Perché stanno morendo così tante persone nel tentativo di scalare il Monte Elbrus?

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È la vetta più alta della Russia e dell’intera Europa, con i suoi 5.642 metri, e ha la fama di essere una montagna “semplice” da conquistare, visto che non servono specifiche capacità alpinistiche e di arrampicata per arrivare fino in cima. Ma allora perché miete così tante vittime?

La notte del 23 settembre scorso, un gruppo di 19 persone si è diretto verso il Passo Sedlovina del Monte Elbrús, a 5.416 metri sul livello del mare, punto di partenza per salire dritti in vetta (5.642 metri). C’era vento forte, ma il tempo era considerato “stabile”. L’organizzatore di questa ascensione, Denis Alimov, dirà in seguito: “Abbiamo camminato di notte, perché c’era una finestra temporale di meteo adatto. Non perfetto, non il migliore, ma era l’unica opzione [per scalare la vetta] nei successivi cinque giorni”.

Ma quando mancavano ormai solo 100 metri alla cima, il tempo è cambiato drasticamente: il vento si è intensificato, la pressione è diminuita. In questo contesto, una turista, Anna Makarova, titolare di un negozio di manicure, si è sentita male. L’hanno fatta scendere dal passo, ma nonostante la diminuzione di altezza, è peggiorata. In breve ha perso conoscenza ed è morta un’ora dopo tra le braccia della guida. “La guida le ha fatto annusare il carbonato d’ammonio, le ha dato del tè. Niente è stato d’aiuto”, ha raccontato Alimov.

Intanto, il grosso del gruppo aveva continuato la sua ascesa. Ma presto la visibilità è scesa a mezzo metro, una neve spessa ha cominciato a cadere, la temperatura è scesa a -20 ºC e la velocità del vento è aumentata a 40-70 metri al secondo (144-252 chilometri all’ora). Poi, prima di raggiungere la vetta, il gruppo ha iniziato a scendere in cordata. Senza successo. “Si erano persi. Sono caduti, sono precipitati per circa 100 metri sul ghiaccio vetrificato; non potevano in alcun modo piantare la piccozza. Un uomo si è rotto una gamba. Abbiamo subito lanciato un sos e mandato le coordinate all’MChS [i soccorritori del Ministero delle Situazioni d’Emergenza; ndr]. Abbiamo atteso due ore, ma visto che non arrivava nessuno, intanto abbiamo portato il ragazzo più in basso”, ha detto Dmitrij Parakhin, un musicista che faceva parte del gruppo.

Una squadra di soccorritori al lavoro

Il ritardo è stato fatale. Mentre si occupavano della gamba ferita, il resto dei partecipanti ha iniziato a congelarsi. Il ricetrasmettitore che usavano sulla montagna era inutile. È stato possibile contattare davvero i soccorritori solo alle 17. Questo è stato fatto dalla guida che era uscita dal gruppo con la turista in precedenza. Due persone hanno perso i sensi e sono morte sul posto. Altre due, sulla barella dei soccorritori. Le guide hanno riportato gravi congelamenti e ferite, una di loro è praticamente diventata cieca, a causa delle ferite procurate agli occhi dalla neve ghiacciata spinta dal vento.

In generale, la salita all’Elbrus, la montagna più alta d’Europa, è ingannevolmente complessa nella sua semplicità. Non serve alcuna abilità di arrampicata per raggiungere la vetta. Se non ci si allontana dalla via normale, non ci sono zone rocciose con bisogno di moschettoni, ganci e corde: basta solo salire come in un lungo trekking. Per questo motivo, la gente va spesso sull’Elbrus, e spesso questa è la prima montagna della loro vita. Lassù arrivano impiegati d’ufficio, in gita aziendale, pensionati e adolescenti. Queste vuol dire decine di persone da tutto il mondo ogni giorno. Il giro di affari, sotto forma di tour commerciali sulla vetta dell’Elbrus, è in forte espansione. Tuttavia, la montagna miete annualmente 15-20 vittime in media, e questo numero non è giustificabile con la facilità di cui molti parlano.

