Gorbaciov allo specchio

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A vent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, la figura del traghettatore russo continua ad essere apprezzata all’estero, molto meno tra la sua gente.

E’ un luogo comune che Gorbaciov sia molto apprezzato in tutto il mondo, mentre in Russia ancora oggi i suoi meriti non vengano riconosciuti. Quando domandano a Gorbaciov cosa pensa di tutto ciò, l’ex statista, quasi ottantenne, risponde che  l’atteggiamento è comprensibile: il cammino verso la democrazia si è trasformato in una serie di dure prove per milioni di cittadini della Russia.  Gorbaciov non nega neppure la propria parte di responsabilità e riconosce gli errori e gli insuccessi del periodo della perestrojka.

Conoscendo Gorbaciov ormai da molti anni, non ho alcun dubbio sulla sua sincerità. Per lui, per il suo modo di essere, è del tutto inammissibile anche solo abbozzare l’ipotesi che “al leader non sia capitato il popolo giusto”. Eppure è impossibile spiegare le ragioni della discrepanza tra la percezione di Gorbaciov nel suo Paese e nel resto del mondo senza tener conto delle peculiarità del carattere nazionale russo e della storia della Russia.

Quando Gorbaciov giunse al potere, tutti volevano un cambiamento. Ma la stragrande maggioranza della gente non aveva le idee ben chiare. Prevalevano le tradizionali speranze del popolo russo: avere un buon governante, “un buono zar”.  Praticamente qualsiasi provvedimento risoluto ed energico del nuovo leader sarebbe apparso come l’inizio del cambiamento.

Non si può dire che Gorbaciov “non abbia avuto scelta”.  In quell’epoca, tra gli uomini del partito, aveva raggiunto un certo consenso una sorta di “ideologia nell’ombra”, che combinava elementi del nazionalismo russo e della geopolitica imperialistica. Aspetti ancor più evidenti erano quelli del “rafforzamento della disciplina” e dell’“instaurazione dell’ordine elementare”, che gradualmente avrebbero portato a una trasformazione del regime sovietico “in direzione di Ceausescu”.

Gorbaciov scelse, ottenendo l’approvazione del politbjuro conservatore, una soluzione tutt’altro che scontata.  Egli voleva che la perestrojka avviata dall’alto godesse di un sostegno dal basso, e non con il passivo beneplacito universale, bensì attraverso l’emancipazione dell’iniziativa di milioni di cittadini. Dapprima egli tentò di realizzare ciò nell’ambito del sistema esistente, ma dopo soli due o tre anni approdò all’idea della democratizzazione. Gorbaciov riuscì a far passare anche quest’idea al politbjuro, che nel frattempo era sì cambiato, ma, come ben presto fu chiaro, non era ancora pronto alle dolorose trasformazioni, agli imprevisti e all’instabilità che inevitabilmente si accompagnano alle riforme.

Anche la maggioranza della popolazione si rivelò impreparata a questo. Pur ottenendo una libertà sempre maggiore, la gente continuò a fare affidamento non tanto su sé stessa, quanto su un miracolo, su una “mano forte”, su un “governante risoluto”.  Si spiega così l’impennata della popolarità di Eltsin. Ed è questa la radice dell’incomprensione che tuttora perdura nei confronti di Gorbaciov.

È paradossale come i primi a voltare le spalle a Gorbaciov, avvicinandosi a Eltsin in Russia e ai nazionalisti nelle altre repubbliche dell’Urss, furono i rappresentanti della parte più attiva e istruita della società. L’intellighenzia, che aveva tratto vantaggio prima e più di tutti gli altri dalla libertà concessa dall’alto, si servì di essa per organizzare una grandiosa festa della disobbedienza. Nella foga di questa festa i nuovi leader andarono prematuramente verso lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Prematuramente, perché in nessuna delle repubbliche si erano ancora formate delle istituzioni di politica democratica, della società civile e dell’economia di mercato.

