Fucilati o sopravvissuti? Il mistero dei Romanov

La famiglia imperiale

La famiglia imperiale

Ullstein Bild/Vostock Photo
Fra storia e giornalismo. L’evoluzione di un'inchiesta che ha appassionato e diviso intere generazioni

Nel marzo del 1917 lo zar russo Nicola II abdicava al trono. La sua figura e quella della sua famiglia sarebbero state spezzate un anno e mezzo dopo. In quel momento fece la sua comparsa sulla scena della storia l'inquirente Nikolai Sokolov. Grazie al lavoro da lui svolto, siamo ora in grado di conoscere la sorte della famiglia imperiale. Sokolov si occupò del caso fino alla fine dei suoi giorni e i suoi documenti sono stati oggi raccolti dalle autorità russe in tutto il mondo.

Nikolai Sokolov non è certo uno dei personaggi più noti della storia russa. Tuttavia, grazie a lui, il mondo ora può essere sicuro di conoscere la storia della morte dell'ultimo zar russo. Sokolov aveva una laurea in diritto e prima della rivoluzione aveva esercitato la professione di giudice istruttore. Nel 1917 era stato promosso procuratore speciale al tribunale distrettuale di Penza. Dopo la rivoluzione e il rovesciamento della monarchia era rimasto fedele al vecchio governo. “Dopo aver preso un congedo per ferie, Sokolov andò in Siberia”, racconta il giudice Vladimir Solovyov, direttore del Dipartimento centrale di criminologia della Commissione investigativa russa, nonché successore di Sokolov: dal 1993 al 2011, dopo che il caso venne riaperto, è stato a capo dell'inchiesta sui Romanov, risolvendola. Senza la sua testimonianza sarebbe stato difficile per i contemporanei orientarsi nelle vicende dell'epoca. “Il principale merito di Sokolov fu quello di riuscire a dimostrare che la famiglia imperiale era stata effettivamente fucilata”, sostiene oggi Vladimir Solovev.

L’inchiesta in Russia

Testimonianze e prove tangibili hanno condotto a un unico esito, vale a dire che “l’assassinio è avvenuto il 17 luglio”, scrisse in seguito Sokolov.

Le vacanze estive di Romanov in Crimea

Come è noto solo ora, da casa Ipatev i cekisti, che avevano fretta perché attendevano l’arrivo in città dei Bianchi, trasferirono i cadaveri dei Romanov nel villaggio di Ganina Yama dove si trovava una miniera abbandonata. “Laggiù l’inquirente ha scoperto una significativa quantità di frammenti di ossa bruciati e di materiali e oggetti che sono stati riconosciuti come appartenenti a persone vicine alla famiglia imperiale” spiega la storica Liudmila Lykova. Allora Sokolov avanzò l’ipotesi che i corpi fossero stati bruciati, teoria che venne in seguito smentita. Risultò che dopo alcuni tentativi fallimentari di bruciare i corpi, i cekisti li avevano poi sotterrati.   

L’emigrazione e la morte

I Bianchi furono sconfitti e ripararono a Est, mentre Sokolov continuava a condurre la sua indagine, riuscendo a raccogliere documenti preziosi che conservò e portò con sé fuori dal paese, racconta la Lykova. I parenti dei Romanov non credettero all’inquirente dal momento che ritenevano la famiglia imperiale ancora in vita.

Negli ultimi anni della sua vita Sokolov stilò un rapporto completo sull’inchiesta per l’imperatrice vedova Marija Fedorovna, madre di Nicola II, e scrisse un libro dal titolo "L’assassinio della famiglia imperiale" sulla base dei materiali raccolti. Esistono testimonianze secondo le quali l’inquirente avrebbe voluto ritornare segretamente in Russia per continuare le indagini. Sokolov morì nel 1924 in Francia all’età di quarantatré anni.

La nuova inchiesta

Ad approfondire i dettagli dell’inchiesta sulla fine della famiglia imperiale si cominciò dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1993 quando i documenti sul caso raccolti da Sokolov furono rinvenuti in tutto il mondo. In alcune circostanze si riuscì a stipulare un accordo per trasmettere le copie di tali materiali in Russia e in altre fu possibile acquistarli. Gli archivi di Sokolov furono acquistati a un’asta di Sotheby’s dal principe del Liechtenstein e trasmessi in Russia. Una parte cospicua dei materiali dell’inchiesta e delle prove indiziarie si trovava a Jordanville, negli Stati uniti, a Bruxelles e in altre chiese ortodosse russe all’estero.

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