Un ragazzo senza gambe e un uomo di oltre 80 anni sono arrivati in vetta

Esistono diversi percorsi per conquistare l’Elbrus: arrivano sulla montagna da nord, da est e da ovest, e il percorso più semplice passa attraverso il villaggio di Tersk, a sud. La stragrande maggioranza dei gruppi inizia le proprie spedizioni da questo lato (come aveva fatto il gruppo con le vittime del settembre 2021).

“L’arrampicata sull’Elbrus è considerata facile, prima di tutto, per la disponibilità di funivie”, spiega Aleksandr Jakovenko, scalatore e giudice della Red Fox Elbrus Race, una competizione internazionale di skyrunning che si tiene qui ogni anno a maggio, dal 2008. La funivia raggiunge l’altezza di 3.850 metri, quindi più della metà del percorso può essere superata restando comodamente seduti. E se lo si desidera, si può salire ancora, fino ai 4.800 metri, in motoslitta o gatto delle nevi. Di conseguenza, non rimane poi molto da percorrere a piedi. Jakovenko ha portato sua figlia sulla vetta quando aveva solo 14 anni.

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Aleksandr Sukharev, proprietario di Elbrus Climbing (noto come “Strakhu net”; ossia “Nessuna paura” prima del rebranding), in una conversazione con Russia Beyond insiste sul fatto che la montagna è semplice: non ci sono elementi tecnici complessi, né zone pericolose per le valanghe. “Almeno sulle rotte dove vanno i turisti. Ci sono punti pericolosi solo nelle valli dove si accumula la neve e tutte le valanghe si verificano in inverno e all’inizio della primavera. Ma questo non ha nulla a che fare con l’arrampicata. Il grado di difficoltà dell’Elbrus è di categoria 1B [la più semplice nella classificazione alpinistica russa, paragonabile a un livello I/II nella scala internazionale UIAA; ndr), il che significa che praticamente qualsiasi persona, se è in buone condizioni di salute, può arrivare in cima senza un allenamento specifico.”

Sukharev ricorda che persino un ragazzo senza le due gambe è salito di recente in vetta, e due suoi clienti avevano uno 80 anni, l’altro più di 80. “Quello più anziano è salito con le bombole per l’ossigeno, ma l’altro senza. Questo dovrebbe dirvi qualcosa”.

Anche Viktor Saleev, un commerciante di Kaliningrad di 29 anni, è andato sull’Elbrus nell’agosto dello scorso anno come parte di un tour commerciale. “Sono andato in montagna per l’avventura, la passione escursionistica e la sfida sportiva”, dice. Nonostante la mancanza di esperienza, ha scelto la via orientale perché più “sportiva”: voleva percorrere il sentiero avanti e indietro con e proprie gambe e non con le funivie. “Questa via è considerata “selvaggia”, perché non ci sono rifugi, funivie, battipista e l’intero sentiero viene battuto durante la marcia”, racconta Viktor.

Avendo capito per tempo che avrebbe dovuto portare uno zaino del peso di 35 kg per ben 10 giorni, sei mesi prima della salita, ha iniziato l’allenamento cardio ed è andato in palestra. “Le mie aspettative hanno coinciso completamente con la realtà della spedizione. Ma quando le agenzie di viaggio dichiarano che il percorso è adatto a persone con qualsiasi condizione fisica, questo può essere fuorviante”, mette in guardia. “Nel nostro gruppo sono arrivati tutti in cima, ma qualcuno lo ha fatto con grande dolore e sofferenza, al limite delle proprie forze”.

“Lassù è l’inferno!”