A vent’anni di distanza ormai è chiaro che la disgregazione dell’Unione Sovietica non accelerò, ma anzi rallentò la formazione di queste istituzioni e condusse all’affermazione di regimi di potere senza alternativa di scelta e a un’imitazione di democrazia. Eppure ben pochi sono disposti ad ammetterlo. E se per i cittadini di molte repubbliche ex sovietiche gli affanni degli ultimi due decenni sono compensati dal sentimento di appartenenza nazionale, grazie all’indipendenza ottenuta, in Russia ciò non accade.

È questa l’unica repubblica in cui, secondo i sondaggi, la maggioranza della popolazione percepisce il crollo dell’Unione come la perdita di una grande patria. Nella ricerca del colpevole le persone più diverse – i comunisti che al Soviet Supremo votarono in favore degli accordi di Belavezha; i radicali che appoggiarono tutte le misure volte a indebolire il potere dell’Unione; i semplici cittadini che non batterono ciglio quando vennero a sapere che il loro Paese non esisteva più – puntano il dito contro Gorbaciov. Alcuni lo criticano per non aver fatto uso del suo potere per domare il separatismo; altri affermano (io stesso l’ho sentito dire da un ex collaboratore di Eltsin) che si sarebbe potuto mantenere in vita l’Unione se dopo il putsch del Comitato Statale per lo stato di emergenza nell’agosto 1991 Gorbaciov avesse passato il potere a Eltsin; altri ancora provano semplicemente nei confronti di Gorbaciov un sordo risentimento.

Al tempo stesso, la gente usufruisce dei diritti e delle libertà ottenuti negli anni della perestrojka: le libertà di impresa, di culto, di espatrio e (entro i limiti tracciati dal potere) la libertà di parola e quella di riunione sono recepiti come un dato di fatto per il quale non bisogna ringraziare nessuno. Anzi, si può anche inveire come ha fatto Solzhenicyn, dichiarando che “la glasnost’ di Gorbaciov ha rovinato tutto”.   Solzhenicyn non è il solo a non accorgersi della contraddizione tra le impellenti istanze dei primi anni Novanta e le accuse che si rovesciarono su Gorbaciov quando lasciò il potere.

La rinuncia stessa di Gorbaciov al potere, che salvò il Paese da sconvolgimenti ancora più gravi, non fu apprezzata dal popolo e dall’élite, per i quali tra i protagonisti della storia russa non c’è Alessandro II che liberò i contadini dalla servitù della gleba, ma Ivan il Terribile, Pietro il Grande e Stalin. Dire questo non significa recriminare contro il popolo. La nostra storia ci ha plasmato così come siamo. La mentalità e il carattere nazionale mutano assai più lentamente della cultura materiale. Ma se non si prende coscienza del problema non si può nemmeno cominciare ad affrontarlo.

La discrepanza tra il giudizio nei confronti di Gorbaciov in Russia e nella maggior parte degli altri Paesi è indubbiamente un problema. Non un problema di Gorbaciov, ma della Russia. Riavvicinarsi al giudizio che dà il resto del mondo sul ruolo avuto da quest’uomo nella storia sarebbe un grande passo avanti nell’integrazione della Russia nella comunità internazionale.

Questo riavvicinamento però non può venire da sé. Perché esso avvenga, alla Russia serve un altro tentativo di arrivare a una vera democrazia. Il successo di questo tentativo non è garantito. Il leader che deciderà di intraprenderlo incontrerà delle difficoltà, ma la sua situazione sarà molto più facile di quella affrontata da Gorbaciov quando diede inizio al cambiamento in un Paese assolutamente unico, che nessuno di noi comprendeva appieno.

Oggi ormai non siamo più così unici, e probabilmente è un bene. Stiamo cercando la via della democrazia in  contemporanea con decine di altri Stati e con centinaia di milioni di persone. Quando avremo percorso fino in fondo questa strada saremo in grado di riconoscere i meriti dell’uomo che ci ha dato una chance.

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