Ricordate Vitalij Petrov? Il primo pilota russo di Formula 1 ci racconta la sua esperienza

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In Russia è considerato un eroe dello sport e gli è stata intitolata addirittura la tribuna dell’Autodromo di Sochi. Nella kermesse iridata non ha lasciato invece troppo il segno, con tre campionati disputati (2010-2011-2012) e un solo podio. Ma perché la sua carriera è finita così presto? E quali rimpianti ha?

Maggio del 2011, Gran Premio di Monaco. La Force India guidata da Adrian Sutil tocca le barriere di protezione del circuito, e Lewis Hamilton e Jaime Alguersuari, che lo seguono, sono costretti a una brusca frenata proprio davanti a Vitalij Petròv. Lo scontro è inevitabile e Petrov finisce contro il guardrail. “Sedevo e non sentivo le gambe. Non mi facevano male, ma non le sentivo. E ho pensato: ‘Cazzo, mi sa che me le sono rotte’.”

Vitalij Petrov è diventato famoso come primo pilota russo a gareggiare in Formula 1. Ma una serie di incidenti e di conflitti con le scuderie in cui ha militato (la Renault nel 2010 e 2011 e la poco competitiva Caterham nel 2012) ha portato presto alla conclusione della sua carriera nella principale competizione motoristica. Adesso gareggia nel Campionato del mondo endurance, ma non può dimenticare la Formula 1. 

Il primo russo in Formula 1 

Il 31 gennaio del 2010 la Renault annunciò che Vitalij Petrov (classe 1984) era un suo pilota. Quel giorno stesso l’allora ventiseienne nato a Vyborg, a due passi dal confine finlandese, volò a Valencia, dove tutte le squadre di Formula 1 erano riunite per otto giorni di test. 

Gli toccò subito mostrare quanto valeva di fronte alla sua squadra. “Non fu facile farsi rispettare. Con alcuni avevo ottimi rapporti, con altri fu necessario persino litigare, per non farsi mettere i piedi in testa”, racconta della sua esperienza in Renault. 

La primissima gara che affrontò, in Bahrein, gettò benzina sul fuoco. Petrov era solo diciassettesimo sulla griglia di partenza, ma stava correndo bene, guadagnando posizioni, quando fu fermato da un guasto: un bullone saltò, mettendo ko una sospensione, e il pilota russo si dovette ritirare. 

“Ci rimasi molto male. Me la stavo giocando con Rubens Barrichello per il decimo posto e stavo andando più veloce di lui. Sarei riuscito a sorpassarlo, se non fosse stato per quel guasto”, dice. 

La tragedia e il trionfo 

Allo stesso tempo, Petrov iniziò a battagliare con il compagno di squadra Robert Kubica: il primo e unico pilota polacco non voleva certo lasciare il posto di leader al russo, meno esperto di lui. Petrov, da parte sua, era pronto a tutto pur di dimostrare la sua superiorità e restare un altro anno in Renault.

“Kubica, il mio compagno di squadra, era il mio principale avversario. Avevamo macchine più o meno identiche quanto a prestazioni. Io dovevo dimostrare di essere migliore di lui e di meritarmi il posto anche per la stagione successiva. E poi con il secondo, avrebbero deciso cosa fare”.

Ma alle ostilità tra i due compagni di squadra mise fine un tragico incidente. Nel febbraio 2011 la Škoda Fabia di Kubica, con cui partecipava al Rally Ronde di Andora, in Liguria, piombò a tutta velocità contro un muraglione e poi fu infilzata dal guardrail. Kubica ne uscì con traumi gravissimi, perde molto sangue e riportò danni molto seri al braccio destro, tanto che la sua carriera sembrò a rischio.

Il suo posto in squadra fu affidato al tedesco Nick Heidfeld. Quell’inizio di stagione 2011 fu anche il periodo di maggiori successi per Petrov.

“Era già passato un anno e avevo più esperienza. Ma non sapevamo come la macchina si sarebbe comportata in confronto alle altre”, ricorda il russo. 

All’inizio di ogni stagione, i piloti di Formula 1 testano i miglioramenti introdotti sui loro bolidi e si rendono conto di quanto siano realmente competitivi rispetto agli avversari. Ma quando si presentò al Gran Premio d’Australia, che apriva quella stagione, Petrov non aveva idea delle prestazioni che la sua monoposto poteva garantire. 

