I cinque più bei film muti sovietici, capolavori indiscussi a livello mondiale

Yakov Protazanov/Mezhrabprom-Rus,1924
Da un eccentrico esempio di fantascienza alle avanguardie post rivoluzionarie, non sentirete la mancanza della voce, guardando queste pellicole

1 / “Aelita” – Jakov Protazanov, 1924

“Aelita” (“Аэлита”) era molto in anticipo sui tempi, e nel 1924 mostrava uno scioccante mondo di fantascienza con voli spaziali e guerre interplanetarie. In questo libero adattamento dell’omonimo romanzo di Aleksej Tolstoj (1883-1945), uscito appena un anno prima, ci sono anche interessantissime scene della vita quotidiana della Mosca dei primi anni delle riforme economiche sovietiche, che si intrecciano, in una trama molto intricata, con gli episodi fantastici di un volo su Marte e con l’incontro con la sovrano del Pianeta rosso, Aelita. Come ci si poteva aspettare dal cinema rivoluzionario, la trama contiene anche un episodio sul tentativo di ribellione dei “proletari” marziani contro i loro oppressori.

I critici sovietici, tuttavia, non apprezzarono il coraggio del regista Jakov Protazanov (1881-1945), mentre la comunità cinematografica mondiale considera ormai all’unanimità “Aelita” come una pietra miliare della storia del cinema. Come notato dallo scrittore di fantascienza americano Frederik Pohl (1919-2013), una fantascienza spaziale degna del livello di “Aelita” sarebbe riapparsa nel cinema sovietico solo mezzo secolo dopo, con l’uscita di “Solaris” di Tarkovskij

2 / “La corazzata Potemkin” – Sergej Eizenshtein, 1925

Giugno 1905, Impero russo. I marinai di una delle corazzate della flotta del Mar Nero organizzano una rivolta: hanno presentato loto nel piatto una zuppa di carne piena di vermi e gli istigatori della rivolta vengono condannati a morte per essersi rifiutati di mangiarla. La ribellione della carne si trasforma rapidamente in una ribellione contro l’imperialismo e la corazzata “esce” dalla squadriglia, rifiutando ogni ordine.

Basato su eventi reali, il film di Sergej Ejzenshtejn (1898-1948) è diventato uno dei più citati e conosciuti al mondo. Il capolavoro (titolo in russo: “Броненосец „Потёмкин“”; “Bronenósets Potemkin”), che il ventisettenne Ejzenshtejn filmò in occasione del ventesimo anniversario della prima Rivoluzione russa, quella del 1905, era rivoluzionario sia nella forma che nella musica: scritta da Edmund Meisel 1894-1930), un compositore futurista di origini austriache e di base a Berlino. Immediatamente dopo la prima al Teatro Bolshoj, che fece scalpore, la pellicola fece entrare il Paese tra i ranghi delle principali potenze cinematografiche mondiali, e divenne uno strumento di lunga durata della propaganda sovietica, tanto potente era il suo innovativo linguaggio cinematografico. Per migliorare questo risultato valse poi anche la pena di colorare a mano più di cento fotogrammi per mostrare una bandiera rossa sventolare. Nell’era del cinema in bianco e nero, questo ebbe un effetto sorprendente.

3 / “La madre” – Vsevolod Pudovkin, 1927

Un altro titano del cinema muto sovietico fu Vsevolod Pudovkin (1893-1953). Novellino degli studi cinematografici, la sua visione dello sviluppo del cinema differiva completamente da quello di molti contemporanei più autorevoli. Nel 1927 diresse “La madre” (“Мать”), basato sull’omonimo romanzo di Maksim Gorkij (1868-1936), un dramma sulla rivolta del proletariato e sul destino di una famiglia. La sua tecnica principale nel mostrare i personaggi non era la recitazione, ma il montaggio, che fu il motivo per cui più tardi disse di Pudovkin: “Ha fatto la stessa cosa al cinema che Dickens ha fatto al romanzo”.

