I cinque più famosi personaggi russi della letteratura occidentale

Peter Bischoff/Getty Image
Molti scrittori occidentali, da Alexandre Dumas a Virginia Woolf, hanno “condito” i propri romanzi con personaggi russi che incarnano l'essenza di un'anima inquieta, un cuore appassionato e una mente brillante

1 / Il duro siberiano in “Michele Strogoff” di Jules Verne

Nel 1874, l'autore di “Ventimila leghe sotto i mari” Jules Verne (1828 - 1905) decise di scrivere un romanzo ambientato in Russia. Detto e fatto.

“Michele Strogoff” (titolo originale “Michel Strogoff”), ultimato nel 1876, è un volo di fantasia, mito e immaginazione, nonché uno dei romanzi di Verne con la trama più brillante. Originariamente intitolato “Il corriere dello zar”, il libro fu ribattezzato su consiglio dell'ambasciatore russo in Francia, il conte Nikolaj Orloff.

Michele Strogoff, protagonista principale della storia, è un personaggio di fantasia e incarna il corriere al servizio dello zar Alessandro II. Secondo la trama, il feroce Feofar Khan, a capo dei Tartari, avvia una rivolta in Siberia. Strogoff deve andare da Mosca a Irkutsk per avvertire il governatore della città, fratello dello zar, dell'imminente cospirazione e del tradimento contro di lui. Durante il suo viaggio Strogoff incontrerà molte persone, tra cui la bella Nadia, figlia di un prigioniero politico in esilio.

Jules Verne, spesso salutato come il pioniere della fantascienza, voleva raccontare lo stereotipo del “tipico russo” e ritrae Strogoff come una forza della natura: è cresciuto in Siberia, è alto, bello e sufficientemente coraggioso da uccidere un orso senza sparare un colpo. In poche parole, Verne descrive Strogoff come “l'incarnazione della forza fisica”. 

“Aveva lineamenti regolari e piacevoli; i suoi folti capelli scuri si arricciavano un po' e lo sguardo gentile e franco dei suoi bellissimi occhi blu attirava involontariamente l'attenzione di tutti. Il suo petto era decorato con la croce di San Giorgio e diverse medaglie. (...) A quattordici anni, Michele Strogoff aveva ucciso da solo il suo primo orso; dopo averlo scuoiato aveva trascinato la pelle del gigantesco animale fino alla casa paterna, distante parecchie verste, rivelando un vigore poco comune in un ragazzo”. 

Per la stesura del suo romanzo, Verne raccolse informazioni sull’Impero Russo, sulla storia e sui problemi della società russa dal famoso scrittore Ivan Turgenev, che si recava spesso in Francia e al quale Jules Verne inviò una copia del manoscritto per ottenere un suo parere. 

2 / Il nobile russo ne “Il maestro d’armi” di Alexandre Dumas 

Alexandre Dumas (1802-1870) fu il primo scrittore europeo a raccontare la rivolta decabrista scoppiata in Russia nel dicembre 1825. Ma il suo romanzo, che non era storicamente accurato al 100%, finì immediatamente sotto il fuoco dello zar Nicola I, che vietò la traduzione russa del libro.

La traduzione russa vide la luce solo nel 1925, nel centenario della rivolta decabrista, ed è facile capire perché: “Il maestro d’armi” simpatizza infatti con i decabristi, i giovani nobili russi, membri delle più alte famiglie aristocratiche, che avviarono senza successo una rivolta contro lo zar Nicola I. 

Durante la stesura del libro, Dumas si ispirò ad alcuni racconti fornitigli dal suo maestro di scherma Augustin Grisier, che aveva assistito alla rivolta. 

Il romanzo si ispira alla storia vera di Ivan Annenkov e all'amore della sua vita, la francese Paulina Goeble, che seguì volontariamente il marito in esilio in Siberia, condannato a 20 anni di lavori forzati. 

Nel frattempo anche a Dumas fu fatto divieto di recarsi nell’Impero Russo; un’imposizione che egli però ignorò nel 1858, tre anni dopo la morte dello zar.

Il conte Annenkov, il protagonista russo, è presentato nel romanzo come una persona che si lascia trasportare da un sogno utopico: fondare una repubblica nell'Impero Russo.

“Era un bel giovane, di circa venticinque o ventisei anni, snello e slanciato, dai lineamenti morbidi, che serviva come cornetta nel reggimento di cavalleria. Per molto tempo, questo reggimento privilegiato era stato comandato dal granduca Costantino, fratello dell'imperatore Alessandro, che era allora il governatore della Polonia. Il conte indossava un'uniforme ornata di decorazioni militari”.

Annenkov è pronto ad arrivare fino alle estreme conseguenze pur di raggiungere i propri obiettivi. Sceglie con cura le sue battaglie, ma quando si accorge che quella principale è persa, non cerca di sottrarsi al suo destino, anzi, lo accetta con autentica dignità e coraggio. 

3 / La principessa russa in “Orlando” di Virginia Woolf

La scrittrice inglese Virginia Woolf (1882-1941) era molto avanti rispetto al suo tempo: considerata una delle principali figure della letteratura del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i sessi, fece esperimenti di stile e non si preoccupò mai delle convenzioni dell’epoca. Conosceva bene la letteratura russa e leggeva avidamente gli scritti di Tolstoj e Dostoevskij. Non a caso, più volte nelle sue opere citò gli autori russi, come in “Notte e giorno”: 

La voce di Cassandra si levò, stridula per l’eccitazione.

“Non hai letto L’idiota!”, esclamò.