Negli ultimi anni è cresciuto a dismisura il numero di vittime sull’Elbrus. Gli addetti ai lavori associano questo fatto alla popolarità del turismo di montagna e all’assenza di limiti e controlli. Se in epoca sovietica, per iniziare la scalata all’Elbrus era necessario presentarsi al centro di controllo e soccorso mostrando il documento che provava di aver raggiunto la necessaria categoria escursionistica, ora il viavai delle persone non è controllato da nessuno, così come il loro stato di salute e le loro capacità fisiche.

Non tutti si rendono nemmeno conto di cosa significhi una simile “altitudine”. Jakovenko ricorda che ai piloti collaudatori si accende automaticamente l’ossigeno a un’altitudine di 3000 metri. “A questa altitudine, c’è la metà dell’ossigeno che abbiamo qui sulla terra. Riuscite a immaginare cosa succeda a oltre cinquemila metri? Per molti, il corpo semplicemente non può sopportare un tale carico”, dice, e insiste sul fatto che è importante fermarsi quando non ci si sente bene e non mettersi alla prova, cosa che alcuni fanno per vergogna di fallire di fronte alla presunta “montagna semplice”.

Nel maggio di quest’anno anche il corrispondente di “Russia Beyond” Nikolaj Litovkin ha scalato l’Elbrus da sud, lungo la via più facile, con pernottamento in hotel. La metà del suo gruppo era composta da pugili, persone in buona forma fisica che partecipano costantemente a competizioni sportive. “Avevamo l’idea di salire in cima, montare un ring e combattere. Faccio molti sport e amo queste sfide, ma non sapevo che tali escursioni ad alta quota dessero simili disturbi”, dice.

Dopo i primi due giorni di passeggiate di acclimatamento di 15 km alle pendici dell’Elbrus, i problemi di Nikolaj con i menischi si sono aggravati. Racconta che le gambe sembravano non sorreggerlo. Un altro pugile ha iniziato a soffrire di “mal di montagna” a un’altitudine di 4.800 metri. Ha perso lucidità, è uscito nella notte dall’accampamento in quota mettendosi a camminare. Di conseguenza, è caduto nella neve ed è stato trovato quasi privo di sensi. Un’altra persona in quota ha avuto un aumento della temperatura corporea a 40 ºC, con problemi respiratori e tosse. Come si è scoperto, era malato di Covid-19, ma non lo sapeva: la malattia si è manifestata lì. “Io ho sempre pensato che un uomo forte possa sopportare tutte le difficoltà, rialzarsi e proseguire il cammino. Ma sull’Elbrus mi sono reso conto che è completamente diverso. Quando le tue gambe non ti reggono o una persona ha allucinazioni a causa della mancanza di ossigeno, non sai cosa possa accadere. Di conseguenza, sono rimasto giù al primo accampamento”, racconta Nikolaj.

Un altro fattore di pericolo sono i bruschi cambiamenti del tempo. Tutto può cambiare in mezz’ora. Viktor, che ha tentato la salita l’anno scorso, non è mai arrivato in cima: “Succede spesso. Noi siamo stati colpiti da una bufera di neve con visibilità nulla e vento fino a 50 m/s [180 km/h]. Siamo riusciti a salire fino a 5.100 metri d’altitudine durante l’escursione di acclimatamento, ma poi il tempo è peggiorato. Abbiamo passato diversi giorni in tenda, al campo base, e siamo riscesi”.

TripAdviser, il popolare sito di recensioni su tutto il mondo, è pieno di storie come questa: “Eravamo sulla vetta occidentale dell’Elbrus nel settembre 2014. […] Alla difficoltà della neve bagnata a quota 4.500 si è aggiunto un terribile temporale; eravamo completamente bagnati e vestiti, cappelli e bastoni volavano via dal vento. Dopo aver legato le piccozze e i bastoncini con una corda, siamo corsi giù al rifugio sotto tuoni e fulmini. Abbiamo incontrato lì una signora straniera accompagnata da una guida. Erano rientrati da un tentativo di salita fallito, scendendo dalla sella. Le abbiamo chiesto ‘com’è lassù?’. Ha detto solo: ‘È l’inferno’.

