Come il primo surfista sovietico fece scoprire all’Urss questo sport “capitalistico”

Archivio personale
Ne aveva letto nel 1961 in un libro di Jack London, e da allora cavalcare le onde divenne la missione della sua vita. La prima tavola se la costruì da solo, in Crimea, poi riuscì persino ad andare a surfare in California!

È l’agosto del 1966. Dopo tre giorni di attesa, finalmente le onde iniziano a infrangersi sulla spiaggia sabbiosa di Capo Tarkhankut, in Crimea. Il frastuono del mare si fa sentire già durante la notte e, alle prime luci dell’alba, Nikolaj Popov e i suoi amici escono a provare le tavole da surf che hanno realizzato seguendo le indicazioni di alcune riviste americane e australiane. “Abbiamo iniziato a sentire il rumore delle onde la mattina presto e siamo corsi sulla riva - ricorda Nikolaj -. Le onde erano molto irregolari. Ma in ogni caso fu con ogni probabilità allora che il surf fece la sua comparsa nel nostro Paese”. 

“Quando sono riuscito a reggermi per la prima volta in piedi sulla tavola, con l’onda che spingeva dal basso, è stata una sensazione indescrivibile! Inizialmente si ha l’impressione di essere sbalzati via, ma poi ci si rende conto che si sta domando il mare, e ci si lascia andare. E così ci si unisce al cavallone e si percepisce tutta la sua energia. Sono passati decenni da allora, ma ricordo tutto molto nitidamente".

Nell’Urss, con le sue rigide regole sui visti d’uscita dal Paese, erano pochi quelli che potevano avere modo di visitare l’Australia, la Nuova Zelanda o gli Stati Uniti, i Paesi dove il surf era più sviluppato. Poteva capitare ai diplomatici o ai corrispondenti dell’agenzia di stampa sovietica “Novosti” APN, che aveva uffici in oltre 120 Stati del mondo.

“Nel 1966 lavoravo all’APN e facevo un sacco di domande ai colleghi, per sapere dove e da chi potessi ricevere dei consigli riguardo alla mia passione per il surf”, racconta Nikolaj. “Chiesi informazioni a un centinaio di persone e il risultato fu che, seppure qualcuno avesse sentito parlarne, nessuno aveva mai provato a cavalcare le onde. In quei tempi ormai lontani non era troppo raccomandabile per i cittadini sovietici che erano all’estero per lavoro praticare delle attività considerate esotiche in patria. Io capii che il destino mi dava quel compito: essere il primo sovietico a praticare il surf”.

Jack London e una tavola da surf fai-da-te 

L’interesse per questo sport esotico si era impadronito di Nikolaj, capitano della squadra di sci alpino dell’Università Statale di Mosca, già alcuni anni prima, nel 1961, quando gli avevano regalato il libro di Jack London “La crociera dello Snark”. In questo racconto autobiografico, lo scrittore descrive come, con un gruppo di amici, aveva costruito uno yacht, con il quale aveva poi fatto quasi il giro del mondo intero, visitando le Hawaii e le isole della Polinesia, dove per la prima volta aveva visto delle persone cavalcare le onde su delle speciali tavole. 

“Questa lettura mi impressionò tantissimo, e decisi che avrei iniziato a praticare il surf. Era chiaro che per realizzare il mio sogno sarei dovuto andare in qualche lontano Paese del Sud, cosa che appariva all’epoca incredibilmente complicata”, racconta Nikolaj. “Così, nel 1965, subito dopo essermi laureato, mi venne l’idea di costruirmi da solo la tavola da surf, cercando le informazioni necessarie su dei vecchi giornali americani. Visto che avevo studiato alla facoltà di Geografia della Statale, avevo degli amici oceanologi, e chiesi loro quali potessero essere dei posti con delle onde ideali per il surf nel nostro Paese”. 

Gli amici arrivarono alla conclusione che delle onde adatte si potevano formare nella zona di Eupatoria, in Crimea, e sulle coste del Mar Caspio dalle parti di Makhachkalà. Si decise di organizzare una gita in Crimea e di usare del polistirolo per fabbricare la tavola. “Andammo in Crimea in macchina, prendemmo in affitto una casetta sulla spiaggia e iniziammo con gli amici a lavorare alla tavola da surf”, ricorda Popov. “In tre giorni ritagliammo delle lastre della grandezza necessaria, le incollammo con della resina epossidica, e modellammo la chiglia, proprio come era descritto nei giornali. La tavola, ovviamente, non dava l’impressione di poter durare molto, ma svolse il suo lavoro per un mese intero, prima di soccombere, non resistendo a un’onda particolarmente intensa”. 

Back in the Ussr 

Dopo la spedizione in Crimea, l’avventura di Nikolaj con il surf proseguì. Nel 1970 ebbe modo di andare al seguito dell’Esposizione sovietica negli Stati Uniti. La mostra durava un anno intero ed era itinerante. Tra le varie città c’erano San Francisco e Los Angeles, dove Nikolaj in breve tempo fece conoscenza con i surfisti del posto e per un mese intero cavalcò le onde dei più famosi luoghi mitici per chi pratica questo sport: tra cui Half Moon Bay e Stinson Beach, non lontano da San Francisco. 

