Tra bombe e macerie: il capodanno dei cittadini sovietici durante la Seconda guerra mondiale

Viktor Kinelovskij/Sputnik
Fu il periodo più buio nella storia dell'Unione Sovietica. Ma anche durante la guerra contro la Germania nazista il popolo russo non perse il morale. Vi presentiamo degli estratti tratti da alcuni diari personali, scritti tra il 1941 e il 1945, su come si celebrava il Capodanno in quei tempi

Elena Smolina è nata nel 1929. Era solo una bambina quando scoppiò la guerra. Ma a distanza di anni avrebbe ricordato con chiarezza certi dettagli. Come i dettagli delle feste, e di come si svolgeva il Capodanno in pieno conflitto armato. Le Festività natalizie del 1942, ad esempio, furono molto modeste. “A scuola abbiamo decorato un abete e abbiamo ballato in cerchio. Ded Moroz (Babbo Natale russo) non c’era. Così come non c’era il rumore allegro delle risate. Non era un periodo per pensare a divertirsi”. Lo stesso accadde negli anni successivi, nel 1943 e nel 1944, con l’unica differenza che nella sua casa apparvero a sorpresa delle focaccine di grano, cotte in una stufa a cherosene. 

Il primo “vero” Capodanno si celebrò solo nel 1946: "Venne a trovarci il fratello di mamma, lo zio Seryozhenka, l'unico dei quattro fratelli sopravvissuto alla guerra. E allora ci furono dei regali, accompagnati da alcuni dolcetti e dalla gioia immensa di rivedersi! A tavola vennero serviti cetrioli, cavoli in salamoia e patate calde. Allo scoccare della mezzanotte ascoltammo il discorso di auguri alla radio, e poi ce ne andammo a letto presto: all’epoca il 1° gennaio era un giorno lavorativo”.

Capodanno in prima linea

Il Capodanno nella Leningrado sotto assedio era ovviamente ancor più magro. L’esercito tedesco circondava la città e la gente stava vivendo di stenti. 

Rimma Vlasova ricorda i festeggiamenti del 1941: "Trovarono un abete, lo decorarono e poi invitarono noi, i più deboli, insieme ai malati e ai bambini. Non ricordo nessun sorriso, nessuna gioia. Era molto difficile strappare un sorriso alla gente devastata dai bombardamenti, dal freddo e dalla fame. Tuttavia questo piccolo gesto scaldò un po’ i nostri cuori. Al posto dei regali, ricevemmo in dono dei barattoli di vetro contenenti una pagnotta di pane e un piccolo pezzo di salsiccia di cavallo. Fu quello il vero miracolo, visto che ormai da settimane non avevamo nulla da mettere sotto i denti. La gioia e lo stupore di questo piccolo pensiero ci risollevarono il morale”. 

Ovviamente ben più difficile era la situazione sul campo di battaglia, dove non vi era posto per i festeggiamenti. Leonid Weger, un ufficiale dei servizi segreti sovietici, ricorda la notte del 31 dicembre 1942, vicino a Stalingrado: “Non ci fu una cena. Ero seduto al freddo, con i vestiti umidi addosso. Era tutto molto sgradevole. Mi ricordai che era la vigilia di Capodanno… del nostro triste Capodanno. Quando passò un po’ la stanchezza, presi la mitragliatrice e andai a fare una passeggiata. In un burrone vicino, trovai una corda e dei cavalli. Vicino agli animali c’erano delle pannocchie e un sacchetto di mangime. Misi tutto in tasca. Quando rientrai nell’accampamento, accendemmo un fuoco. L’ambiente si scaldò e il mais che stavo masticando mi sembrava incredibilmente gustoso. Mi addormentai… ricordo che prima di addormentarmi mi ricordai nuovamente che era la vigilia di Capodanno, e pensai che, in fin dei conti, forse non era poi così male”.

Grano bruciato per cena

C’è chi si ritrovò a festeggiare proprio nel bel mezzo della battaglia. Mikhail Obraztsov ricorda ancora che il 31 dicembre 1942 stava partecipando a un contrattacco che respinse i nazisti, e subito dopo ci fu una festa di Capodanno. 

“Dopo aver piazzato delle sentinelle nei punti strategici, il resto del battaglione si riunì attorno al fuoco. Il Sergente Maggiore ci portò del cibo caldo, stufato di manzo americano e vodka. Bevemmo per commemorare i defunti, poi brindammo all'eroismo dei nostri soldati e all’anno nuovo. Uno dei nostri uomini più robusti, Kolya Semyonov, della regione del Volga, ci chiese se qualcuno sapeva cantare, e iniziò a cantare una canzone tradizionale russa. Cantava così devotamente che tutti si sedettero in silenzio, ognuno di noi immaginando se stesso come il giovane eroe di quella canzone".

Per i sovietici che vivevano nelle città occupate, non era una questione di festa, bensì di sopravvivenza. “La nostra famiglia viveva in un seminterrato vicino al fronte tedesco - ricorda Konstantin Zimin, che all’epoca dell’assedio di Leningrado era ancora un bambino -. Poco prima di Capodanno, i nazisti ci cacciarono in strada. Faceva freddo, tutto intorno cadeva la neve. Mia sorella maggiore Klava portava in braccio Galya, di tre anni, e io, che avevo appena 12 anni, tenevo per mano nostro fratello Zhenya, di 6 anni. Cercavamo un rifugio. Trovammo una cucina da campo fatta di argilla, che in qualche modo era sopravvissuta al bombardamento, e ci fermammo lì. Stavamo morendo di fame, ma non avevamo niente. C'era una coppia di anziani che viveva nelle vicinanze: ci diedero del grano bruciato che facemmo bollire e ce lo mangiammo. Questo fu il nostro cenone di Capodanno".

Nel 1945, quando l'Armata Rossa stava già cacciando i nazisti nell'Europa dell'Est, la popolazione dei paesi precedentemente occupati si unì ai soldati sovietici per festeggiare. Vladimir Mandrik, partigiano sovietico, raccontò le conseguenze di una battaglia contro i nazisti avvenuta il 1° gennaio 1945, che ebbe luogo vicino a Rimavská Sobota, una città della Slovacchia meridionale. 

Al termine della battaglia "vedemmo un piccolo gruppo di slovacchi, circa una dozzina, avvicinarsi a noi. Portarono delle brocche da 30 litri di rum cubano che un direttore d'albergo locale aveva consegnato per noi. E circa 50 chili di salsiccia: un dono dei lavoratori di un'acciaieria. La gente del posto si riunì attorno a noi per festeggiare il nuovo anno insieme, perché sapeva che avevamo combattuto senza sosta contro i nazisti".

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