Guide senza adeguata preparazione

Tuttavia, né il mal di montagna né il maltempo dovrebbero giustificare un numero simile di morti sull’Elbrus. Delle guide alpine qualificate dovrebbero mettere al sicuro da questi problemi. E questo è il punto.

“Purtroppo, ora chiunque può definirsi una guida. Abbiamo un pasticcio completo in questa materia sull’Elbrus; la professione non è regolamentata né controllata in alcun modo”, afferma Sukharev. Dice che ci sono molte compagnie e guide “private” nel Caucaso, molte lavorano senza il patentino di tour operator e non hanno le qualifiche di alpinista-istruttore.

“Un uomo va sull’Elbrus un paio di volte con il bel tempo, e gli sembra che non ci sia nulla di complicato, e che possa portare le persone lì. E inizia a guidare questi gruppi”, spiega.

Secondo Sukharev, è quello che è successo al gruppo dove sono morte cinque persone. “È un risultato assolutamente logico. Quella compagnia ha avuto due tragedie in una sola spedizione e questo non può essere un caso”. “La prima morte”, dice Sukharev, “non ha nulla a che fare con la morte degli altri, ma hanno una cosa in comune: le basse qualifiche degli organizzatori”. Elenca le domande che potrebbero sorgere dall’indagine: “Perché le guide non avevano un telefono satellitare e un Gps, ma avevano solo una specie di walkie-talkie? Perché non c’era una sola attrezzatura per l’ossigeno nel gruppo? Perché il gruppo non è tornato indietro quando il tempo iniziava a peggiorare?”.

Nella stessa notte, il 23 settembre, là c’era un gruppo della compagnia Elbrus Climbing. Sukharev dice che le previsioni consigliavano di non andare da nessuna parte, ma i turisti erano ansiosi di fare un tentativo, in gran parte a causa del fatto che altri gruppi stavano uscendo.

“Così anche la nostra guida ha deciso di provare, visto che in quel momento c’era una finestra temporale di bel tempo, seppur breve. Ma è un professionista e può valutare la situazione. Ha immediatamente fatto tornare indietro il gruppo quando ha visto che il tempo stava peggiorando. Loro [le altre guide; ndr] invece sostengono che il tempo sia cambiato all’istante. Non c’è niente di simile in montagna, non c’è un interruttore del tempo”, si indigna Sukharev. “Quello che è successo è che una guida non professionista non è stata in grado di vedere i segni del peggioramento del tempo. A lui è sembrato tutto ‘istantaneo’”.

Sukharev crede che anche Anna Makarova sarebbe molto probabilmente viva se le fosse dato dell’ossigeno. “Ma le persone continuano a scegliere compagnie più economiche finanziando tragedie future. E questo accadrà di nuovo”, dice.

Quattro giorni dopo la morte dei cinque turisti sull’Elbrus, il Comitato investigativo della Russia ha arrestato l’organizzatore del tour, Denis Alimov, proprietario della compagnia di Pjatigorsk Elbrus.Guide. Il comitato investigativo ha dichiarato che lo stesso Alimov ha scritto una confessione e “ha fornito prove dettagliate”. Presumibilmente ha detto che durante il calcolo della salita ha commesso un errore con il mese e il meteo. Alimov è finito in carcere, ma la sua compagnia, a giudicare dal loro sito web, continua a reclutare gruppi, anche già per il 2022.

Ci sono molti video di Alimov sul canale YouTube dell’azienda con storie sulla preparazione alla salita, la scelta di un organizzatore e il mal di montagna, dove consiglia di bere tè freddo all’ibisco in caso di necessità e parla male delle bombole di ossigeno. “L’opinione della nostra squadra di arrampicata sull’ossigeno è inequivocabilmente negativa. Non perché faccia male, è ok. Ma è pessimo in termini di esperienza ad alta quota. Con quello, non avrete memoria della vostra avventura”, dice nel video.


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