“Ho letto Guerra e pace”, rispose William, un po’ seccato.

“Guerra e pace!”, fece eco lei, in tono di derisione.

“Confesso di non capire i russi”.

Woolf studiò il russo e tradusse in inglese gli scritti di Fjodor Dostoevskij, Anton Chekhov e Ivan Bunin, così come le memorie di Maksim Gorkij. Inoltre seguì da vicino le vicende che si susseguirono dopo la Rivoluzione del 1917.

Nel 1928, Virginia Woolf scrisse il suo capolavoro parodico “Orlando”: il romanzo inizia alla fine del XVI secolo, durante il regno di Elisabetta I, e finisce all'inizio del XX secolo, coprendo tre secoli. Il protagonista è un nobile sensuale e poetico. Orlando, favorito dalla regina Elisabetta e poi cavaliere alla corte di Giacobbe I, è coinvolto in una vorticosa storia d'amore con un'affascinante principessa russa. Ecco come la geniale Woolf decise di descriverla: 

“Sasha (...) era nata in Russia, dove il tramonto è più lungo, l’alba meno subitanea, e dove le frasi rimangono spesso a metà, nel dubbio di ben finirle”. 

La scrittrice britannica scelse per il suo personaggio un nome tutt’altro che semplice:

“La straniera, egli apprese, era la principessa Marusja Stanilovska Dagmar Natasha Ileana Romanovich, ed era venuta per assistere alle feste dell’incoronazione, col seguito dell’Ambasciatore moscovita, il quale era suo zio, o forse suo padre”. 

Tuttavia, le descrizioni che Virginia Woolf fa dei russi rasentano parecchi stereotipi:

“Ben poco si sapeva sui moscoviti. Con le loro grandi barbe e i cappelli di pelo, sedevano senza quasi mai aprir bocca, a ingoiare certo loro beveraggio nerastro che ogni tanto sputavano sul ghiaccio. Nessuno di loro parlava l’inglese, e il francese, che a qualcuno tra di essi pareva familiare, era allora assai poco parlato alla Corte d’Inghilterra”.

3 / La ladra russa in “Poirot e i quattro” (titolo originale “The Big Four”) di Agatha Christie

“Pochissimi di noi sono quello che sembrano”, diceva Agatha Christie (1890-1976), probabilmente la più grande scrittrice di romanzi gialli di tutti i tempi, i cui libri non hanno mai smesso di affascinare il pubblico. 

La contessa russa Vera Rossakoff, ex ladra di gioielli, è un personaggio molto presente nei romanzi incentrati sul detective belga Hercule Poirot.

La sua reputazione la precede: la contessa russa è una “ladra esperta”, che aveva “architettato un furto di gioielli particolarmente intelligente a Londra…”. E anche il baffuto detective Poirot cade sotto il suo incantesimo. 

“Squisitamente vestita di nero, con meravigliose perle, ho riconosciuto la signora conosciuta dapprima come la contessa Vera Rossakoff e, in seguito, con un altro pseudonimo, come un'agente dei Grandi Quattro. Poirot, per un motivo o per l'altro, aveva sempre avuto una subdola simpatia per la contessa. Qualcosa nella sua ostentazione attraeva il piccolo uomo. Era - come era solito dichiarare lui nei momenti di entusiasmo - una donna su mille”.

5 / L'artista russa in “Tonio Kröger” di Thomas Mann 

“Io sto fra due mondi e non mi sento d’appartenere pienamente a nessuno dei due, ed è per questo che mi muovo un poco con difficoltà. Voi artisti mi definite un ‘borghese’, ed i borghesi sono tentati... di arrestarmi... Quale delle due cose mi ferisca di più io davvero non saprei dire”.

Thomas Mann aveva 25 anni quando scrisse queste parole per il suo breve romanzo autobiografico “Tonio Kröger”. E quello fu solo l'inizio del suo successo letterario: nel 1929, lo scrittore tedesco avrebbe vinto l'ambito premio Nobel per la letteratura. 

In “Tonio Kröger”, Mann (1875-1955) ritrae un aspirante scrittore che cerca di destreggiarsi tra l’arte e la vita, tra la letteratura e la routine, tra l’amore e la lussuria, la banalità e la profondità, la contemplazione e i piaceri terreni. La sua ricerca della verità e dell'armonia si fa più intensa grazie alle conversazioni con la sua anima gemella, un'artista russa: “Lisaveta Ivanovna era l’amica alla quale raccontava ogni cosa”. 

Artista con un occhio clinico per la bellezza, Lisaveta possiede una grande saggezza spirituale e morale e può rispondere, in modo acuto, a quasi tutte le domande che Tonio le pone. I due si parlano a cuore aperto e da queste loro conversazioni Tonio trova un po’ di sollievo. 

“L’ho ascoltata attentamente Tonio, dall’inizio alla fine, e intendo fornirle una risposta che si adatti a pennello a tutto quello che oggi pomeriggio lei ha detto, e che sia anche la soluzione del problema che tanto l’ha angustiata. Orsù, ecco, la risposta è che lei, così come se ne sta seduto qui, in tutto e per tutto è un borghese”.

“Cosa sono”?, chiese mentre s’accasciava anche un poco...

“Lo so, il colpo è duro, e doveva anche esserlo. Ma voglio comunque, dacché posso farlo, mitigare un poco la sentenza: lei è un borghese su strade sbagliate, un borghese... smarrito”.

Seguirono attimi di silenzio. Quindi si alzò, prese cappello e bastone, e disse: “La ringrazio Lisaveta, ora posso tornarmene a casa alleggerito. Sono liquidato”.

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