“Là sì che c’erano delle onde eccezionali", ricorda. "Erano diverse, sopraggiungevano a intervalli regolari, a distanze regolari l’una dall’altra. Ci si poteva girare, raddrizzare, aspettare il cavallone perfetto. Erano sensazioni del tutto nuove per me, migliori di quelle provate fino ad allora. A volte si formava un’onda molto forte che io non ero in grado di gestire. Ma ovviamente c’erano persone in grado di darmi consigli utili”.

“Per far questo bisognava proprio essere un po’ fissati”, ricorda Nikolaj. “È facile beccarsi la tavola in testa, e inoltre non è questione di un quarto d’ora, bisogna avere a disposizione almeno due o tre ore, per aspettare l’onda giusta, e c’è da esser pronti a resistere per tutto questo tempo nell’acqua fredda, senza muta termoisolante, che allora non avevo ancora”. 

Dopo un breve intervallo, Nikolaj andò di nuovo a lavorare in America per due anni, dal 1972 al 1974 e surfò in modo continuativo per molti mesi, fino alla metà di novembre. A quel punto aveva già la sua muta e una vera tavola, comprata da dei surfisti americani per 50 dollari. 

Quando rientrò in patria nel 1975, il primo surfista sovietico si dette come compito quello di trovare i migliori luoghi nell’Urss per la pratica del suo amato sport: due volte andò, dormendo in tenda, sulla Penisola Sulakskij, vicino a Makhachkalà, e cavalcò le onde al largo di Riga (Lettonia), di Palanga (Lituania) e Eupatoria (Crimea). 

Lo sviluppo di questo nuovo sport in Urss è stato sostenuto dal club sportivo dell’Accademia delle Scienze e dal giornale Tekhnika Molodezhi. In più di un’occasione le loro lettere di raccomandazione hanno aiutato Nikolaj nelle relazioni con le autorità locali. “Chiediamo cortesemente di sostenere il compagno Popov nelle sue ricerche sportive e scientifiche”, recitavano le missive firmate dai Dmitrij Zakharchenko, caporedattore della rivista, e indirizzate al primo segretario del Comitato regionale del Daghestan.

“Non avevo allievi, ma a volte facevo provare a qualcuno la mia tavola. Le persone erano curiose, ma ci vuole tempo per impratichirsi, e non si ha successo dalla prima volta. In generale, l’attività non generò sospetti (in Urss chi praticava sport considerati “capitalistici”, come il karatè o il body building, rischiava il carcere, ndr), e persino le autorità e il Komsomol (l’Organizzazione della Gioventù comunista) guardarono alla mia pratica sportiva con rispetto e approvazione”, racconta Nikolaj. 

Il contributo allo sviluppo dello sport 

A metà degli anni Settanta, la rivista “Tekhnika molodjozhi” (“La tecnica della gioventù”) pubblicò due articoli sul surf scritti da Popov, che suscitarono un sacco di reazioni nei vari angoli del Paese. Molte persone scrissero alla rivista dei loro tentativi di fabbricarsi una tavola e di cavalcare le onde, tra cui quelle dell’Isola di Sakhalin e della Penisola di Kamchatka. “Si lamentavano solo del fatto che l’acqua fosse terribilmente fredda, perché da quelle parti, senza muta, già stare in acqua fino alle ginocchia è dura”, racconta Popov. 

Grazie alla pubblicazione di quegli articoli, si misero in contatto con Nikolaj i rappresentanti di un cantiere navale che sorgeva vicino a Feodosia, in Crimea, che avevano progettato delle tavole per il windsurf. “Volevano renderle scomponibili, in modo che la pesante tavola da windsurf, lunga tre metri, potesse trasformarsi al bisogno in un più agile surf. Io li consigliai sul da farsi e partecipai ai test”, ricorda Nikolaj. Ma la tavola risultò difficile da essere controllata, troppo spessa e del tutto inadatta al surf, ma fu comunque uno dei primi tentativi industriali di progettazione di tavole da surf in Urss. 

Il vero sviluppo del surf nel paese si registrò solo nel XXI secolo: negli anni 2000 i russi all’estero iniziarono a dedicarsi attivamente a questo sport, mentre in patria il boom avvenne verso il 2010. Il surf è stato riconosciuto come sport ufficiale in Russia solo nel 2015 e nel 2016 è entrato a far parte del programma olimpico.

L’ultima volta Nikolaj ha cavalcato le onde nel 1987. Da allora in poi le due tavole da surf comprate negli Usa se ne stanno a riposo alla dacia. “Se mi farei una cavalcata in mare oggi? Probabilmente sì, ma su un’onda piccolina”, sorride il quasi ottantenne.

 

Il posto migliore per fare surf? La Kamchatka! 

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