La Baltic Way: la catena umana di 600 km che segnò l’indipendenza dei Paesi baltici

Kusurija/Wikipedia
È un evento incredibile ma spesso dimenticato: oltre due milioni di lettoni, lituani ed estoni si presero per mano nell’agosto del 1989 formando una linea che unì Tallinn, Riga e Vilnius, per protestare ed esprimere la loro voglia di autodeterminazione

Il 23 agosto 1989, diversi milioni di residenti delle repubbliche baltiche sovietiche – Estonia, Lettonia e Lituania – organizzarono la più grande protesta pacifica mai avvenuta nell’Urss. Prendendosi per mano, formarono una catena umana che collegava le tre capitali baltiche: Tallinn, Riga e Vilnius. Con una lunghezza di oltre 600 chilometri, la catena umana è entrata nel Guinness dei primati come la più lunga della storia.

La protesta fu motivata dalla divulgazione di nuovi dettagli riguardanti il ​​Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, una questione delicata per tutta l’Europa orientale.

Per quasi mezzo secolo, l’Unione Sovietica aveva negato l’esistenza dei protocolli segreti che avevano portato alla spartizione della Polonia e all’annessione degli Stati baltici. Tuttavia, con l’avvento della Perestrojka, il tabù sulla ricerca e la discussione di questi argomenti venne meno e il 18 agosto 1989, l’Urss ammise l’esistenza di un protocollo aggiuntivo segreto al patto sovietico-tedesco.

I funzionari sovietici dissero che il patto non aveva avuto alcun effetto sui tre Stati baltici che facevano parte dell’Unione Sovietica. Tuttavia, iniziò una reazione a catena. Il 22 agosto, il Soviet supremo della Repubblica socialista sovietica lituana accusò l’Unione Sovietica di un’occupazione forzata degli Stati baltici, e il giorno seguente, per il 50° anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop, milioni di persone si unirono nella protesta, poi divenuta famosa come la “Catena baltica” o “Baltic way” in inglese.

I partecipanti erano convinti che dal momento che l’inclusione degli Stati baltici nell’Unione Sovietica nel 1940 era avvenuta attraverso la forza, l’attuale governo sovietico, le sue leggi e la sua costituzione fossero illegali sul territorio degli Stati baltici. Quindi, credevano che Lettonia, Lituania ed Estonia avrebbero dovuto ripristinare automaticamente la loro sovranità entro i confini del 1940.

In gran fretta, solo un paio di giorni prima della manifestazione, gli organizzatori pianificarono meticolosamente il percorso e il numero approssimativo di partecipanti, tenendo conto del terreno. Il problema più grande era il trasporto: avevano bisogno di un gran numero di autobus per portare i manifestanti in luoghi remoti e scarsamente popolati lungo il percorso della catena umana, per poi riportarli a casa.

La gente portava fiori e nastri di lutto per commemorare le vittime della repressione sovietica e sventolava le bandiere nazionali degli Stati baltici di prima della guerra, oltre a indossare costumi popolari e cantare canzoni popolari.

La dimostrazione della Catena Baltica riunì circa 2 milioni di persone, ovvero circa un quarto della popolazione delle repubbliche baltiche all’epoca.

Il Cremlino disapprovò la protesta, descrivendola come una manifestazione nazionalistica, ma non cercò di fermarla. L’evento ricevette un’ampia copertura sui media locali e ai partecipanti fu concesso un giorno libero dal lavoro. Gli autobus pubblici furono tolti dai loro percorsi consueti per trasportare i manifestanti. La polizia non interferì e cercò persino di controllare il traffico e garantire la legge e l’ordine. Tuttavia, le strade risultarono bloccate da migliaia di macchine, perché in tantissimi volevano aderire alla catena umana.

La Baltic Way culminò alle sette di sera, quando le persone lungo la catena umana si unirono per 15 minuti. Coloro che non poterono partecipare ​​all’evento principale formarono centinaia di piccole catene di solidarietà.

Il presidente del Consiglio dei ministri estone, Indrek Toome, dichiarò: “Le persone presenti qui vogliono sentirsi unite e rappresentano qualcosa di molto grande”.

“La parola ‘indipendenza’ entrò nelle teste di tutti. La gente viveva nell’Urss e voleva qualcosa di nuovo; tutti pensavano che le cose sarebbero state diverse. Eppure poche persone pensavano a cosa avrebbe portato in pratica l’indipendenza”, ricorda Galina Greydene.

Non furono solo i lettoni, i lituani e gli estoni a prendere parte alla manifestazione. C’erano anche molti russi. “Ero piccolo e non capivo del tutto cosa stava succedendo; ma grazie a mia madre e mio nonno ho sentito che era qualcosa di importante e necessario”, afferma Maksim Kushnarev.

“Era molto bello, molto simbolico e molto emozionante. Fu un grande messaggio sia per l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche che per l’Occidente, che i popoli delle repubbliche baltiche erano uniti nel loro movimento, nel loro desiderio di ripristinare l’indipendenza. Fu un gesto molto bello”, ricorda un partecipante a quegli eventi, l’ex ministro degli esteri lettone Jānis Jurkāns.

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