Quante volte nella storia i soldati russi hanno conquistato Berlino?

Sergej Schimanskij/Sputnik
La battaglia più sanguinosa è stata quella del 1945, ma già altre due volte la capitale tedesca era caduta in mano russa

1760 

Per la prima volta nella storia, gli abitanti di Berlino videro i soldati russi entrare nella loro città il 9 ottobre 1760, durante la cosiddetta Guerra dei Sette Anni (1756-1763). In quel conflitto, il Regno di Prussia, di cui Berlino era allora capitale, appoggiato dalla Gran Bretagna, si opponeva alle forze combinate di Austria e Russia.

Vienna e San Pietroburgo erano estremamente preoccupate per la politica aggressiva del re prussiano Federico II, sotto il quale la Prussia aveva messo in piedi uno dei migliori eserciti del continente e, espandendo i suoi territori, era risolutamente impegnata nella trasformazione da piccolo principato a potente Stato europeo. La guerra era inevitabile.

La presa della capitale prussiana avrebbe potuto aver luogo già nel 1759. Il 12 agosto, le forze austro-russe sconfissero l’esercito del re Federico nella battaglia di Kunersdorf (sulla riva destra dell’Oder, nelle vicinanze di Francoforte sull’Oder; oggi è la polacca Kunowice). Tuttavia, invece di marciare su Berlino, che era praticamente indifesa, russi e austriaci puntarono in direzione completamente diversa, verso Cottbus. Stupito e felice, il monarca prussiano definì questo avvenimento per lui fortunato “Miracolo della casata di Brandeburgo” (“Wunder des Hauses Brandenburg”).

L’anno successivo, niente poté però salvare la città. Ai primi di ottobre, ventimila uomini agli ordini del generale russo Zakhar Chernyshev e 15 mila comandati dal generale austriaco Franz Moritz von Lacy marciarono su Berlino.

I prussiani riuscirono a respingere il primo assalto delle truppe russe in avvicinamento, ma ben presto gli austriaci apparvero alla periferia meridionale della capitale. Le truppe prussiane si ritirarono senza combattere e il 9 ottobre gli alleati entrarono in città.

Il generale russo di origine sassone Gottlieb Totleben pretese un contributo considerevole di 1,5 milioni di talleri e prese come trofei anche tutte le manifatture reali e l’arsenale. Tuttavia, non permise che la città venisse saccheggiata, come volevano gli austriaci, che ce l’avevano a morte con i prussiani. “Devo ringraziare i russi, che hanno salvato Berlino dagli orrori con cui gli austriaci minacciavano la mia capitale”, disse in seguito Federico II.

L’occupazione di Berlino da parte delle truppe russe e austriache durò solo tre giorni. Apprendendo che 70.000 uomini del re prussiano stavano avanzando in direzione della capitale, la lasciarono frettolosamente il 12 ottobre.

1813

Dopo la sconfitta della “Grande Armata” di Napoleone nel 1812, le truppe russe intrapresero una campagna “per liberare l’Europa dal potere del cannibale corso”.

Uno dei primi Stati sulla loro strada fu il Regno di Prussia. Dopo aver subito una serie di gravi sconfitte nel 1806, aveva perso quasi la metà dei suoi territori e da allora era costretto ad agire quasi come uno Stato vassallo della Francia. In particolare, durante l’invasione della Russia da parte di Napoleone, diverse decine di migliaia di prussiani avevano fatto parte dell’esercito imperiale.

Tuttavia, quando nel gennaio 1813 i soldati russi si presentarono al confine con la Prussia orientale, il re Federico Guglielmo III si rese conto che era ora di cambiare posizione. Le truppe prussiane si unirono immediatamente all’avanzata dell’esercito russo e iniziarono a prendere misure attive per espellere i francesi dal loro territorio.

Durante il mese di febbraio, la maggior parte del regno era liberata dal nemico. Nelle mani dei francesi, tuttavia, c’erano ancora un certo numero di grandi città, tra cui Berlino. L’attacco alla capitale prussiana fu guidato dalle truppe dei generali Nikolaj Repnin-Volkonskij e Aleksandr Chernyshev. Quest’ultimo era un parente di Zakhar Chernyshev e continuò dunque la tradizione di famiglia di conquistare Berlino.

