Olesha fu il più grande nel descrivere la nuova realtà dell’Urss, dove però si sentiva un estraneo

Foto d'archivio
Non fu uno scrittore prolifico: ci ha lasciato un grande romanzo, una favola brillante, una pièce mediocre, una collezione di racconti e memorie. Eppure bastano due libri (“Invidia” e “I tre grassoni”) a farne un genio e una pietra miliare della letteratura russa

L’ultimo uomo del secolo

Jurij Olesha (1899-1960) aveva talento in abbondanza per essere scrittore, poeta, satirico e persino giocatore di calcio. Nato nel 1899 in Ucraina, in una città che allora si chiamava Elisavetgrad, in onore dell’imperatrice Elisabetta I di Russia, e che da allora ha fatto in tempo a cambiare quattro volte nome (Zinovevsk, Kirovo, Kirovograd e, dal 2016, Kropivnìtskij), si definiva con orgoglio “l’ultimo uomo del secolo”. Suo padre era un nobile polacco impoverito. Olesha visse la sua infanzia borghese a Odessa (patria del collega scrittore Isaak Babel) e iniziò a scrivere poesie quando era al ginnasio.

Jurij era uno dei migliori studenti della classe e fu una delle prime promesse del calcio, sport che aveva appena iniziato a prendere piede nell’Impero russo. Ma dopo una partita, il medico disse che Olesha aveva un cuore troppo debole e gli fu proibito di giocare oltre a pallone. “Fu allora che capii per la prima volta nella mia vita cosa significasse un divieto”, ricordò in seguito Olesha.

Lo scrittore Jurij Olesha

Nel 1917 entrò all’università, dove studiò per due anni legge. Come molti altri giovani, accolse con entusiasmo la Rivoluzione bolscevica. Nel 1920, dopo tre anni di disordini e Guerra civile, la leadership sovietica si stabilì finalmente a Odessa. Olesha sognava di viaggiare per il mondo, andando in Germania, Francia e Italia. Nel 1922, quando i suoi genitori emigrarono in Polonia, Jurij decise di trasferirsi a Mosca. Risalgono a quel periodo dei pezzi satirici per il giornale dei ferrovieri “Gudok” (“Il fischio”), che scrisse usando lo pseudonimo di “Zubìlo” (“Scalpello”).

Il re delle metafore

Olesha era noto per il suo umorismo pungente. “La mia vita è legata a una serie di grandi eventi”, ricordò una volta. “Ad esempio, c’è stato il giorno della morte di [Lev] Tolstoj, e il giorno in cui ho visto una ragazza che leggeva ‘Anna Karenina’ su una scala mobile della metropolitana”.

Olesha veniva spesso definito il “re delle metafore”, perché ne sapeva inventare di insolite e in grado di far spaziare la mente.

“I muscoli si muovevano sotto la sua pelle come conigli ingoiati da un boa constrictor”, scrisse. 

Oppure: “Il suo cuore saltava come un uovo nell’acqua bollente”.

“La pozzanghera se ne stava sotto l’albero come una zingara.”

“Lo sbadiglio mi scosse come un cane.”

Secondo lo scrittore sovietico Konstantin Paustovskij (1892-1968), candidato più volte al Premio Nobel per la letteratura, c’era “qualcosa di beethoveniano in Olesha, anche nella sua voce. I suoi occhi scoprivano molte cose meravigliose e impressionanti attorno a lui, e ne scriveva in modo breve, preciso ed eccellente.”

“I tre grassoni”

La fama raggiunse Olesha all’improvviso, subito dopo l’uscita, nel 1928, del romanzo per bambini “I tre grassoni” (“Три Толстяка”; “Tri Tolstjakà”), scritto quattro anni prima.

In Italia è stato tradotto da Sergio Leone e, con le illustrazioni di Karel Thole è uscito per Il Saggiatore nel 1969, ed è stato ripubblicato da Salani nel 1996. Nel 1969 uscì in volume unico, insieme all’altra celebre opera di Olesha, anche per Einaudi, “Invidia; I tre grassoni”, nelle traduzioni di Giulio Dacosta e Clara Coisson. Ovviamente tutte queste edizioni sono fuori catalogo, quindi vanno cercate in biblioteca o nel mercato dell’usato.

