In Russia è iniziata la battaglia grammaticale per i nomi delle professioni al femminile

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La nuova generazione di femministe russe vuole introdurre nella lingua la versione di genere per mestieri e cariche. Ma a differenza dell’italiano, dove la ministra, la sindaca e l’architetta stanno entrando progressivamente in uso senza grossi scossoni, in russo ci sono molti più problemi con i suffissi, le desinenze e la storia

Nel tradizionale mondo accademico russo l’aggiunta del suffisso “k” per formare il femminile dei nomi delle professioni è vissuto come sprezzante e artificioso. Per esempio, si preferisce non utilizzare il termine “avtorka” (“autrice”), e anche per le donne si utilizza “avtor” (“autore”). E lo stesso vale per “doktorka” (“dottoressa”), e così via. Ma molte femministe russe non solo ritengono che questo suffisso non sia offensivo, ma insistono affinché venga attivamente utilizzato, perché solo in questo modo le donne russe “smetteranno di vergognarsi del loro sesso femminile”.

Quest’anno le sostenitrici della teoria sono riuscite a far iniziare una grande discussione sul tema del suffisso “k”. “Avtorki”, “redaktorki” e “blogerki” (“autrici”, “redattrici” e “blogger donne”) hanno riempito la blogosfera e trasformato quello che tradizionalmente era un argomento per linguisti in uno strumento di lotta per i diritti delle donne. Adesso il termine “avtorka” è utilizzato su “Afisha”, “Wonderzine” e anche in alcuni libri

Abbiamo cercato di capirne di più sulla lotta linguistica di queste femministe e di immaginare quanto sia realistico che tra vent’anni tutti noi utilizzeremo questi termini nella lingua russa. 

La femminilizzazione dei nomi delle professioni

Secondo le femministe, parole russe come “vrach” (“medico”), “instruktor” (“istruttore”) e altre non possono assolutamente essere usate senza uno speciale suffisso quando si parla di un medico donna o di un istruttore donna e così via, perché altrimenti il sesso del soggetto non è chiaro. Ma allo stesso tempo, i vecchi suffissi non vengono in aiuto. Secondo le femministe, il suffisso “sh” porta con sé il significato di “appartenenza al marito” e alla di lui professione. Per cui “doktorsha” è tradizionalmente la “moglie del dottore”, così come “generalsha” è la “moglie del generale”; mentre “studentka” (“studentessa”) e “sportsmenka” (“sportiva”; “atleta donna”) indicano l’attività di una donna come unità indipendente, sostiene la femminista e attivista body positive Asja Lunegova. Per questo le femministe dicono “blogerka” (“blogger donna”) e “redaktorka (“redattrice”).

In realtà, a livello linguistico, la teoria è molto discutibile. Per esempio, in passato con la parola “soldatka”, che contiene proprio il suffisso “k” amato dalle femministe, si indicava la “moglie del soldato”. Mentre oggi “doktorsha” viene utilizzato come dispregiativo e peggiorativo. 

Eppure, le idee di Asja sono sostenute anche da Darja Apakhonchich, una famosa femminista e pittrice di San Pietroburgo. Lei fa parte del gruppo che sta preparando il primo libro di favole per bambine, nel quale non ci sarà “oggettificazione sessuale” e che sarà quasi integralmente scritto da “avtorki” (“autrici”). Darja dice che non si tratta della linea editoriale, ma che loro stesse hanno voluto così. Lei è una filologa e all’inizio ammette che si sentiva in “dissonanza” con le nuove femministe, perché la carriera accademica non prevede l’uso di cariche e professioni al femminile. 

“In un articolo accademico non si possono nemmeno usare parole come chitatelnitsa (lettrice), benché esse facciano parte del vocabolario da decenni. Di un termine come avtorka meglio non parlarne neppure; suona assolutamente nuova e legata a una precisa subcultura. Quando ho iniziato a riflettere sulla cosa e a interessarmi maggiormente alle teorie di genere, ho capito che si tratta solo di uno stereotipo formatosi a livello culturale. Siamo semplicemente abituati a pensare che il femminile sia qualcosa di seconda scelta; di qualità inferiore”, dice Daria.

