Viaggio tra gli Hezhen, la piccola etnia indigena della Russia che ha i cognomi solo dal 1974

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EKATERINA SINELSHCHIKOVA
Quando fu deciso che tutti i sovietici dovessero avere un documento di riconoscimento (il “passaporto interno”) si pose il problema: questo popolo aveva solo i nomi di battesimo. Ecco come risolsero la questione e come vivono oggi questi circa 10 mila appartenenti a una delle culture più antiche dell’Estremo Oriente russo

Ci sono molti fatti curiosi sul popolo Hezhen (noto anche come Nanai, Goldi o Samagir). Per esempio, erano chiamati “dalla pelle di pesce”, perché la usavano per farci i loro abiti. Oggi un tale costume Hezhen costa tra i 2.000 e i 3.500 euro. Oppure: per i morti cucivano un pettorale con un ricamo a forma di intestino, e facevano una piccola bambola di legno in suo onore, e la “nutrivano” per un anno dopo la morte del defunto. Infine, una cosa strana sono i cognomi del popolo Hezhen. Ce ne sono solo trenta, e non da molto. 

Gli Hezhen, come molti rappresentanti di piccoli popoli della Russia, sono ormai quasi assimilati ai russi. Non molte persone conoscono, né tantomeno parlano la lingua nanai (che appartiene al gruppo delle lingue tunguse) nella loro vita quotidiana. Tuttavia, gli Hezhen sono pur sempre gli indigeni dell’Estremo Oriente: erano su questa terra prima che arrivassero i cinesi e poi i russi.

Chi sono gli “uomini della Terra”? 

Quale sia l’origine degli Hezhen è ancora un mistero per i ricercatori. Alcuni ritengono che i loro antenati originariamente vivessero nel territorio della Manciuria (nel nord-est della Cina moderna), e che si siano in seguito spostati verso il basso corso del fiume Amur e nella valle del fiume Ussuri. Altri, come l’etnografo Lev Shternberg (1861-1927), sostengono invece l’ipotesi che il popolo Hezhen sia emerso da una mescolanza etnica di diverse tribù locali. Questa teoria è stata confermata dall’analisi genetica del popolo Hezhen. Si è scoperto che i diversi clan Hezhen differiscono in modo impressionante l’uno dall’altro nella loro composizione etnica: la traccia genetica di qualcuno risale ai cinesi, di qualcun altro ai turchi, di qualcun altro ancora ai mongoli o ai tungusi. 

E anche se la prima menzione su insediamenti Hezhen in Russia risale al XVII secolo, essi vivono su questa terra da secoli. Il nome “Nanaj”, più usato in Russia rispetto al cinese “Hezhen“, si traduce come “uomo della terra”: “na” significa terra e “naj” uomo.

Secondo il censimento del 2010, ci sono 11.671 Hezhen che vivono in Russia. Altri 4.600 Hezhen vivono invece sul territorio diventato cinese dopo il Trattato di Pechino del 1860, che, a cavallo dei fiumi Amur e Ussuri, divise tra Russia e Cina l’area dove questo popolo è stanziato.

Il ruolo del cane nella religione tradizionale

Quando i russi arrivarono nell’Estremo Oriente, gli indigeni furono messi di fronte a una scelta: accettare l’autorità russa o lasciare la zona. Il popolo Hezhen scelse di rimanere nelle sue terre storiche. Oggi, più del 92% degli Hezhen russi vivono nel Territorio di Khabarovsk: sia nel capoluogo che in villaggi sulle due rive dei fiumi Amur e Ussuri, a circa 4 ore di viaggio da Khabarovsk. 

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Al popolo Hezhen fu poi dato un nuovo ultimatum nella seconda metà del XIX secolo, per la conversione dal paganesimo all’ortodossia. Il popolo Hezhen spiritualizzava la natura, con la quale entrava in contatto attraverso gli sciamani e con l’aiuto dei cani. Veniva ritenuto che i cani fossero guide e aiutanti; era con il loro aiuto che gli sciamani trovavano le anime umane “rubate”.  

Delle anime dei morti si prendevano cura in modo diverso. Un pettorale funebre con un disegno di un intestino veniva cucito per chi moriva, in modo che l’anima potesse nutrirsi. Una pietra era posta ai piedi del morto all’interno della bara, per evitare che il defunto salisse alle anime dei vivi. Allo stesso scopo, il defunto veniva portato fuori dalla casa attraverso un buco appositamente aperto in una parete o una finestra rotta, ma mai attraverso la porta, in modo che non ritrovasse la strada di casa. Credevano che l’anima del defunto “vivesse” per un anno in una piccola bambolina di legno chiamata “pane”. Ogni giorno la bambolina veniva nutrita e dopo un anno lo sciamano mandava l’anima nell’aldilà. Fino alla fine del XIX secolo, gli Hezhen seppellivano i loro morti in edifici fuori terra; poi hanno cominciato a seppellire i morti sotto terra.  

Il costume tradizionale del popolo Hezhen è composto da una vestaglia a larghe falde e da pantaloni, ricamati con motivi che significano sempre qualcosa: protezione dagli spiriti maligni, buona salute, una buona pesca, ecc. “Vede questo pettorale? L’ho fatto io stessa. È stato progettato per allontanare gli spiriti maligni. Più ornamenti metallici ci sono e più forte tintinnano, meglio è. Anche se questi pettorali venivano indossati sotto i vestiti, ora è comune indossarli in bella vista”, spiega Elena, che vive nel villaggio di Sikachi-Aljan.

