Attentato a Volgograd, la kamikaze era diretta a Mosca

Il punto dell'attentato kamikaze al bus di Volgograd (Foto: Ria Novosti)

Il punto dell'attentato kamikaze al bus di Volgograd (Foto: Ria Novosti)

Gli investigatori stanno cercando di capire le ragioni dietro l’attacco che ha fatto 6 vittime e oltre 30 feriti

La donna kamikaze che si è fatta esplodere su un autobus a Volgograd, nel Sud della Russia, era già da tempo sotto il controllo dei servizi di sicurezza. Stando alle testimonianze dei parenti, l’attentatrice era affetta da una grave malattia ed era molto religiosa. Le forze dell’ordine avvertono che i terroristi di oggi sono perlopiù giovani, reclutati via Internet, che non assomigliano affatto a dei criminali.

Il 23 ottobre 2002 l'attacco al teatro Dubrovka di Mosca

Quasi mille persone tenute in ostaggio. Tre infiniti giorni di trattative. Fino alla fine, disperata, di quel sequestro che portò alla morte di quasi 130 civili e 40 guerriglieri. Il 23 ottobre 2002 la Russia e il mondo intero si fermarono davanti ai tragici fatti che stavano avvenendo all’interno del teatro Dubrovka di Mosca, dove un gruppo di terroristi per tre giorni tenne in ostaggio il pubblico e la compagnia teatrale che in quel momento stava rappresentando il musical “Nord Ost”. L’assedio si concluse con l’intervento delle forze speciali russe, che introdussero gas soporifero all’interno dei condotti di areazione. L’operazione venne a lungo criticata e ci si interrogò sulla responsabilità del gas sulla salute e sulla morte di alcuni ostaggi (Lucia Bellinello)

Nella giornata di martedì 22 ottobre 2013, il Comitato d'inchiesta della Federazione Russa e gli agenti di polizia hanno continuato le indagini sull’esplosione avvenuta il 21 ottobre su un autobus a Volgograd. Secondo Vladimir Markin, rappresentante ufficiale del comitato di inchiesta, nel giorno stesso dell’attentato, gli inquirenti avevano interrogato già 50 testimoni. Si è stabilito che la presunta terrorista Naida Asiyalova arrivò a Volgograd da Makhachkala a bordo di un autobus di linea diretto a Mosca. Per qualche ragione, che rimane ancora sconosciuta, l’attentatrice scese dal pullman in prossimità dell’accademia del Ministero degli Interni di Volgograd, circa un’ora prima dell’esplosione.

Secondo gli specialisti, la potenza dell’esplosione è stata inferiore a quella riportata dai media. L'ordigno conteneva circa 500-600 grammi di tritolo, oltre a pezzi di metallo per renderla più letale. Tale informazione, tuttavia, non è stata ancora confermata.

Gli inquirenti hanno stabilito che la Asiyalova comprò un biglietto dell’autobus per Mosca, via Volgograd. Quando stava già per lasciare la città, la donna decise di scendere dall’autobus e ritornare in centro a Volgograd. Gli investigatori stanno cercando di capire se ciò fosse pianificato oppure se la Asiyalova abbia cambiato i piani all’ultimo momento.

Credit: Dan Pototsky
La Russia e l'integrazione etnica

Secondo fonti dei servizi speciali, è possibile che la presunta attentatrice abbia ricevuto il materiale esplosivo proprio a Volgograd. Sarebbe stato, infatti, troppo rischioso trasportarlo direttamente da Makhachkala. La polizia avrebbe potuto scoprirlo durante i controlli che precedono la partenza degli autobus a lunga percorrenza. Queste procedure di sicurezza sono molto comuni a Makhachkala, dove vengono praticate già da molto tempo.

La Asiyalova e i suoi collaboratori si trovavano già da tempo sotto la lente dei servizi speciali russi. Secondo alcune informazioni, il suo destino era già stato deciso: sulla donna pendeva l’arresto, o nel peggiore dei casi, l’“eliminazione”. Era una questione urgente, la cui decisione finale si sarebbe dovuta prendere nel giro di giorni, se non di ore. La Asiyalova sapeva di essere ricercata, per questo non si fermava mai nello stesso posto per troppo tempo.

I servizi speciali evidenziano come ultimamente le bande criminali abbiano difficoltà a reclutare nuove leve. Tutti i fuorilegge sono già stati assassinati o si trovano dietro le sbarre. Ecco perché i moderni “combattenti della fede” sono giovani e studenti, la maggior parte dei quali vengono reclutati attraverso Internet.

A Guniba, il piccolo villaggio di 2.500 abitanti, situato in Daghestan, nel Sud della Russia, dove era nata Naida Asiyalova, la gente è rimasta sconvolta dalla notizia dell’attentato.

“Conosco bene questa famiglia, - racconta la vicina della famiglia Asiyalov, Patimat Nazhmudinova, che lavora come redattrice in un giornale locale. - La loro casa è piuttosto piccola. Ravzat Asiyalova, la madre dell’attentatrice, vive da sola da quando le sue figlie se ne sono andate. Fa la postina. Naida rimase in un orfanotrofio fino all’età di 5 anni. Nessuno sapeva che Ravzat l’avesse messa al mondo per poi abbandonarla. Quando, negli anni Ottanta, l’orfanotrofio chiuse, il nonno ricevette una lettera in cui gli si diceva che aveva una nipote e lui la prese con sé”.

Naida aveva lasciato il suo villaggio natale molto tempo fa. Non era molto religiosa a quell’epoca; si appassionò alla religione solo tre anni fa. La maggior parte degli abitanti dei villaggi, in Daghestan, sono molto religiosi, ma non impongono le loro credenze su nessuno. Non dicono alle persone in chi e come dovrebbero credere. Naida, invece, faceva l'esatto contrario. Alla fine, il padre la rinnegò pubblicamente. “Più tardi, la madre si recò a Mosca per assistere al suo matrimonio. Era molto orgogliosa del fatto che il marito di Naida fosse un brav’uomo, un turco”, dicono i vicini. “Naida aveva dei problemi di salute. Il marito turco le pagò una costosa operazione dentale”.

Tuttavia, presso lo studio dentistico o da qualche altra parte, Naida contrasse una brutta infezione e i suoi nuovi denti iniziarono a farle male. A causa della gravità dell’infezione, le vennero rimosse le corone dentali. Qualcuno parlò addirittura di un sarcoma, che causa l’erosione delle ossa. Poco dopo, il marito chiese il divorzio. La donna, che non aveva soldi né per sopravvivere né tantomeno per pagare le cure mediche, cercò di raccogliere denaro attraverso i social network. Secondo i vicini, le sue richieste di aiuto attrassero l’attenzione dei terroristi che le pagarono le medicine e, allo stesso tempo, la arruolarono.

Tra i militanti, la Asiyalova assunse un secondo nome, musulmano: Amaturahman. E il suo secondo marito, un russo, era un criminale conosciuto con il soprannome di “Giraffa”.

Naida conobbe il suo secondo marito, Dmitri Sokolov in Russia, a dei corsi di arabo. Dmitri si era convertito all'Islam ed era diventato un membro piuttosto attivo della banda criminale di Makhachkala, dove ricopriva il ruolo di fabbricante di ordigni. Le forze dell'ordine ritengono che Dmitri, che risponde anche al nome di “Abdul Jabbar”, sia l’artefice delle bombe utilizzate dalla kamikaze Madina Aliyeva, che si fece esplodere in pieno centro a Makhachkala, causando la morte di una persona e 15 feriti, secondo quanto affermato da una fonte dei servizi di sicurezza del Daghestan.

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