“Mi piacciono i termini che femminilizzano i nomi delle professioni, ritengo che rendano evidente la presenza delle donne”. Alla domanda se avrebbe voluto vedere scritta nel suo diploma di laurea la sua specializzazione al femminile, risponde “Certo che sì”. “Adesso questi termini suonano come artificiali, ma è un effetto solo temporaneo. Se persino noi donne ci vergogniamo del nostro genere femminile, cosa possiamo pretendere?”. 

Darja sottolinea come solo adesso la discussione linguistica stia diventando effettivamente una questione di massa, come non è mai stata in precedenza nella storia russa, visto che anche le famose diatribe tra occidentalisti e slavofili furono un fenomeno che riguardò solo un piccolo strato molto istruito della società. E per questo, secondo lei, i “feminitivy”, come sono chiamati in russo i termini che femminilizzano i nomi delle professioni e delle cariche, hanno buone chance di diventare progressivamente standard linguistico. A quanto sostiene lei, la lingua adesso, soprattutto grazie a internet, si trasforma molto velocemente, e già non parliamo e scriviamo come facevamo cinque anni fa. “Da un anno insegno russo ai profughi. Ho un approccio classico all’insegnamento, ma se si arriva fino a questo livello di competenza linguistica, parlo dei termini femminili e della lotta delle donne per i loro diritti. Poi quali forme usare lo decidono loro”.

Rivoluzione nel Paese, rivoluzione nella lingua

Ma non tutte le femministe russe si sentono lese nei loro diritti per la mancanza dell’uso del suffisso “k”. Molte ritengono che la Russia sia stata uno dei primi Paesi al mondo a dare alle donne gli stessi diritti degli uomini. Addirittura nel marzo del 1917, dopo la Rivoluzione di Febbraio e prima di quella di Ottobre, venne emesso un decreto sul suffragio universale maschile e femminile. La Russia fu il secondo Paese al mondo a dare il diritto di voto alle donne: il primo era stato la Nuova Zelanda nel 1893 (in Italia le donne votarono per la prima volta solo nel 1946). Poi la Costituzione del 1918 dette alle donne il diritto di mantenere il cognome da nubili dopo le nozze, legalizzò l’aborto e semplificò le procedure per il divorzio. Quando le donne iniziarono a lottare attivamente per i loro diritti, cercarono di marcare la loro presenza in varie sfere. E così apparvero “lektrisy” (“conferenziere”), “kursistki” (“studentesse dei corsi superiori”), “telegrafistki” (“telegrafiste”). Ma allo stesso tempo, a questa tendenza si opponeva quella “letteraria” opposta, di livellare, come segno di raggiunta eguaglianza, il femminile sul termine maschile.

Si possono ricordare Anna Akhmatova e Marina Tsvetaeva che erano risolutamente contrarie a essere chiamate “poetesse”. Si ritenevano “poeti”, intendendo con questo che la loro arte non erano romantici versi da dame, ma letteratura seria. 

Negli anni Venti del Novecento, quando le donne entrarono attivamente nel mondo del lavoro, nella lingua iniziò una vera rivoluzione. Visto che storicamente nella lingua russa le parole che indicavano le professioni erano di genere maschile, a esclusione di quelle tradizionalmente femminili come “shveja” (“cucitrice“) o “kruzhevnitsa” (“merlettaia”), le nuove parole si formarono usando dei suffissi. Così apparvero “sanitarka” (“inserviente di ospedale”), “komsomolka” (“membro donna del Komsomol, la Gioventù comunista”), “gimnastka” (“ginnasta donna”), “biletjorsha” (“bigliettaia di teatro o cinema”). Allo stesso tempo, però, caddero in disuso alcuni termini pre rivoluzionari come “arkhitektrisa” (“architetto donna”) o “aviatrisa” (“aviatrice”). 

A partire dal Dopoguerra e fino a oggi, in russo è diventato di regola dare la sfumatura di genere alle professioni non con un termine apposito, ma grazie alle parole che gli stanno vicino nella frase, ovvero aggettivi (che si declinano diversamente per il maschile o il femminile) o verbi; che in russo, al passato, si declinano in base al genere. Per cui: “professor skazal” è “il professore (maschio) ha detto”; “professor skazala” è “il professore (femmina) ha detto”.

