Mikhail Romm, il regista che diresse il primo film su Lenin e raccontò meglio di tutti il fascismo

'Lenin in 1918' movie, 1969/TASS
Fu estremamente versatile: iniziò con una pellicola muta tratta da un libro di Maupassant, poi si dedicò al genere “eastern”, quindi a opere biografiche sul padre della Rivoluzione, e infine a un documentario narrato con la sua voce intrigante, in cui, utilizzando importanti materiali d’archivio, cercò di scavare a fondo negli orrori del nazismo

Mikhail Romm (1901-1971) iniziò imbrogliando un po’. Divenne regista semplicemente definendosi tale e trovandosi poi a dover dimostrare di esserlo davvero. Fin dall’inizio, l’industria cinematografica fu un campo di battaglia per lui.

Mikhail Romm

Era nato in una famiglia ebrea nella città siberiana di Irkutsk, dove suo padre, medico e batteriologo, era stato mandato in esilio per le sue attività rivoluzionarie. Nel 1907, alla famiglia Romm fu finalmente permesso di rientrare a Mosca. Mikhail si diplomò come scultore all’Istituto di Arti e Tecnologia. Dopo alcuni anni di lavoro in quel campo iniziò però a scalpitare.

Romm si cimentò in svariate forme d’arte. Scrisse romanzi storici, racconti brevi, racconti per bambini, saggi per i giornali, tradusse in russo le opere di Zola, Maupassant e Flaubert, e interpretò pure alcuni ruoli come attore a teatro. Alla fine, in lui prese piede l’idea di fare cinema.

Alla fine degli anni Venti, Romm lavorò come ricercatore indipendente di Teoria del cinema. Avendo così ottenuto l’accesso a decine di film, li guardò più e più volte per memorizzare le caratteristiche più significative, fotogramma per fotogramma. Fu allora che iniziò a scrivere le sue sceneggiature.

Romm era convinto che a una persona bastasse conoscere gli elementi di cui è composto un film, per poterne ricostruire uno da solo, come un puzzle. “Perché ho deciso di dedicarmi al cinema? Ho solo pensato che fosse qualcosa di totalmente privo di grosse responsabilità, una cosa da bambini, facile, sai. La letteratura, ad esempio, è una cosa seria, che richiede grandi sforzi. Ecco perché ho iniziato a lavorare nel cinema”, ricordò Romm in seguito, con un tocco di ironia.

Ci vuole una speciale combinazione di egoismo e autoconvinzione per fare il regista. Romm dimostrò di possedere entrambe le qualità.

Un inizio rischioso

Nel 1933 gli fu permesso di realizzare il suo primo film muto, intitolato “Cavoletto” (titolo originale russo: “Пышка”; “Pyshka”; ossia “Paffutella”, adattamento di “Palla di sego” di Guy de Maupassant).

Non è un grande segreto che durante il periodo staliniano tutto doveva essere conforme alle direttive. Il “realismo socialista”, imposto nelle arti, costrinse molti artisti di talento a creare immagini stereotipate, idealizzate, edulcorate e spesso chiaramente falsate rispetto alla realtà della vita sovietica. La censura era così diffusa e sistemica che tutti i libri, i periodici, i dipinti, i film, le rappresentazioni teatrali, tutto, doveva essere preventivamente approvato. Lo stile personale e le libertà artistiche erano consentite solo in micro, anzi in nano dosi.

Uno dei più importanti scrittori del realismo socialista, l’autore di “Bassifondi” (o “L’albergo dei poveri”) Maksim Gorkij, guardò “Cavoletto” di Romm e disse che era “un bel film”. Ma diversi critici accusarono il regista di aver ritratto falsamente la Francia e il popolo, sostenendo che il film di Romm non aveva nulla a che fare con il romanzo breve di Maupassant del 1880. E una simile reazione critica poteva costare cara negli anni delle Purghe staliniane. 

Tutti aspettavano la reazione di Stalin, dato che aveva sempre l’ultima parola. Il leader sovietico, che era notoriamente imprevedibile, fece un’intelligente osservazione. Si chiese perché mai si dovessero confrontare un romanzo e il film da esso tratto. E funzionò. “Cavoletto” ottenne il via libera dalla censura, e fu presentato persino all’estero. Fuori concorso venne mostrato anche al Festival Internazionale del Cinema di Venezia (era la 2ª edizione), in un anno memorabile per la cinematografia sovietica, che al Lido si aggiudicò la Coppa della Biennale “per la migliore presentazione statale”.