Molti Hezhen contemporanei hanno due fedi. Vanno in chiesa, ma allo stesso tempo nutrono gli spiriti del fiume “per avere fortuna” e per ogni evenienza. lasciano monete al “seven”, la scultura rituale.

Come inventarsi un cognome

Quando venne il momento di ottenere il passaporto sovietico (il passaporto interno; sostanzialmente una carta d’identità e non un documento per i viaggi all’estero), gli Hezhen si imbatterono per la prima volta nel problema di dover avere un cognome. Semplicemente non li avevano mai avuti fino al 1974. Il documento, divenne obbligatorio per tutta la popolazione del Paese (eccetto il personale militare) oltre mezzo secolo dopo la formazione dell’Urss, e fu allora che gli Hezhen dovettero inventarsi dei cognomi, e usarono la logica più ovvia. Come cognomi presero il nome del clan a cui appartenevano. Il risultato fu un totale di 30 cognomi Hezhen: Possar, Aimka, Digor, Nuer, Jukomzan, ecc.

Il più numeroso era il clan Beldy. Il suo rappresentante più celebre è il cantante Kola Beldy (1929-1993). Con la canzoneUvezù tebjà ja v tundru” (ossia: “Ti porterò nella tundra”), il cantante ottenne il secondo premio nella competizione principale del Festival Internazionale della Canzone di Sopot (Polonia), dopo di che girò in tournée per molti anni, visitando 46 Paesi del mondo. Gran parte del popolo sovietico ha sempre pensato che Kola Beldy appartenesse a qualche popolazione dell’Estremo Nord, come i Nenets o i Ciukci, visto che il testo della canzone più famosa (altre del suo repertorio) è incentrato sulla vita nella tundra e sull’allevamento delle renne, anche se il popolo Hezhen non ha mai vissuto nella tundra né ha mai allevato renne. 

Gli Hezhen sono tradizionalmente pescatori. Circa 140 specie di pesci vivono nel fiume Amur. E anche i cinque mesi del calendario Hezhen prendono il nome da diversi pesci.

Gli Hezhen del XXI secolo 

Le case degli Hezhen contemporanei differiscono poco da quelle dei russi, e così lo stile di vita. Internet, elettrodomestici, automobili, barche a motore moderne e generatori elettrici portatili che permettono di avere una fonte di energia ovunque: tutto questo è usato dal popolo Hezhen anche nei villaggi più remoti. E la maggior parte di loro, soprattutto i giovani e chi è in età lavorativa, non vivono nei villaggi, ma nelle città, dove l’etnia Hezhen è minoranza.

“È bello essere un Hezhen in un villaggio Hezhen e andare in una scuola Hezhen, ma poche persone lo fanno. E quando sei da solo in tutta la scuola, tutti considerano un loro dovere prenderti in giro. E non mancano le offese”, racconta Leonid Sungorkin, presidente dell’Associazione per la protezione della cultura, dei diritti e delle libertà delle minoranze indigene della Manciuria Esterna (Priamurje).

Anche la pesca, mezzo di sussistenza tradizionale di queste persone e loro principale fonte di reddito, è subordinata alla realtà moderna. In Russia la legge stabilisce quali popoli indigeni abbiano il diritto di pescare e quanto pesce possano pescare. Per gli Hezhen sono 50 chilogrammi di pesce a persona all’anno e per una famiglia con molti bambini sono 100 chilogrammi all’anno. Questo è il sussidio speciale più “forte” che hanno, ma che, secondo il parere degli Hezhen, funziona ben poco. Agli Hezhen urbanizzati non serve a niente: non hanno una barca, reti, sono anziani o hanno un lavoro fisso e non hanno tempo per andare pescare. E non c’è compensazione finanziaria per la mancata cattura del pesce.

“Gli Hezhen ricevono anche un appezzamento di bosco da cui ricavare il legname da costruzione per la casa. Ma anche questa è una storia complicata, perché assegnano loro pezzi di bosco spesso molto lontani e si aspettano che una persona disboschi la taiga, la tagli, la pulisca, prepari il materiale, trasporti tutti questi metri cubi di legname… Questo non è realistico”, si lamenta Sungorkin.

Ma alcuni Hezhen hanno comunque trovato il modo di capitalizzare le loro tradizioni. Negli anni Dieci del Duemila hanno iniziato a sviluppare l’etno-turismo, trasformando la cultura Hezhen in un’attrazione per i turisti.

“I viaggi negli insediamenti degli Hezhen sono sempre più richiesti. Stiamo lavorando in questo settore dal 2016, e la richiesta di simili tour non accenna a diminuire. La gente arriva dappertutto: dalla nostra regione, dalle regioni vicine, e persino da Mosca [8.240 km a ovest di Khabarovsk; ndr] e da altre regioni della Russia occidentale”, dice Olga Pomitun, rappresentante dell’agenzia di viaggi “Voyage” di Khabarovsk. 

Nel tipico villaggio Hezhen, i turisti possono tirare con l’arco, imparare a cucinare e assaggiare i piatti popolari, giocare ai giochi Hezhen e comprare manufatti dell’artigianato etnico.


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