Noi, soldati tornati a casa

Artem Protsyuk
Nel giorno della Festa dei difensori della Patria, che si celebra in Russia il 23 febbraio, Rbth vi racconta le storie degli uomini che hanno combattuto in Cecenia e Afghanistan e che hanno vissuto l'orrore della guerra

I soldati che hanno vissuto la guerra fanno fatica a tornare alla vita normale. È ciò che gli psicologi definiscono disturbo post-traumatico da stress e che la gente comune chiama più semplicemente sindrome afghana o cecena.  

In questa condizione il cervello è sottoposto a una serie di sofferenze psicopatologiche e tende a eliminare e rimuovere dalla memoria le esperienze dolorose vissute nel passato, costringendo la persona che ne è vittima a vivere in uno stato di stress per mesi e talvolta per anni.

Questa fotostoria racconta la vita dei soldati russi in guerra e il loro successivo adattamento alla vita civile.

Vladimir Kravchenko

1985-1987

Afghanistan (provincia di Ghaznij)

Eravamo nel carro armato quando siamo saltati su una mina incendiaria. La torretta del carro armato si è staccata ed è balzata a sei metri di distanza. Il comandante e il conducente giacevano sul fondo del mezzo e io in quel secondo mi sono ritrovato sotto i frammenti di quel che restava della torretta. Siamo rimasti tutti vivi per miracolo.

Quando sono tornato mi sono dato alla vodka. Ho continuato a bere per una decina d’anni.

La mia nuova famiglia e il lavoro mi hanno aiutato a uscirne. Solo loro hanno potuto tirarmi fuori dall’abisso in cui ero caduto.

Fonte: Artem ProtsyukFonte: Artem Protsyuk

Dmitrij Dagas

1983-1985

Afghanistan (Bagram-Panjshir)

Come trofeo mi è rimasto il passaporto del ribelle afghano che ha cercato di spararmi. È una fortuna che quel giorno sia stato io il più veloce.

Dopo la guerra ho trascorso cinque anni in un letto d’ospedale per le ferite e la gamba amputata. A causa della malattia ho cominciato a balbettare, mi tremava un occhio, avevo continuamente dei “dolori fantasma” alla gamba che poi a causa della protesi di pessima qualità che mi hanno dato  sono stati sostituiti da quelli veri. Sentivo il bisogno della solidarietà di chi mi stava intorno, ma poi ho capito che non dovevo aspettarmi niente dalle persone che avevo vicino.

Non sapevo cosa fare della mia vita e mi sono messo a bere. Dall’alcolismo mi ha tirato fuori un amico quando mi ha liberato dalla corsia d’ospedale e mi ha portato nella natura: abbiamo trascorso tre settimane all’aria aperta in compagnia di ragazze. Al ritorno ho deciso di iscrivermi a un istituto d’arte e da lì è cominciata per me una nuova vita. Credo che siano stati proprio gli amici e l’arte a salvarmi come uomo.

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Oleg Ryabikov

1995

Cecenia (Groznij)

Nell’inverno del 1995 mentre rastrellavamo Groznij alla ricerca dei miliziani siamo finiti sotto “il fuoco amico”. Abbiamo dovuto fuggire dai nostri e la nostra operazione è fallita. Ci è andata bene che quel giorno non abbiamo perso nessuno.

Poi, una volta tornato nella vita civile, ho capito che a nessuno importava niente di ciò che era successo: la vita seguiva il suo corso, la gente aveva ben altro a cui pensare che non alla Cecenia e a tutti i suoi orrori. A non essere indifferenti erano solo i nostri famigliari.

Fonte: Artem ProtsyukFonte: Artem Protsyuk

Mikhail Alimov

1981-1983

Afghanistan  (Kandahar-Shindand)

Una volta la nostra colonna, composta da 42 camion, è stata bombardata dall’artiglieria. Solo al cinema i combattimenti a fuoco sembrano così belli ed eroici. Nella realtà dovunque divampano le fiamme e c’è una gran confusione. Io e il mio autista abbiamo puntato il mitra da una finestra e ci siamo messi a sparare dappertutto.

All’improvviso lui si è messo a gridare e ho capito che l’avevano ferito alla gola. Gli ho chiesto: “Ce la fai a guidare?” e l’ho sentito rispondere: “Sì, ce la faccio!”. Gli ho stretto la ferita e Nikolaj ha afferrato il volante. In questo modo siamo riusciti a raggiungere i nostri. Dopo questo incidente dal comando è giunto l’ordine che in situazioni simili era vietato bloccare la colonna.

Riabituarsi alla vita normale è stato difficile. Non riuscivo a dimenticare la guerra e le sue immagini mi tornavano ossessivamente in mente.

Al tempo stesso non me la sentivo di tornare in Afghanistan, ma malgrado ciò non mi rammarico del tempo passato in guerra. Non è tanto un fatto di patriottismo quanto di autostima. Ho semplicemente fatto il mio dovere e grazie a Dio sono rimasto vivo.

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Vladimir Popov

1999-2010

Cecenia

In guerra ognuno di noi portava con sé due proiettili “di riserva”: uno per sé e l’altro per il proprio compagno. Questo per liberare in caso di necessità il proprio compagno dalle sofferenze e per non finire catturati.

È stata una delle ragioni per cui una volta tornati dalla Cecenia la vita normale ci sembrava così assurda. Tutto era troppo intenso e anomalo. Provavi a cercare un lavoro, ma non sapevi far altro che combattere. Ti sentivi terribilmente oppresso e non era facile uscirne. Questo periodo di reinserimento nella vita normale distrugge le persone: cominciano a bere, a drogarsi o diventano dei delinquenti.

I primi sei mesi che ho trascorso a casa, scattavo al minimo rumore e mi guardavo intorno in cerca del nemico: non mi entrava in testa che la gente potesse semplicemente passeggiare per strada e le auto circolare per la città. Prendevo nota mentalmente di tutti i punti dov’era più comodo collocare le mitragliatrici o un cecchino.

Ad aiutarmi a reinserirmi nella vita normale non sono stati gli psicologi, ma gli altri reduci perché è più facile parlare con una persona che ha vissuto le tue stesse esperienze. 

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