L’uomo che donò l’eternità allo zar

Disegni di Natalia Mikhailenko

Disegni di Natalia Mikhailenko

L’architetto francese Etienne Falconet firmò il monumento “Il cavaliere di bronzo” dedicato a Pietro il Grande. Un’opera colossale, che ancora oggi simboleggia la maestosità dell’impero russo

Per una serie di coincidenze, il principale simbolo dell'Impero russo, vale a dire il minaccioso “Cavaliere di bronzo“ che placa gli elementi è stato creato da uno straniero di nome Etienne Falconet (1716-1791).

Ancor prima di realizzare il “Cavaliere“, Falconet era maestro di fama. Suo committente era la marchesa de Pompadour in persona, la favorita del re di Francia Luigi XV, amico di Voltaire e Diderot, principali filosofi dell'età dell'illuminismo. Fu Diderot a suggerire all'imperatrice Caterina di invitare Falconet a lavorare sul monumento a Pietro.

Il maestro fu molto stupito dalla richiesta, dal momento che da tempo ormai, nessun committente desiderava realizzare alcunché di grande, tale da rimanere nei secoli. Nella sua carriera, aveva realizzato sculture di piccole dimensioni, molto belle; si era occupato di porcellana nella famosa fabbrica di Sèvres; aveva ornato con sculture il parco di Versailles: tutto ciò però non lo soddisfaceva. Era alla ricerca di molto di più..

Perché la scelta cadde proprio su Falconet? Difficilmente Caterina era in grado di orientarsi tanto bene nella scultura francese. In primo luogo, ella si fidava del gusto di Diderot. Diderot non avrebbe mai consigliato male. In secondo luogo, Falconet aveva accettato di lavorare per un compenso inferiore rispetto a quello richiesto da altri maestri: in totale gli avevano promesso duecentomila lire, una somma di poco conto per ben dodici anni di lavoro svolti dal maetro stesso sul progetto.

Il monumento risultò essere molto insolito. Per consuetudine, gli zar venivano rappresentati con gli attributi del potere – lo scettro, il manto, la corona. Nulla di tutto ciò figurava invece nell'opera di Falconet, ma solo una figura a cavallo ritratta in maniera laconica e rigorosa. A proposito, il cavaliere stesso non è di rame ma di bronzo (in russo, Mednyj vsadnik - questo il titolo del poema di Pushkin con il quale in seguito venne ribattezzata la statua - non significa Cavaliere di bronzo, bensì di rame, nonostante il cavaliere sia, appunto, di bronzo) mentre l'enorme masso sotto di lui, di granito; si narra che esso sia stato staccato da un fulmine. Il masso venne trasportato dalle rive del Golfo di Finlandia per una distanza di ben otto verste (una versta = 1.067 m), ed era talmente imponente che per trasportarla ci volle quasi un anno. Questo basamento doveva simbolizzare la barbarie e il caos cui Pietro metteva fine, domandoli.

Curioso è che il serpente che si trova dietro il cavallo sia stato realizzato da uno scultore russo e non da Falconet. Originariamente, il serpente non era previsto nel piano dell'opera, ma divenne necessario solo in un secondo momento, per rendere più stabile il monumento che altrimenti avrebbe potuto crollare. Fu solo in seguito che si decise di identificare nel serpente tutte le trame dei nemici e degli invidiosi. In conclusione, si ottenne come interpretazione che lo stato senza i nemici rischia di perdere il suo equilibrio... 

 
I 230 anni del Cavaliere di Bronzo

Falconet scolpì dal vivo. Per suo ordine, un ufficiale della guardia venne fatto correre su una piattaforma di legno in sella a un cavallo che avrebbe fatto impennare. E così per centinaia di volte e per diverse ore al giorno. A questo proposito vennero scelti i migliori cavalli della scuderia imperiale, mentre per la figura di Pietro I posò un generale che aveva circa la stessa altezza e stazza dell'imperatore. Tale generale venne trovato con fatica, dato che Pietro era di statura gigantesca, ben due metri di altezza.

Già durante i lavori fu chiaro che si sarebbe trattato di qualcosa di colossale, della principale statua dell'Impero russo. E per questo, ovviamente, tutti vollero prendervi parte consigliando a Falconet di fare in un modo piuttosto che in un altro. L'imperatrice Caterina interferiva perennemente nei lavori e allo stesso modo i funzionari governativi, fra i quali il presidente dell'Accademia delle Arti. Falconet sopportò a lungo, infine tutte le pretese e i capricci lo stancarono ed egli perdette la calma definitivamente. Senza neppure attendere l'installazione del monumento, lasciò San Pietroburgo.

Come risultato finale, Pietro indica con la mano la Svezia. Dalle parti della Svezia risponde un analogo monumento equestre dedicato al re svedese Carlo che mostra con la mano in direzione della Russia. Carlo era il principale avversario di Pietro, il suo nemico giurato. Ed ecco come dopo la morte di entrambi, i loro monumenti si indicano con la mano da due confini lontani.

Falconet partì per la Francia e il suo monumento non lo vide mai in vita sua. Non lo invitarono neppure all'inaugurazione, e in generale egli non tornò mai più in Russia. Tuttavia, Caterina gli consegnò a Parigi una medaglia d'oro con impressa la silhouette del Cavaliere di bronzo. Quando Falconet venne premiato con questo riconoscimento, scoppiò in lacrime: aveva compreso di aver realizzato l'opera della sua vita. Letteralmente mezzo anno dopo la consegna della medaglia russa fu colpito da una paralisi che lo costrinse a trascorrere gli ultimi otto anni della sua esistenza in un letto.

Stupefacente è la sorte di Falconet. Comparve, creò una statua geniale, se ne dipartì e morì. Perché proprio lui? Perché un francese, uno straniero? Per di più neppure così noto: in Francia è ora praticamente dimenticato. Ma proprio a lui toccò creare il simbolo universale dell'impero russo. Il cavaliere sul suo destriero imbizzarrito. L'uomo che doma gli elementi. Miglior simbolo non si sarebbe potuto trovare.

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