Il 20 febbraio, prima che le forze principali arrivassero a Berlino, diverse centinaia di cosacchi si fecero improvvisamente strada. “Tutto è iniziato a mezzogiorno, con i cosacchi hanno fatto irruzione dalla Porta di Brandeburgo, hanno disperso e parzialmente ucciso le guardie alla porta e con un coraggio inaudito, da soli o in piccoli gruppi, si sono precipitati da un capo all’altro della città”, ricordò un cittadino. Le forze, tuttavia, erano disuguali e il distaccamento dovette ritirarsi.

Poiché i francesi mancavano gravemente di cavalleria, non potevano impedire ai distaccamenti cosacchi veloci di razziare le loro retrovie e interrompere le loro comunicazioni. Dopo che le truppe russe riuscirono a costruire un valico sull’Oder, il comandante della guarnigione, il maresciallo Laurent de Gouvion Saint-Cyr, decise di lasciare Berlino.

Le truppe russe entrarono in città il 4 marzo, quasi a ridosso del nemico in ritirata, e furono accolte calorosamente dalla popolazione. Il generale Peter Wittgenstein riferì: “Da centomila labbra sono uscite silenziose esclamazioni: ‘Lunga vita ad Alessandro, il nostro liberatore!’. Sul volto di ognuno si poteva vedere un sentimento di viva gioia e affetto, ogni pennellata sarebbe debole nel riprodurre questa deliziosa immagine…”.

1945

Il 25 aprile le truppe sovietiche chiusero l’accerchiamento intorno a Berlino e il giorno successivo iniziò un deciso assalto alla “tana della bestia”. Circa 400 mila soldati dell’Armata Rossa presero parte alle battaglie per le strade della capitale del Reich, che era difesa da un massimo di 200 mila soldati della Wehrmacht, delle SS e della milizia popolare Volkssturm.

I tedeschi fecero di tutto per trasformare la loro capitale in una fortezza inespugnabile. Ogni strada divenne una linea di difesa, zeppa di barricate, rifugi, trincee e mitragliatrici. Utilizzarono anche la metropolitana di Berlino per un rapido e nascosto trasferimento di truppe. Là i soldati si nascondevano dai tiri di artiglieria e dai raid aerei.

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Più i soldati sovietici si avvicinavano al centro della città, più feroce diventava la resistenza. “Quando abbiamo iniziato ad avvicinarci ai quartieri centrali, dove c’erano grandi palazzi con fondamenta in granito, sono iniziati i problemi”, ha ricordato il sergente inferiore Pavel Vinnik: “Per capirci; c’era una strada, e all’incrocio un casamento i cui piani bassi erano stati trasformati in fortini con feritoie. I tedeschi sparavano su tutta la strada. Nessun carro armato poteva avvicinarsi!”.

Il 30 aprile iniziarono sanguinose battaglie per il Reichstag. “Nell’enorme edificio gli uomini si sono divisi in battaglie separate”, ha scritto il maggiore generale Vasilij Shatilov nelle sue memorie: “Gruppi, spesso disuniti, mal orientati nei labirinti di corridoi e sale, hanno cominciato a farsi strada verso il secondo piano. Lo spirito d’iniziativa di questi gruppi e di ogni singolo soldato è stata decisiva”. Nonostante il fatto che il 1º maggio sia stata issata una bandiera rossa sul Reichstag, le sparatorie sono continuate per un altro giorno.

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Dopo il suicidio di Hitler, il 30 aprile, il generale Hans Krebs, il capo di stato maggiore delle forze di terra tedesche, si recò presso la posizione del comando sovietico. In risposta alla sua proposta di concludere una tregua, gli fu detto che l’Urss avrebbe accettato solo la resa incondizionata. Dopo il rifiuto della nuova dirigenza tedesca di compiere questo passo, i combattimenti ripresero con rinnovato vigore.

La resistenza dei difensori della città, però, durò poco e il 2 maggio la guarnigione di Berlino si arrese. Questo successo costò la vita a più di 75 mila soldati sovietici.


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