetti “scioperi dei professori”.

Ma c’erano anche altre questioni. Molti intellettuali erano pensatori religiosi e, in quanto tali, non avevano posto nella Russia socialista, e atea, secondo i leader bolscevichi. Ciò si rende evidente se si esamina l’articolo di Lenin del marzo 1922 che aprì la strada per l’azione delle “Navi dei filosofi”. Si intitolava “Sull’importanza del materialismo militante”.

Nel suo articolo Lenin collega la religione e le moderne tendenze filosofiche non marxiste alla posizione di classe della borghesia, il nemico giurato del nuovo Stato proletario russo. Per Lenin, pensatori religiosi e sostenitori di moderni approcci filosofici erano “schiavi ideologici della borghesia”, che in un modo o nell’altro aspiravano alla restaurazione del vecchio sistema capitalistico in Russia. Molti credevano che la borghesia manipolasse le masse usando idee reazionarie, soprattutto religiose, per cui i sovietici erano costretti a regolare i conti con i responsabili di tale ideologia. 

La teocrazia socialista

Tuttavia, c’è anche un’altra dimensione del problema. Come ha fatto notare il pensatore sociale Sergej Kara-Murza nel suo libro “Il crollo dell’Urss”, i bolscevichi costruirono uno stato ideocratico paternalistico basato su un’idea comunemente condivisa di giustizia. L’ideologia svolgeva un ruolo fondamentale in questo sistema. Pertanto, i bolscevichi non potevano tollerare concorrenti dal punto di vista delle idee”.

Uno dei passeggeri delle navi dei filosofi, Nikolaj Berdjaev, un anno dopo essere stato espulso, nel 1923 ha scritto nel suo libro “La filosofia della disuguaglianza”: “Lo stato socialista non è uno stato laico, è uno stato sacrale… assomiglia a un autoritario Stato teocratico. Il socialismo professa una fede messianica. E a guardia dell’idea messianica del proletariato c’è uno speciale clero: il Partito comunista, altamente centralizzato e dotato di poteri dittatoriali”.

Allo stesso tempo, gli uomini che lasciarono via mare la Russia sulle navi dei filosofi non interpretavano la filosofia “come un martello per cambiare il mondo”. Non credevano nella subordinazione della conoscenza e dell’integrità intellettuale a un programma politico”, come è stato sottolineato in una recensione su un libro dedicato all’argomento.

Per questo Lenin tendeva a percepirli come nemici e “spie militanti”. Il suo alleato principale, Lev Trotskij, andò oltre, affermando: “Abbiamo espulso quelle persone perché non c’erano pretesti per fucilarle, ma non c’era la possibilità di tollerarle”.

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