Claqueur al Bolshoj al tramonto dell’Urss

Standing ovation al termine di uno spettacolo al Teatro Bolshoj di Mosca durante il periodo sovietico.

Standing ovation al termine di uno spettacolo al Teatro Bolshoj di Mosca durante il periodo sovietico.

: Evgenij Kassin/TASS
Konstantin Ilyushchenko era solo un ragazzo quando iniziò a guidare gli applausi del pubblico nel leggendario teatro moscovita, dirigendo l’entusiasmo della sala durante gli spettacoli delle étoile che hanno segnato la storia del balletto

Il claqueur, dal francese "claque", battere le mani, è una figura che a teatro applaude e grida “Bravo!” a comando, influenzando gli altri spettatori. Anche oggi esiste nel pubblico dei grandi teatri.

Fino al XX secolo queste persone venivano assoldate per interrompere lo spettacolo o fischiare agli artisti. Ma, come sostiene Konstantin Ilyushchenko, che ha lavorato come claqueur al Teatro Bolshoj negli anni del tramonto dell'Unione Sovietica, al giorno d'oggi animano la reazione del pubblico e sostengono gli artisti.

Com'è cominciato tutto?

Era la fine degli anni ’80. Ero un giovane studente. I computer non esistevano ancora e c'era voglia di divertirsi. Il teatro mi interessava e una volta ho provato a "estorcere" un biglietto al Bolshoj. Si avvicinò a me un uomo di mezza età e mi chiese: "Vuoi andare?". Mi diede il biglietto ed entrammo. Lui stesso era un claqueur. Ben presto diventammo amici. Per me, che ero venuto dalle provincia remota della Cecenia, questa realtà appariva magica. Quest'uomo mi parlava della vita teatrale e dei suoi personaggi e ovviamente mi venivano le vertigini.

Andai di nuovo. Poi mi chiesero di partecipare agli applausi. E non mi tirai indietro.

Per gli applausi c'era un qualche segnale particolare?

Il nostro obiettivo era guidare gli spettatori. Iniziavamo a battere le mani e tutta la sala applaudiva insieme a noi. Ci distribuivamo negli angoli e battevamo le mani, conoscendo alcuni momenti precisi in cui era necessario applaudire. Per esempio, al fouetter di una ballerina, iniziavamo a battere le mani e a urlare "Bravo!".

Applaudivamo a tutti, mi sembra. Non abbiamo mai fischiato a nessuno, questo se lo sono inventato al cinema.

 
1/0
 
Chi era l'iniziatore di questa attività?

Queste azioni venivano richieste dalla direzione del teatro. Allora il capo coreografo era Yurij Grigorovich. In tutta questa storia io ero solo un ragazzino, il mio scopo non era guadagnare, ma entrare in un mondo magico.

Ai miei "mentori" facevo domande: perché questo serve a Grigorovich o alla prima ballerina Nina Ananiashvili, che già danzava così bene? Mi rispondevano che era tradizione, dopo uno spettacolo teatrale, applaudire impetuosamente e regalare fiori, o dopo un fouetter gridare "Bravo!" almeno tre volte.

Andavo a teatro quando volevo. Ben presto entrai in contatto anche con la bigliettaia. Il sistema di ingresso era il seguente: mi portavo sempre un vecchio biglietto, glielo mostravo, lei faceva finta di strapparlo, io passavo, e poi durante l'intervallo mi avvicinavo a lei e le davo un rublo.

Vivevo in un dormitorio, conoscevo tante persone. Mi è capitato di portare anche degli amici.

Quindi non veniva pagato?

No. Si considerava il biglietto che ricevevo alla cassa. Allora costava circa 1,8 rubli e potevi rivenderlo 10-20 volte tanto, anche agli stranieri, per ottenere valuta estera. A quel tempo in Urss la valuta estera era ancora vietata. Un paio di volte per strada mi sono avvicinato a degli stranieri che li hanno comprati da me.

Intorno ai biglietti c'è sempre stato un business. Di sabato li vendevano al botteghino, la gente stava in fila e passava la notte lì. A ognuno poi veniva rilasciato un numero limitato di biglietti.

Dietro a tutto ciò c’erano grandi speculatori che compravano i biglietti dalle persone e li rivendevano a prezzi esorbitanti o li cambiavano nei negozi in cambio di merci. Infatti era un momento in cui c'era scarsità praticamente di tutto, dal cibo agli oggetti. Sono stato testimone di come in un negozio centrale di alimentari venivano scambiati biglietti del Bolshoj in cambio di torte.

I biglietti per gli stranieri si vendevano sempre lì al Bolshoj?

Molti sì, sempre lì. Una volta mi ha anche portato via la polizia: hanno visto che dicevo qualcosa ai turisti, ma non capivano cosa. Mi hanno portato in caserma. In tasca avevo dei biglietti che sono riuscito a buttare via senza farmi vedere e il mio amico che mi copriva in lontananza li ha poi raccolti. Così tutto si concluse senza perdite.

Ci parli del circolo dei cloqueur. Chi erano queste persone?

Secondo le mie osservazioni, di solito erano persone modeste, senza famiglia, spesso omosessuali. Ci sono memorie di un claqueur del secolo scorso che racconta come un collega si precipitò a fermare un cavallo che trainava il suo equipaggio, tra cui la prima ballerina. Gli dissero: che fai? Ti potevano pestare a morte! Al che egli rispose: “Hanno quasi rovinato tutto il mio patrimonio!"

Per quanto tempo ti sei occupato di questo?

Quasi fino alla fine degli studi universitari, quindi più di tre anni. Poi è iniziata la perestrojka, le cose hanno iniziato a cambiare, sia nella vita del teatro che nella mia.

Continua a leggere:

Così la Scala conquista il Bolshoj. L'intervista esclusiva al direttore generale del teatro scaligero Maria Di Freda

La nuova stagione del Bolshoj

Il tempio dell’arte compie 240 anni

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta