Uccisa dal marito, la risposta choc della polizia: “Se l’ammazza arriviamo”

30 novembre 2016 Ekaterina Sinelshchikova, RBTH
È morta così, svenuta in un letto di ospedale, una donna di Orel, città a sud di Mosca, dopo le ripetute botte dell’uomo. Nonostante le richieste di aiuto, le forze dell’ordine si sono rifiutate di intervenire. Un ennesimo caso di violenza domestica che ha sconvolto la società russa proprio mentre alla Duma di discute di alleggerire le pene per gli aggressori
Domestic violence
Ogni anno in Russia circa 14.000 donne vengono uccise dai propri mariti o da persone a loro vicine. Fonte: Alamy/Legion Media

È stata buttata a terra e presa ripetutamente a calci. A nulla sono servite le chiamate alla polizia, che si è rifiutata di intervenire: “Signorina, se la ammazzano, usciremo senz’altro ed eseguiremo l’autopsia sul cadavere. Stia tranquilla”. Yana Savchuk, 36 anni di Orel, una città a 350 chilometri da Mosca, è morta in ospedale dopo essere stata brutalmente pestata dall’ex convivente. Quaranta minuti prima di morire, durante la lite, la donna aveva chiamato le forze dell’ordine ma i poliziotti, arrivati dopo la chiamata, non hanno voluto immischiarsi nel litigio e se ne sono andati quasi subito, avvertendo che non sarebbero tornati una seconda volta se fossero stati richiamati. “Come non venite? Come fate a non intervenire se vi chiamo? Quindi se mi succede qualcosa, voi non intervenite?”, si sente dire da Yana, nella registrazione telefonica, all’addetta del commissariato locale, Natalya Bashkatova. “Stia tranquilla - risponde la Bashkatova, minacciando di denunciarla per procurato allarme -. Se la ammazzano, usciremo senz’altro per eseguire l’autopsia sul cadavere”. E così è stato. Dopo le ripetute, violente percosse, Yana non si è più svegliata.

La tragica vicenda e l’inettitudine della polizia hanno sconvolto la società russa, creando grande scalpore sui social network e sui media. La Bashkatova lo scorso anno era stata premiata come migliore collaboratrice del distretto di Orel, mentre il marito della vittima, Andrej Bachkov, in passato era stato incriminato tre volte per furto, violenza carnale e possesso di stupefacenti e prima del fatto aveva minacciato la moglie.

La vittima del brutale pestaggio, Yana Savchuk. Fonte: vk.comLa vittima del brutale pestaggio, Yana Savchuk. Fonte: vk.com

“Quando il mio ex marito mi pestava, la polizia ha reagito allo stesso modo alle mie chiamate”, hanno scritto alcuni utenti di internet. “La polizia preferisce non immischiarsi nel ‘tran tran quotidiano’”.

Il peggio è che questo tragico episodio è avvenuto proprio mentre si discute uno scandaloso disegno di legge alla Duma di Stato.

Secondo le statistiche del Ministero russo degli Interni pubblicata nel 2008 (difficile trovare dati più recenti), i casi di violenza riguardano una famiglia su quattro. Ogni anno circa 14.000 donne vengono uccise dai propri mariti o da persone a loro vicine

Il disegno di legge della discordia

Il disegno di legge, definito il “provvedimento sulle sculacciate” è tuttora in esame. Secondo i deputati, la sua comparsa è determinata da un conflitto di ordine giuridico: per le percosse inferte dai genitori la legge attuale prevede delle sanzioni penali, mentre per le stesse azioni commesse per strada a danno di sconosciuti prevede solo una multa. Ora si vorrebbe quindi bilanciare i due casi, punendo gli aggressori delle violenze in famiglia solo con una multa.

“Per una sculacciata data in famiglia si possono avere fino a due anni di reclusione e si guadagna il marchio di ‘criminali’ per tutta la vita, mentre per un pestaggio avvenuto per strada è prevista solo una multa”, ha dichiarato qualche tempo fa la senatrice Elena Mizulina, autrice di una serie di emendamenti alla legge.