A Romm piaceva sperimentare generi diversi. Nel 1936 realizzò “Sangue sulla sabbia” (titolo originale russo: “Тринадцать”; “Trinàdstat”, ossia “Tredici”), un film d’avventura di genere “eastern”, in cui la brillante attrice sovietica Elena Kuzmina (1909-1979) interpretava l’unico ruolo femminile. Come spesso accade con i registi e le loro star, divenne la moglie di Romm.

Il primo film in assoluto su Lenin

Alla fine degli anni Trenta, Romm passò da Maupassant al leader della Rivoluzione d’Ottobre, Vladimir Ilich Uljanov, detto Lenin. Il suo terzo film, “Lenin in ottobre” (in russo: “Ленин в Октябре”; “Lenin v Oktjabré) era una pellicola biografica, con protagonista il carismatico Boris Shchukin (1894-1939). La sua interpretazione del leader bolscevico divenne l’esempio aureo della recitazione della figura di Lenin. Le riprese duravano dalla mattina presto fino a mezzanotte. Ci vollero circa due settimane per girare l’intero film, il cui contenuto fu continuamente controllato da Stalin. L’anteprima era prevista per il 7 novembre 1937, in occasione del 20° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

Tuttavia, le cose andarono terribilmente storte durante la prima di “Lenin in ottobre”. Ci furono innumerevoli problemi tecnici e la proiezione fu interrotta 15 volte. Quando finalmente arrivarono i titoli di cosa, tutti in sala aspettavano la reazione di Stalin. Il leader sovietico iniziò ad applaudire. Quelli intorno a lui scoppiarono allora in applausi fragorosi. Il successo del film fu fenomenale. Questo era il primo film in assoluto su Lenin.

Boris Schukin (a destra) e Nikolaj Okhlopkov (a sinistra) nel film “Lenin in ottobre”

Ma nei circoli cinematografici professionali, i colleghi di Romm ebbero reazioni contrastanti al film. “Questo film mi ricorda un concerto in cui cantava un’eccellente cantante, ma suo marito, un dentista, è salito sul palco per fare l’inchino”, disse velenosamente il regista sovietico Aleksandr Dovzhenko (1894-1956). Nella sua metafora, Romm era il “dentista”.

Una scena tratta dal film “Lenin nel 1918” di Boris Shchukin

Dopo l’uscita del film, al regista venne detto di aggiungere alcuni dettagli importanti al suo film, come l’assalto al Palazzo d’Inverno a Pietrogrado e l’arresto del governo ad interim. Romm fu poi sostanzialmente costretto a realizzare un altro film biografico, intitolato “Lenin nel 1918” (in russo: “Ленин в 1918 году”; “Lenin v 1918 godù”), uscito nel 1939. Ricevette il premio più alto dell’epoca, il Premio Stalin, per entrambi i film.

Dopo la morte di Stalin, nel 1953, Romm dovette rimontare entrambi i film di Lenin, rimuovendo tutti i riferimenti a Stalin.

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Il suo capolavoro da “Sogno”

Faina Ranevskaja nel film “Mechtà” (Il sogno) diretto da Mikhail Romm

Romm andò oltre i suoi film su Lenin e voltò pagina. All’inizio degli anni Quaranta realizzò il suo capolavoro senza tempo “Mechtà” (“Мечта”; traducibile come “Il sogno”) con Faina Ranevskaja.

La sua interpretazione di Madame Rosa Skorokhod, una donna autoritaria che gestisce una pensione, catapultò la geniale attrice alla fama. Il film fu un successo internazionale, raggiungendo il pubblico dall’altra parte dell’Atlantico, dove fu distribuito con il titolo inglese “Dream”, e piacque molto all’allora presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt.

Il tema del fascismo

Mikhail Romm

Romm cercò a lungo di decodificare la natura spettrale e barbara del fascismo. Una comprensione davvero buona della storia e della psicologia lo aiutò a scavare abbastanza in profondità per realizzare film dagli sguardi non comuni.

Nel 1944, Romm presentò il suo nuovo dramma “La ragazza numero 217” (in russo: “Человек № 217”; “Chelovék № 217”; ossia “La persona numero 217”), con Elena Kuzmina. Descriveva in dettaglio la storia di una giovane donna sovietica deportata in Germania e ridotta in schiavitù dai fascisti.

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Tatiana Krylova viene venduta come schiava per 15 marchi. La donna si ritrova in una normale famiglia tedesca, dove viene trattata come un animale. Non ha un nome umano, né passato né futuro, solo un numero. Dopo l’occupazione nazista dell’Unione Sovietica, iniziata il 22 giugno del 1941, i tedeschi usarono milioni di russi, ucraini e bielorussi come lavoratori forzati (o Ostarbeiter, letteralmente “lavoratori dell’Est”).

