L’esodo dopo la Rivoluzione: così milioni di russi lasciarono la patria con l’ascesa dei bolscevichi

I lunghi scontri, la resa, la nuova vita all’estero. Con il colpo di Stato bolscevico e l'inizio della guerra civile, il flusso di emigrazione aumentò drasticamente. E quando ormai fu chiaro che il movimento bianco aveva i giorni contati, la fuga si trasformò in un esodo

Alla fine del 1919 era chiaro quasi a tutti che i vincitori della guerra civile erano i bolscevichi. Gli eserciti bianchi erano stati sconfitti su tutti i fronti: in Siberia, nel nord russo e a Pietrogrado (come veniva allora chiamata San Pietroburgo). In autunno, a Mosca, le cosiddette Forze Armate della Russia meridionale (AFSR) persero anche l'ultima occasione per stroncare sul nascere il potere sovietico, e si ritirarono in fretta e furia sulle coste del Mar Nero.

Negli anni in cui la Russia era dilaniata dai conflitti interni, il livello di crudeltà e di violenza da entrambe le parti raggiunse picchi senza precedenti. Sia i Rossi che i Bianchi alimentarono il terrore di massa, le sparatorie e le esecuzioni. “È giunta l'ora di distruggere la borghesia se non vogliamo che la borghesia distrugga noi”, scriveva il quotidiano Pravda il 31 agosto 1918: “Le nostre città devono essere spietatamente ripulite dal marciume borghese. Tutti questi signori saranno messi agli atti, e coloro che rappresentano un pericolo per la classe rivoluzionaria saranno distrutti (...) D'ora in poi, l'inno della classe operaia sarà un canto di odio e di vendetta!”. In quelle circostanze, i vinti non avevano altra scelta che arrendersi agli implacabili vincitori o fuggire.

L'emigrazione dalla Russia iniziò dopo il crollo dell'autocrazia e del sistema imperiale, nel marzo del 1917. I più ricchi partirono per le capitali dell'Europa occidentale, dove sapevano di poter mantenere una vita agiata. Dopo il colpo di Stato bolscevico e l'inizio della guerra civile, il flusso di emigrazione aumentò drasticamente. E quando ormai fu chiaro che il movimento bianco aveva i giorni contati, si trasformò in un esodo.

Nel febbraio-marzo 1920, le unità sconfitte e demoralizzate dell'AFSR furono evacuate dai porti del Mar Nero. Con l'Armata Rossa alle calcagna, gli emigranti bianchi si misero in marcia a bordo delle navi in un’atmosfera di caos totale e panico. “La gente lottava per un posto sui piroscafi, era una lotta per la salvezza... Durante quei terribili giorni si verificarono incalcolabili tragedie umane. Davanti a un pericolo così imminente, si riversarono sentimenti bestiali, e le nude passioni sovrastarono ogni coscienza mentre l'uomo diventava il peggior nemico dell'uomo”, raccontò il generale Anton Denikin, comandante delle forze bianche.

Navi delle squadriglie bianche, insieme a imbarcazioni italiane, inglesi e francesi trasportarono più di 30.000 soldati e rifugiati civili in Crimea, Turchia, Grecia ed Egitto. Diverse decine di migliaia di altri soldati restarono bloccati. Quando i bolscevichi occuparono la città, molti dei cosacchi rimasti indietro furono mobilitati, volenti o nolenti, nell'Armata Rossa, e inviati sul fronte polacco. Ancor più triste fu il destino degli ufficiali delle forze armate imperiali: alcuni furono fucilati, altri si suicidarono. “Mi è rimasta impressa nella mente l'immagine di un capitano del reggimento Drozdovskij, in piedi non lontano da me con la moglie e i due figli di tre e cinque anni”, raccontò un testimone oculare della disfatta di Novorossijsk: “Dopo aver baciato e fatto il segno della croce a di loro, sparò a ciascuno di loro nell'orecchio; poi fece il segno della croce alla moglie e le disse addio tra le lacrime. Sparò, e lei cadde. L'ultimo proiettile era per lui”.

L’ultima roccaforte dell’AFSR, ora ribattezzata Esercito russo, fu la Crimea. Quarantamila Guardie Bianche affrontarono il gruppo del fronte meridionale del comandante dell’Armata Rossa Mikhail Frunze, che aveva quattro volte più soldati. Pyotr Wrangel, che aveva sostituito Denikin al comando dei Bianchi, capì che non sarebbe stato possibile tenere la penisola. E così, all’inizio di novembre 1920, ben prima dell’offensiva dei Rossi sull’istmo di Perekop (che collega la Crimea con la terraferma a nord), ordinò di preparare un'evacuazione su larga scala.

Contrariamente a Novorossijsk, l'evacuazione da Yalta, Feodosia, Sebastopoli, Yevpatoria e Kerch fu più o meno ordinata. “La prima cosa da notare è stata l'assenza di panico”, scrisse Pyotr Bobrovskij, membro del governo bianco della penisola, nel suo diario, pubblicato con il titolo “Evacuazione della Crimea”: “C'era molta confusione, il pugno di ferro delle autorità non si sentiva. Ma comunque, seppur in modo irregolare e tardivo, gli ordini furono emessi e generalmente seguiti, e l'evacuazione procedette a tempo debito”. Quando l'Armata Rossa sfondò le fortificazioni dell'istmo e raggiunse i porti di Crimea, l'evacuazione era stata completa.

Più di 130.000 soldati e civili furono portati via dalla penisola a bordo di 136 navi della Marina Bianca e delle potenze dell'Intesa. Il primo porto di scalo fu Istanbul, da dove la gente partì per le più svariate destinazioni del mondo. “Dite un lavoro e io l'ho fatto: lavandaio, clown, ritoccatore di foto, giocattolaio, venditore di ciambelle e giornali, chiromante, scaricatore di porto”, raccontò il soldato Georgij Fedorov a proposito della sua nuova vita nell'allora capitale della Turchia: “Ho accettato tutto quello che potevo solo per non morire di fame in questa vasta città aliena”.

L'ultima grande sacca di resistenza contro il potere sovietico, a causa della sua lontananza da Mosca e da Pietrogrado, fu l'Estremo oriente russo, che passò sotto il dominio sovietico solo alla fine del 1922. La maggior parte delle decine di migliaia di rifugiati di questa regione si stabilì nella vicina Cina, che a quel tempo viveva il cosiddetto Periodo dei Signori della Guerra (1916-28). Il Paese era diviso in cerchie militari-politiche, tutte le une contro le altre e desiderose di reclutare ufficiali bianchi professionisti con una preziosa esperienza di combattimento. Quando i giapponesi catturarono la Manciuria nel 1931, molti dei Bianchi entrarono al servizio della Terra del Sol Levante.

Durante tutto il periodo della guerra civile russa, circa 1,3-2 milioni di persone lasciarono il Paese. Alcuni emigrati tornarono presto in patria, dopo essersi rassegnati al nuovo governo. Altri hanno continuato a sperare che i bolscevichi se ne sarebbero andati prima della fine del decennio, permettendo loro di tornare a casa per costruire una nuova Russia. Ma questo loro sogno non si è mai realizzato.

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