Ivan il Folle, la strategia segreta dei sottomarini sovietici che terrorizzava gli americani

K.Kulichenko/TASS
In piena guerra fredda le acque di vari oceani furono teatro di inseguimenti e pericolose manovre. E la marina sovietica realizzava una serie di impressionanti operazioni per uscire dal campo visivo e dal radar dei nemici

Il braccio di ferro tra i sottomarini sovietici e quelli statunitensi durante la Guerra fredda ebbe come teatro le acque di vari mari. I missili strategici posizionati nei sommergibili dell’Urss spaventavano gli americani. E viceversa.
Così come ha spiegato a Russia Beyond Igor Kurdin, ex capitano dei mezzi navali K-241, K-84 e K-40, l’obiettivo principale dei sottomarini con armi nucleari non era altro che superare la potenza dei propri rivali, in una continua sfida a chi metteva più paura. Qualsiasi esagerazione nell’escalation avrebbe portato alla guerra.
Non era facile ovviamente stabilire chi fosse il vero vincitore di questo braccio di ferro continuo. Ogni sottomarico aveva poi una propria “zona morta”, ovvero un’area nella parte posteriore dell’imbarcazione dove non si riusciva a captare i suoni provenienti dai mezzi nemici, a causa del rumore e delle interferenze causate dagli strumenti dello stesso sottomarino. Gli americani erano soliti “nascondersi” in questa zona quando rincorrevano i propri nemici.
Esisteva ovviamente una manovra tattica speciale per intercettare questo tipo di sottomarini e si chiamava “Verifica dell’assenza di persecuzione”, così come spiega lo stesso Kurdin. Gli statunitensi inventarono un nome proprio: “Crazy Ivan”, ovvero Ivan il Folle.
La manovra prevedeva che il sottomarino eseguisse bruschi e frequenti cambi di direzione sotto l’acqua, tra cui giri da 90º a 180º, per poter individuare eventuali oggetti presenti nella “zona morta” del radar.

Come nacque Ivan il Folle
Questa espressione venne coniata per la prima volta durante un incidente tra il sottomarino sovietico K-108 e quello statunitense USS Tautog (SSN-639) di classe Sturgeon, il 20 giugno 1970, nel mare di Okhots, non lontano dalle acque della Kamchatka.
Il Tautog stava seguendo infatti il sottomarino sovietico a una distanza molto ravvicinata senza essere intercettato. All’improvviso il K-108 iniziò a realizzare una serie di bruschi giri e sparì dallo schermo del radar dell’SSN-639.
Gli statunitensi non furono in grado di individuarlo fino a quando il Tautog non si scontrò, del tutto inaspettatamente, con il sottomarino sovietico. Fortunatamente non ci furono vittime né gravi danni e i mezzi fecero ritorno nei rispettivi porti.
La Marina statunitense all’inizio si ritrovò in un vero e proprio stato si shock. Non si sapeva come rispondere a una manovra così azzardata, imprevedibile e pericolosa. Dopo l’incidente venne infatti imposto agli americani di mantenere una maggior distanza dai sottomarini sovietici durante questi estenuanti inseguimenti.
L’unico modo per fronteggiare Ivan il Folle era spegnere i motori e operare in totale silenzio, per non essere individuati.
Ma la forza d’inerzia dei sottomarini spingeva questi bestioni ad avanzare ugualmente nei fondali e l’incidente avvenuto nel 1970 non fu l’unico. Fortunatamente queste collisioni non causarono mai catastrofi.
La pericolosità di queste manovre

Durante una di queste manovre azzardate però un sottomarino sovietico subì un incidente.
Nel settembre del 1986 il sottomarino con missili balistici K-219 stava svolgendo una missione nelle acque dell’Oceano Atlantico. Non venne tenuta in considerazione una fuga registrata nel sesto silos, che in breve tempo risultò più grave del previsto. E i marinai si ritrovarono a sgottare l’acqua due volte in una sola giornata.
Fu così che Ivan il Folle si rivelò al centro dell’incidente avvenuto poco dopo.

La complessa manovra causò una perdita completa di pressione nel silos del missile, già pieno di acqua. L’esplosione provocò il lancio di un missile nucleare R-27 nell’oceano.
L’equipaggio riportò il sottomarino in superficie e alcune imbarcazioni civili sovietiche furono in grado di salvare la vita a quasi tutti i membri dell’equipaggio. Ci fu un solo morto. Il K-219 affondò nel nord dell’Oceano Atlantico. E ancora oggi riposa in queste acque a una profondità di sei chilometri.

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