La leggenda narra che, nella primavera del 1924, Olesha stava guardando fuori dalla finestra quando vide una ragazza di circa 13 anni. Stava leggendo le fiabe di Andersen. Olesha rimase affascinato da questa lettrice adolescente al punto che promise di scrivere la “migliore fiaba del mondo” e di dedicargliela. Quella promessa dette vita a “I tre grassoni”, adatto sia ai bambini che agli adulti.

La storia è ambientata in una terra immaginaria sconosciuta, e si concentra su una rivolta guidata dall’armaiolo Prospero (il cui nome è ovviamente un’allusione al mago di Shakespeare in “La tempesta”). Riecheggiando la Rivoluzione del 1917, il romanzo di Olesha è ambientato in un Paese governato da un’aristocrazia insaziabile e avida, con i tre uomini grassi alla ribalta. Hanno un ragazzo di nome Tutti che dovrebbe diventare il loro erede. Alla povera creatura romantica non è permesso di avere contatti con altri bambini, il suo unico compagno è un bambolotto di nome Suok. Gli uomini, simili a maiali, mettono anche in piedi uno zoo con animali feroci per insegnare a Tutti le prime lezioni di crudeltà.

Olesha si mosse deliberatamente sul filo del rasoio in un momento in cui un passo falso avrebbe potuto chiuderne per sempre la carriera. “I tre grassoni” ha molti livelli interpretativi, è pieno di metafore spiritose e di significati nascosti.

L’apice della carriera letteraria di Olesha

Nel 1927, sulla rivista “Krasnaja Nov” fu pubblicato “Invidia” (“Зависть”; “Zavist”). Molti critici letterari l’hanno definito l’apice della sua carriera letteraria e una delle più grandi opere della letteratura sovietica e russa del XX secolo.

In Italia arrivò nel 1944 nella traduzione di Vera Stanic (ed. Documento; Tip. A. Staderini). Nel 1952 lo ripubblicò la casa editrice Casini con il titolo “L’invidia”, e, sempre con l’articolo, e nella traduzione di Gino Zuffellato uscì per Editoriale italiana. Come detto sopra uscì per Einaudi nel 1969. Adesso nelle librerie potete trovare “Invidia” nella nuova traduzione di Daniela Liberti per la casa editrice Carbonio (2018).

Nikolaj Kavalerov, il protagonista del romanzo, è un intellettuale, un sognatore e un poeta, fallito e mantenuto, che diventa un completo outsider nella realtà sovietica. Il “salsicciaio” Andrej Babichev è il suo diretto opposto, concreto e orientato al successo di una fabbrica di carne, grazie alla produzione di un rivoluzionario salame, leggero ed economico. Il fallimento nel contesto del nuovo mondo rende l’immagine di Kavalerov autobiografica. Nikolaj Kavalerov è l’alter ego di Olesha. Lo scrittore ha creato una metafora del sistema sovietico, con l’amatissimo salume (che tanto ricorda la Doktorskaja, nata però solo nel 1936) che diventa un simbolo della prosperità.

La nuova realtà sovietica

All’inizio degli anni Trenta, Olesha pubblicò una serie di racconti e di lavori teatrali, tra cui la pièce “L’elenco delle benemerenze” (“Список благодеяний”; “Spisok blagodejanij”) del 1930. Lo spettacolo fu messo in scena dal pionieristico regista teatrale sovietico Vsevolod Mejerhold (1874-1940) ed ebbe alcuni problemi con l’establishment sovietico.

Jurij Olesha (il terzo da sinistra) con i membri del circolo letterario dello stabilimento del Likhachev

Edito dalla casa editrice Il Poligrafo si trova in italiano il libro “Il laboratorio teatrale di Jurij Oleša”, un saggio proprio su “L’elenco delle benemerenze” e “La morte di Zand” della slavista Adalgisa Mingati.

Per molti anni, Olesha lavorò poi alle sue memorie, pubblicate postume nel 1965 con il titolo di “Nessun giorno senza una riga” (“Ни дня без строчки”; “Ni dnjà bez strochki”).

In Italia è stato pubblicato nel 1981 da Garzanti nella traduzione di Costantino Di Paola. È fuori catalogo.