La senatrice Elena Mizulina. Fonte: Maksim Blinov/RIA NovostiLa senatrice Elena Mizulina. Fonte: Maksim Blinov/RIA Novosti

A suo avviso, un simile divario tra le punizioni previste è un’autentica discriminazione e oltre tutto l’articolo contraddice gli “obiettivi principali della politica famigliare statale”, legalizzando di fatto la giustizia minorile (che conta molti detrattori nel governo russo), vale a dire “l’intrusione infondata” nelle questioni famigliari.

Del resto, le argomentazioni della Mizulina hanno incontrato largo consenso. La Commissione per i problemi della famiglia del Patriarcato della Chiesa ortodossa russa si è mostrata solidale con gli autori della “legge sulle sculacciate”: a detta dei sacerdoti i genitori non possono essere puniti per i castighi corporali inflitti ai propri figli. Ma in compenso il governo si è dichiarato contrario al provvedimento, così come la maggior parte dei senatori e degli attivisti per i diritti umani, che, al contrario, già da tempo chiedono di inasprire le pene per gli atti di violenza domestica. La decriminalizzazione non fa che peggiorare la situazione, sostengono.

Secondo le stime del Consiglio presidenziale russo per lo sviluppo della società civile e per i diritti umani relative al 2015, in Russia ogni 40 minuti una donna muore perché vittima di violenze domestiche e il 40% di tali crimini avviene all’interno delle famiglie. Per di più, oltre la metà delle donne vittime di percosse da parte di mariti e conviventi non si rivolge alle forze dell’ordine. Secondo i dati in possesso di diverse organizzazioni sociali, solo il 3% dei casi arriva in tribunale

Perché in molti casi la polizia non interviene

Un anno fa ha suscitato grande scalpore un altro terribile caso di omicidio. Oleg Belov, un abitante di Nizhnij Novgorod (città a 400 chilometri da Mosca) ha fatto a pezzi il corpo di sua moglie e dei suoi sei figli e poi ha ucciso anche sua madre. Le denunce erano state tante, ma come il più delle volte succede il problema era quello dell’intervento, o meglio del non intervento dei tutori dell’ordine. La moglie di Belov aveva denunciato alla polizia almeno sei volte il marito che la picchiava sistematicamente, ma nessuno ha mai dato seguito alle sue denunce. In quattro casi a respingere l’attivazione di un procedimento penale era stata la procura.

Oleg Belov, di Nizhnij Novgorod, ha ucciso la moglie, la suocera e i suoi sei figli. Fonte: Anastasija Makarycheva/RIA NovostiOleg Belov, di Nizhnij Novgorod, ha ucciso la moglie, la suocera e i suoi sei figli. Fonte: Anastasija Makarycheva/RIA Novosti

“La polizia non si affretta a uscire quando si tratta di liti famigliari, in Russia sono all’ordine del giorno”, dice a Rbth Sergej Enikolopov, direttore del reparto di psicologia medica del Centro dei servizi di salute mentale della Ramn, specializzato sulle violenze e gli abusi. La causa, a detta di Enikolopov, è da attribuire al fatto che, in numerosi casi, prima viene sporta denuncia, e poi si chiede che i mariti e i conviventi vengano rilasciati e rimandati a casa. “Quando si scatena una lite la donna chiama le forze dell’ordine, ma poi una volta che l’agitazione si è placata, capisce che è lui, il convivente, a mantenerla e che quindi deve rassegnarsi. Per i poliziotti diventa una sorta di rompicapo: devono uscire per niente solo per compilare un verbale? Razionalmente li si può capire, anche se è inaccettabile”, dichiara Enikolopov.

“Sono contrario a giustificare le percosse in famiglia come un effetto del ‘domostoj’ mentale dei russi (il domostoj nell’antica Russia era un codice di regole e consigli domestici che stabiliva che venissero inflitte punizioni corporali a mogli e figli a scopo educativo, ndr). Oggi viviamo in una fase precaria e di tensione in cui le donne lottano per i propri diritti e per affermare la propria eguaglianza. E data la situazione, i pugni in faccia sono l’ultimo rifugio di uomini che hanno uno scarso rispetto di sé stessi e vogliono affermare così la propria virilità. Si tratta di falliti. Cosa c’entra qui il domostroj? È la vita di oggi che è diventata una lotta continua tra i sessi”, conclude Enikolopov.

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