Nella Siberia sconosciuta: la Tofalaria, quell’angolo di taiga dove uomini e renne vivono in armonia

Anna Gruzdeva
Viaggio in uno dei luoghi più remoti della Russia, dove i discendenti delle antiche popolazioni indigene locali cercano di salvare usanze e tradizioni che rischiano di scomparire

La Siberia è piena di luoghi poco o per niente accessibili, anche per gli abitanti locali. La Tofalaria è uno di questi: si trova sui monti Sayany, a ovest di Irkutsk, e comprende tre villaggi: Verkhnyaya (Superiore) Gutara, Alygdzher e Nerkha. È l'unico posto in Russia abitato dai Tofa (o Tofalari), una piccola popolazione indigena composta da circa 700 abitanti.

Situata a circa 600 km da Irkutsk, la Tofalaria è caratterizzata da un’ampia distesa di taiga, che copre una superficie di quasi 13.000 km quadrati. Qui è impossibile spostarsi con treni o autobus: solo i fuoristrada riescono ad avanzare sui tracciati impervi e i pantani. In alternativa, quando le condizioni meteo lo consentono, un piccolo elicottero AN-2 collega i villaggi quattro volte al mese, e può trasportare fino a 20 passeggeri alla volta. Ma ottenere un biglietto non è facile, visto che si dà priorità alla gente del posto. 

Verkhnyaya Gutara

Per fare il giro del villaggio di Verkhnyaya Gutara non ci vogliono più di 30 minuti. Per strada incrocerete piccoli cottage in legno, una scuola, un edificio amministrativo, due negozi e un ufficio postale circondati dalla fitta taiga e dalle montagne, dove è sconsigliato vagare da soli: la zona, infatti, è popolata da orsi selvatici

Sugli scaffali dei negozi si trovano perlopiù cereali, maccheroni, dolci, tè, articoli per la casa, abbigliamento e articoli di cancelleria. Difficilmente si trova frutta, perché la consegna in elicottero è troppo costosa; mancano anche la carne, visto che gli abitanti del posto sono dei provetti cacciatori, e il pane, poiché la gente lo cucina direttamente a casa. Grande assente anche internet: nel villaggio vi è solo un telefono pubblico a pagamento e qualche linea fissa. Internet è disponibile solo per alcuni dei 400 residenti.

Qui, prima della Rivoluzione del 1917, non esistevano villaggi: i Tofa infatti erano popoli nomadi che si spostavano in piccoli gruppi nella taiga, dedicandosi all'allevamento delle renne e alla caccia. In epoca sovietica furono costretti a stabilirsi e a rinunciare alle loro renne (che furono nazionalizzate), agli sciamani, alle tradizionali abitazioni fatte di pelli di cervo e alla loro lingua. Mentre fanno la fila al negozio, è possibile distinguerli dagli altri abitanti di origine russa solo per il tipo di viso e la carnagione; per il resto, conducono la stessa identica vita. Tuttavia, alcuni Tofa stanno cercando di mantenere le tradizioni del passato.

L’allevamento di renne

In compagnia di Slava, la mia guida, e di alcune renne, ci dirigiamo verso un laghetto nella taiga fuori Verkhnyaya Gutara. Non è facile stare seduti dritti su una vecchia sella di legno mentre gli zoccoli delle renne affondano nel muschio del terreno, rendendo la loro andatura un po' elastica e barcollante. Slava e suo fratello maggiore Valerij hanno il più grande branco di renne del villaggio: circa 40 animali. 

“Alleviamo renne perché... quale altra alternativa abbiamo?”, dice Valerij, che mantiene la moglie e il figlio con la sua pensione. Sembra che lui e suo fratello abbiano un’inclinazione intuitiva verso l'allevamento delle renne, che forse hanno ereditato dai loro antenati. Scambiamo poche parole: nella taiga si avanza perlopiù in silenzio. 

Vivere nella taiga più profonda

“Ho sempre sognato di tornare a vivere nella taiga - racconta una signora del posto, Lidia Rechkina -. E non è un capriccio: direi che è il richiamo dei miei antenati. I nostri genitori e i nostri nonni hanno passato tutta la vita nella taiga, e ricordo come io e mia madre viaggiavamo da un branco all'altro quando ero piccola. Mi piaceva molto questa vita. Più tardi, in epoca sovietica, siamo stati mandati in orfanotrofi, in scuole residenziali... Le popolazioni nomadi si sono sparpagliate e hanno perso di vista il loro passato, dimenticando chi sono e da dove vengono. Ma io ho continuato a vedere in sogno la taiga, mia madre e le sue renne…”. 

Rechkina è seduta vicino a un tavolino sul quale ha sistemato alcune prelibatezze: un temolo salato (pesce d’acqua dolce), pane fresco cotto al forno e patate. Suo padre era russo e sua madre una tofalaria. Oggi Lidia vive a Verkhnyaya Gutara, ma trascorre l'estate nella taiga, dove la sua famiglia ha un appezzamento di terra con una casa, una sauna, un chum (una tenda usata come cucina estiva). Anche suo marito Aleksandr trascorre qui le estati. Originario di Mosca, si è trasferito in Siberia quasi 40 anni fa.

“I tofalari devono continuare a vivere allo stato brado, non c'è altro modo per sopravvivere - dice Rechkina -. In epoca sovietica, la lingua di questo popolo indigeno era stata proibita, e gli attivisti comunisti ci origliavano, appostandosi sotto le nostre finestre. I nostri nonni dovevano recarsi nella taiga, dove si occupavano delle renne, per parlare il tofalar. Solo in montagna si sentivano normali. Sono convinta che le renne siano la chiave per tenere in vita il popolo dei tofalari. Se sparissero le renne, spariremmo anche noi”.

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