Si tratta di un pot-pourri di schizzi, saggi, immagini e diari, spesso paragonato a “Diario di uno scrittore” di Fjodor Dostoevskij. “Non so molto della vita. Quello che mi piace di più è che ha animali, grandi e piccoli; che ha una cupola piena di stelle che mi guardano scintillanti da un cielo limpido; che ha alberi come quelli di dipinti bellissimi e molto altro ancora.”

Jurij Olesha nel 1954

Il “realismo socialista”, che fu imposto da Stalin dopo la morte di Lenin e fondamentalmente costrinse gli artisti a creare nauseanti immagini ottimistiche della vita sovietica, andava contro i valori e le credenze di Olesha. Lo scrittore divenne dipendente dall’alcol.

“Non so più scrivere. Se scrivo che il tempo era brutto, mi diranno che il tempo era buono per il cotone”, disse Olesha al collega Ilja Ehrenburg (1891-1967). In epoca sovietica, la sua paura di diventare un paria sociale era palpabile. Voleva scrivere, ma non sapeva di cosa scrivere.

Le vette di cartone

“Per il proletariato io non ho fatto niente. Io mi reputo intelligente, smaliziato, erede di una tradizione secolare. Sono portatore della cultura e così via. […] Io scrivo racconti, saggi, romanzi, poesie e pièce teatrali. Pongo domande, affronto problemi, tratto vari aspetti della vita, e cose così. Stampano i miei libri, li distribuiscono, li mettono sugli scaffali delle biblioteche, li leggono. [E tutto questo è menzogna]. Tutto va bene. Ma solo superficialmente. In realtà, non c’è alcun dubbio che di quello che scrivo al proletariato non interessa niente, e che non gli serve a nulla. Non sono che sottigliezze intellettuali, ricercatezze esteriori, che avrei potuto scrivere anche se la rivoluzione proletaria non fosse avvenuta.”

“Io, scrittore-intellettuale scrivo cose che per il proletariato non sono comprensibili e di cui non ha bisogno. Ma dicono: quello che alle masse non è chiaro oggi, sarà loro chiaro domani; la massa crescerà, capirà e mi dirà grazie. Permettetemi di pensare che questo modo di relazionarsi con le masse è padronale. Non è difficile rassicurarsi in questo modo: io sono intelligente, smaliziato, erede di una tradizione secolare e la massa è stupida. Io sono un portatore della cultura e la massa a quella cultura a lungo non ha avuto accesso, e per questo non ci capiamo l’un l’altro, tra di noi c’è un baratro, e la massa dovrebbe inerpicarsi per raggiungere le mie altezze. Così è molto facile rassicurare se stessi. Ci rassicuriamo e ci spingiamo oltre nelle nostre sottigliezze, sempre più in alto, e il baratro diventa sempre più profondo e spaventoso. Permettetemi di pensare che l’alpinismo a cui ci dedichiamo sia umiliante e penoso. Le nostre vette sono di cartone. Non dobbiamo chiamare a noi le masse verso queste vette”, scrisse sul suo diario nel 1929 in occasione del dodicesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

Negli anni Trenta, diversi colleghi e amici dello scrittore furono arrestati, mandati nei campi di lavoro, alcuni di loro furono persino giustiziati. Olesha riuscì a evitare questo destino. Durante la Seconda guerra mondiale visse, sfollato, ad Ashgabat, la capitale del Turkmenistan. Lo scrittore tornò a Mosca solo nel 1947.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse frequentando ogni giorno il ristorante della leggendaria Casa degli Scrittori, dove Olesha veniva visto spesso bere vodka. Era al verde.

Una volta, avendo saputo che c’erano diversi livelli di cerimonia funebre per scrittori sovietici di diversa fama, chiese come sarebbe stato sepolto lui. Gli dissero che il suo funerale sarebbe stato di quelli lussuosi. Olesha, che non aveva mai perso il suo senso dell’umorismo sardonico, chiese se non fosse possibile farlo più a buon mercato, e dargli la differenza dei soldi subito.

Non dovette aspettare a lungo per il suo funerale. Morì di infarto, a Mosca, il 10 maggio del 1960 e fu sepolto nel cimitero di Novodevichij.


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