Nel 1978, i critici cinematografici hanno assegnato a “La madre” il terzo posto nella lista dei 100 migliori film nella storia della cinematografia, e il fondatore dell’American Film Academy, Douglas Fairbanks (1883-1939), una volta osservò: “Dopo ‘La corazzata Potemkin’, avevo paura di guardare i film sovietici, perché pensavo che come quel film ce ne potesse essere solo uno, ma ora sono convinto che l’Unione Sovietica possa mettere in scena film eccezionali e che ‘La madre’ sia di livello altissimo in termini di cinematografia”.

4 / “L’uomo con la macchina da presa” – Dziga Vertov, 1929

Dziga Vertov (1896-1954) si è distinto per il suo particolare radicalismo nell’era delle avanguardie rivoluzionarie. Novant’anni fa, questo suo film (in russo: “Человек с киноаппаратом”; “Chelovek s kinoapparatom”) fu fatto a pezzi dalla critica e scioccò i suoi contemporanei. In effetti, ogni film di Vertov, da “Il cineocchio” (“Киноглаз”, del 1924) a “La sesta parte del mondo” (“Шестая часть мира”, del 1926) e così via, era un tentativo di “uccidere” il cinema tradizionale e creare nuove “ottiche”. Il documentario “L’uomo con la macchina da presa”  fu il culmine di questa esperienza.

Un muto lavoro di collage di frammenti della vita urbana di una persona comune dell’Urss, alcuni dei quali durano solo un secondo, mostrava l’intera tavolozza della ricerca artistica di Vertov nel linguaggio del cinema: dalle riprese accelerate ai fotogrammi riflessi. Nel tempo, questa pellicola è diventata una sorta di manifesto e guida pratica per i registi di tutto il mondo. E questo era esattamente ciò che Vertov voleva, visto che nei titoli di coda si legge: “Questo lavoro sperimentale mira a creare un linguaggio cinematografico assoluto veramente internazionale sulla base della sua completa separazione dal linguaggio del teatro e della letteratura”.

5 / “La terra” – Aleksandr Dovzhenko (1930)

“La terra” è il primo film sovietico sulla collettivizzazione. La trama ha al centro il conflitto di classe in Urss tra i kulaki (i contadini ricchi) e i poveri, ma più in generale alla sua base c’è il grandioso processo di ristrutturazione dell’ordine mondiale: con il passaggio dalla comunità agricola all’industrializzazione. “Nulla sarà più come prima” è il commento sul copione di Aleksandr Dovzhenko (1894-1956), che descrive appieno il filo conduttore del film.

In un comune villaggio sovietico appare per la prima volta un trattore, che solcherà il confine simbolico tra terra privata e collettiva, e in un villaggio dove nulla è cambiato per decenni, si verificheranno una lunga serie di eventi drammatici.

Per Dovzhenko, come per molti suoi contemporanei, la Rivoluzione era stata un evento incoraggiante, un punto di partenza per cambiamenti attesi da tempo. Pertanto, nella pellicola c’è molta negazione dei simboli del passato, inclusa la religione tradizionale. Ma anche il pathos ideologico del tempo non salvò ‘La terra” dalle critiche. La versione completa del film uscì solo quarant’anni dopo: tutto a causa di un naturalismo inaccettabile per la censura sovietica. Ad esempio, in “La terra” c’è un episodio in cui i contadini pisciano sul trattore, “elevandolo” allo status di bestiame attraverso un “rito pagano”, o una scena in cui una fidanzata nuda piange un promesso sposo assassinato. In patria per questi “eccessi” il film non è mai stato particolarmente apprezzato. In Occidente, invece, è stato riconosciuto come uno dei più poetici esempi del cinema mondiale. Nel 2015 l’Unesco ha inserito “La terra” nell’elenco dei capolavori cinematografici.


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