La logica linguistica sottesa è che la parola legata alla professione non indichi e non sottolinei il sesso di chi la svolge, ma determini solo una figura che si occupa di quella determinata occupazione. A proposito, in molti Paesi d’Europa, che hanno garantito alle donne pari diritti con gli uomini più tardi che la Russia, ma che poi sono passati attraverso una femminilizzazione dei termini relativi a professioni e cariche, oggi è in corso un processo di formazione delle parole che tende a escludere l’appartenenza duale a un determinato sesso. Ad esempio, in inglese ora si cerca di non parlare di businessman e businesswoman, ma di businessperson. 

La serie B nelle professioni? 

Alcune donne ritengono addirittura che i nuovi termini al femminile non solo non aiutino le donne nella società, ma piuttosto le ghettizzino, relegandole a un livello inferiore. “Qualsiasi termine legato al genere, da noi è sempre stato interpretato come segno di qualità più bassa nella professione”, ritiene Natalja Lonykina, Dottore in Scienze Filologiche e docente presso il Dipartimento di Stilistica della Facoltà di Giornalismo dell’Università Statale di Mosca. “In russo non abbiamo un suffisso neutrale, che indica semplicemente il genere senza portare con sé altre sfumature di senso. I suffissi ‘-ikha’ e ‘-ka’ sono diminutivi e persino dispregiativi e umilianti. Per cui, mentre vrach è il medico, ‘vrachikha’ non è un ‘medico donna’ ma, nel sentire comune, una ‘tipa che lavora al policlinico e non è buona a niente’. Secondo il mio punto di vista, le donne, utilizzando questi suffissi, squalificano la loro professionalità.”

Persino i termini femminili che sono diventati standard nel russo colloquiale, nei documenti ufficiali vengono scritti nella variante maschile. Come fa notare Natalja: “Se guardiamo atti, contratti, certificati e attestati vari, si parla sempre di ‘uchitel’ (‘insegnante’) e non certo di ‘uchitelnitsa’ (‘insegnante donna’), di ‘master’ (‘artigiano’; ’lavoratore qualificato’) e non di ‘masteritsa’ (‘lavoratrice qualificata’) e così via”.

“Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le donne hanno dovuto farsi carico di un gran numero di funzioni tradizionalmente maschili, per cui le nostre donne non hanno niente da dimostrare oggi, tanto più se la battaglia è a un livello meramente linguistico. La nostra donna, vorrebbe probabilmente essere liberata da alcune delle sue mansioni, essere aiutata. Tutte queste parole nuove come ‘koordinatorka’ (‘coordinatrice’) o ‘blogerka’ (‘blogger donna’) sono imposizioni artificiali. E con le lingue così non ci si comporta”.

Le ragioni degli scettici

“Nel nostro istituto universitario si chiamano ‘zavedujushchij kafedroj’ (‘titolare della cattedra’) tanto gli uomini che le donne”, dice Irina Dergacheva, insegnante di Cultura della lingua presso la cattedra di Linguistica dell’Istituto moscovita Statale di Cultura. “Persino una delle persone che più ha lottato per i diritti delle donne, Aleksandra Kollontaj (1872-1952), a lungo diplomatica sovietica in vari Paesi, non si faceva chiamare ‘poslikha’ (‘ambasciatrice’) ma ‘posòl’ (‘ambasciatore’), sebbene nella prima parola non ci fosse nessun sottotesto offensivo”. Secondo Irina, le parole femminili moderne sono “un desiderio di distinguersi, ma non attraverso la sostanza ma la mera forma”.

“Io rispetto molto i movimenti femministi e io stessa faccio parte di queste organizzazioni”, dice Irina, “ma bisogna pensare, a come la donna possa effettivamente influenzare la società e introdurre idee di tolleranza, femminismo, comunicazione interculturale, piuttosto che giocare con le parole”. 

Ci sono molte donne in posizioni di comando in Russia, specialmente nella sfera sociale, dice Irina, “ma il Doktor Liza (morta nella catastrofe aerea del 25 dicembre 2016, ndr), che ha salvato tante vite, mica si faceva chiamare Doktorka Liza!”

 

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