Già durante le qualificazioni fu chiaro che lui e i meccanici della Renault avevano fatto un buon lavoro. Partì dal sesto posto in griglia, il record della sua carriera. 

Ma la sorpresa più grande lo attendeva alla bandiera a scacchi: durante la corsa il russo sorpassò il ben più esperto ferrarista Fernando Alonso, uno dei piloti di maggior successo nella storia della Formula 1, e lasciò dietro di sé anche un grande come Mark Webber.

Petrov tagliò da terzo il traguardo, dietro a Sebastian Vettel, allora in Red Bull, e a Lewis Hamilton su McLaren, e finì sul podio per la prima e ultima volta. 

Oggi Petrov non esagera l’importanza di quel podio. Ma a inizio 2011, quando si decideva il suo futuro nella kermesse iridata, questa vittoria fu una boccata d’ossigeno per la Renault e un vero salvagente per Petrov. 

Il goffo incidente in Malesia 

Il 10 aprile 2011, la corsa di Sepang rovina però la festa del piazzamento australiano: Petrov rompe la macchina a tre giri dal termine con un goffo fuoripista. 

“Quando sono entrato in una curva a destra, ho beccato un pezzo di gomma sulla ruota anteriore sinistra. Le ruote davanti hanno perso aderenza, e la macchina andò fuori”, racconta Petrov. 

Uscito dall’asfalto, Petrov non frenò, ma al contrario pigiò sull’acceleratore per rientrare quanto prima in pasta. Fu un grave errore: a causa delle piogge insistenti l’acqua aveva formato degli avvallamenti tra l’erba e il bolide del russo si impennò, volando in aria, come una macchina da rally. 

L’atterraggio fu così duro da spezzare l’asse dello sterzo, che gli rimase in mano. 

A tre giri dal termine Petrov era in ottava posizione e girava come Lewis Hamilton, ma la sua corsa, ovviamente, finì lì. 

Il suo volo in Malesia fu così epico e sgraziato per la Formula Uno che internet fece di lui un meme. 

Il pezzo di pneumatico a cui Petrov ha sempre dato la colpa della sua uscita di pista, non si vede in nessuno dei tanti replay. 

Per sua sfortuna, il suo nuovo compagno di squadra, Nick Heidfeld, che sostituiva Kubica nella Lotus Renault, si piazzò terzo e finì sul podio.

L’addio alla Formula 1 

“Non mi ricordo come finì il nostro chiarimento. Io non ero depresso. Cerco di rifuggire la depressione. Se ho fatto un errore, lo scrivo in una mia speciale agendina, lo analizzo, lo discuto con la squadra, ma poi mi sforzo di dimenticarlo il più rapidamente possibile”, dice Petrov del suo atteggiamento nei confronti dell’incidente malese.

Ma evidentemente, il pilota russo e la squadra non trovarono più il feeling. Con una intervista che fece scalpore, Petrov criticò apertamente la Renault per gli errori tattici, tecnici e sui pit-stop.

“Non posso parlarne, ma allo stesso tempo non posso rimanere in silenzio. Ne ho abbastanza di tutto questo, non ce la faccio più a tenermi tutto dentro”, esordì allora lui. 

Poco dopo il j’accuse contro la Renault, passò per il 2012 alla Caterham, una squadra anglo-malese attiva dal 2010 al 2014. Nel 2013, nessuna scuderia offrì un contratto a Petrov, che dette così l’addio al circus iridato.

Rimpiange Petrov, che la sua carriera in Formula 1 si sia conclusa così repentinamente? 

“Certo che mi dispiace. Ero al picco della mia forma”, dice oggi.

“La Lotus [che sostituì la Renault dal 2012 al 2015] iniziò a vincere gare su gare con Kimi Räikkönen, e se fossi rimasto sarebbe stato fichissimo. Avremmo messo tutti i puntini sulle i”, dice il pilota, che rimane un mito per gli appassionati russi di automobilismo. Porta il suo nome persino la tribuna dell’Autodromo di Sochi, dove si corre il Gran Premio di Russia.

Dopo il suo addio alla Formula 1, Petrov cercò per tre lunghi anni uno sponsor per rientrare nel giro, finché non perse le speranze. Adesso è un pilota del programma di sviluppo degli sport automobilistici russi nell’SMP Racing e partecipa al Campionato del mondo Endurance. Ma quando è al volante di queste macchine non può dimenticare le sensazioni di quel tempo. “Guidare un bolide di Formula 1 è qualcosa di inspiegabile a parole”, confessa.

 

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