Romm ricevette un altro premio Stalin per il film, che aveva scritto insieme al suo amico e sceneggiatore preferito, Evgenij Gabrilovich (1899-1993). Nel 1946 vinse anche il Gran Premio dell’Associazione degli autori per il miglior regista al 1º Festival Internazionale del Cinema di Cannes.

Questa fu la prima, ma non l’ultima volta in cui Romm tentò di risalire alle origini del fascismo tedesco. Molti dei suoi film, tra cui “Missione segreta” (in russo: “Секретная миссия”; “Sekrétnaja mìssija”; 1950) e “Omicidio in Via Dante” (in russo: “Убийство на улице Данте”; “Ubìjstvo na ùlitse Dante”; 1956), affrontano il tema dell’ascesa del fascismo, della sua violenza e dell’oppressione.

Gli anni del Disgelo

Romm ebbe finalmente un po’ più libertà creativa durante il Disgelo culturale degli anni di Khrushchev. Come un grande profeta, previde l’ascesa della scienza in Urss. All’inizio degli anni Sessanta, uscì il suo nuovo film, “Nove giorni in un anno” (in russo: “Девять дней одного года”; “Dévjat dnéj odnogó góda”; 1962). Vero gioiello, questo film fu un nuovo inizio e un’opportunità per rinnovarsi.

Aleksej Batalov e Innokentij Smoktunovskij in “Nove giorni in un anno”

“Nove giorni in un anno” ruotava attorno a una coppia di scienziati nucleari: un grande idealista e un cinico duro a morire. Dmitrij Gusev (interpretato da Aleksej Batalov; 1928-2017) affronta le conseguenze sulla salute dopo essere stato esposto a radiazioni durante un esperimento in un laboratorio segreto in Siberia. I suoi giorni stanno per finire. E il suo idealismo può essere futile, ma lui lo porta come una medaglia. Il suo amichevole rivale (interpretato da Innokentij Smoktunovskij; 1925-1994) è invece lo scetticismo fatto persona.

Il film di Romm vinse un Globo di Cristallo al Festival internazionale del cinema di Karlovy Vary del 1962.

Il fascismo ordinario

Nel 1965, Romm realizzò un film definitivo. La sua opera più grande, il documentario intitolato “Obyknovennyj faschizm” (“Обыкновенный фашизм”; ossia “Il fascismo ordinario”; conosciuto anche negli Stati Uniti come “Triumph Over Violence” e in Gran Bretagna come “Echo of the Jackboot”) è narrato da Romm in prima persona e scritto insieme a Maja Turovskaja e Jurij Khanjutin.

È un documentario approfondito sugli orrori e le origini del fascismo, pieno di immagini crude, tratte dagli archivi nazisti e dall’archivio personale di Hitler e da archivi personali di membri delle SS, confiscati dai sovietici dopo la vittoria.

Il documentario però finiva, oltre che per denunciare i crimini della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, anche per criticare indirettamente vari aspetti dei sistemi totalitari, che potevano essere riconosciuti anche in alcune fasi del percorso storico dell’Unione Sovietica.

“Ricordo perfettamente i tempi in cui l’idea stessa di confrontare fascismo e comunismo mi sembrava blasfema. Tuttavia, quando è uscito quel documentario rivelatore, la maggior parte dei miei amici e io abbiamo capito e condiviso totalmente il messaggio implicito del regista, che finiva per mostrare una somiglianza terribile, incondizionata e infernalmente profonda tra i due regimi”, ricordò una volta lo scrittore di fantascienza sovietico Boris Strugatskij (1933-2012).

Una scena del film “Obyknovennyj faschizm” (“Il fascismo ordinario”; conosciuto negli Stati Uniti come “Triumph Over Violence”)

Nel suo potente documentario, Romm ha usato tutti i mezzi visivi disponibili, dalla musica ai filmati d’archivio, per decostruire e analizzare la tirannia totalitaria e la tragedia umana. Alcune delle immagini sono violente e profondamente inquietanti. Il regista ha guardato ogni persona negli occhi, sia che fosse vittima o carnefice.

Il secondo segretario del Partito comunista, il guardiano dell’ideologia sovietica Mikhail Suslov (1902-1982), avrebbe compreso certi sottotesti e posto, subito dopo la première del film, una domanda secca al regista: “Mikhail Ilich, perché non le piacciamo così tanto?”. 


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