Quel sottomarino sovietico che rischiò di causare un disastro nucleare vicino alle coste americane

Dominio pubblico
La fuga radioattiva, l’allarme ignorato e poi il caos. Così nell’autunno del 1986 venne sventata una catastrofe. E per la prima volta nella storia della guerra fredda la direzione sovietica riconobbe l’errore davanti agli occhi degli Stati Uniti

Un simile incidente avrebbe potuto causare una catastrofe. Ma grazie alla professionalità e alla capacità di un equipaggio sovietico si riuscì a evitare il peggio. Era l’autunno del 1986 e un sottomarino di missili balistici dell’Unione Sovietica si stava muovendo nelle acque vicino alle coste americane.

Era il tredicesimo viaggio per il K-219, il sottomarino sovietico lanciamissili che nel settembre di quell’anno abbandonò la base della Flotta del Nord di Gadzhievo per dirigersi verso le acque dell’Oceano Atlantico.

Prima di iniziare la lunga attraversata venne però individuata una piccola fuga radioattiva all’interno del sesto silos di missili. Un incidente che non si rivelò sufficiente per fermare il sottomarino. E fu proprio questa negligenza a causare la tragedia. Quando l’imbarcazione entrò nelle acque del Mar dei Sargassi, vicino agli arcipelaghi delle Grandi Antille, la fuga si trasformò in un problema ben più grave del previsto. E i marinai si ritrovarono a dover ripulire il sottomarino dall’acqua due volte al giorno.
A peggiorare la situazione ci fu anche la famosa manovra tattica utilizzata spesso dai sottomarini sovietici e passata alla storia come “Ivan il matto”: consisteva nel realizzare un brusco giro per “perlustrare” con il radar l’area circostante e soprattutto la parte della poppa. Lo spazio dietro l’elica è infatti conosciuto come “zona morta” ed è lì che i sottomarini nemici potrebbero nascondersi in attesa di un agguato.

Questa complessa manovra causò la depressurizzazione totale del silos dei missili, che si riempì di acqua. Il 3 ottobre l’esplosione di un’ogiva causò poi il lancio di un missile nucleare nell’oceano.
In quell’occasione il K-219 era dotato di 16 missili nucleari balistici R-27. Secondo il capitano-tenente Valerij Pshenichnij, ufficiale del KGB all’interno del K-219, il sottomarino era chiamato anche “assassino di città” perché aveva il potere distruttivo di 300 bombe atomiche di Hiroshima. La detonazione di quei missili avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutta la zona circostante.
Un disastro evitato
L’esplosione del missile nel sesto silos danneggiò il corpo principale del sottomarino, ma l’equipaggio riuscì a riportarlo in superficie. La quarta sezione venne fatta evacuare a causa dei vapori tossici del combustibile.
Per evitare l’esplosione di altri quattro missili, i marinai decisero di spegnere il reattore nucleare. Ma il sistema di controllo remoto del reattore era stato danneggiato dall’esplosione e il tenente Nikolaj Belikov e il marinaio Sergej Preminin dovettero perciò entrare nel settimo settore per spegnere manualmente i quattro comandi. In quel punto però la temperatura sfiorava i 70 gradi.

Belikov spense tre pannelli di controllo ma perse i sensi subito dopo esser uscito dalla zona colpita. Preminin fece lo stesso all’interno del quarto settore ma non poté fare ritorno perché il boccaporto di quel settore risultava bloccato a causa della differenza di pressione. Anni dopo Sergej Preminin venne insignito dell’Ordine della Stella Rossa e del titolo di Eroe della Federazione Russa.
L’aiuto respinto

La Marina degli Stati Uniti, che stava supervisionando la situazione, riconobbe il luogo dell’incidente e inviò sul posto il sottomarino USS Augusta, oltre ad alcuni aerei da pattugliamento marittimo Lockheed P-3 Orion.
I leader sovietici non vollero inviare sottomarini in aiuto del K-219 poiché una simile manovra avrebbe potuto causare il rilevamento delle forze strategiche nell’Atlantico. Fu così che alcune imbarcazioni mercantili sovietiche e degli aerei sovietici con base a Cuba ricevettero l’ordine di recarsi sul luogo dell’incidente.
L’equipaggio sovietico non poteva infatti accettare l’aiuto degli Stati Uniti: ciò avrebbe equivalso ad ammettere il fallimento.
Inoltre i sovietici sapevano che gli americani stavano cercando in tutti i modi di ottenere dei documenti segreti sul sottomarino protagonista dell’incidente. Tuttavia per la prima volta nella storia della guerra fredda la direzione sovietica riconobbe la catastrofe quando il segretario generale Mikhail Gorbachev inviò al presidente Ronald Reagan un messaggio relativo all’incidente.

Che fine fece il K-219?

L’equipaggio venne fatto evacuare senza particolari problemi, ad eccezione del capitano Igor Britonov che restò all’interno, giustificando la sua decisione con queste parole: “Se lasciassi il nostro K-219 esso si trasformerebbe in un’imbarcazione abbandonata. Secondo la legge internazionale, chi trova una nave abbandonata ne diventa il legittimo proprietario. Per questo devo rimanere a bordo o finirà nelle mani degli americani”.

E mentre il K-219 veniva trainato da una nave da cargo sovietica, ci si rese conto che la sorte del malconcio sottomarino non era di certo quella di far ritorno a casa. Nella notte del 6 ottobre il cavo di traino si ruppe e il sottomarino iniziò ad affondare. Le cause di questo nuovo incidente non vennero mai alla luce.
Aleksej Gakkel della nave da cargo sovietica si disse pronto a giurare che dietro a questa vicenda c’era lo zampino degli americani a bordo dell’USS Augusta, che avrebbero danneggiato il cavo.
Il sottomarino finì quindi nei fondali del Mar dei Sargassi, a sei chilometri di profondità. L’equipaggio sovietico non venne punito per l’accaduto ma non ottenne mai alcun tipo di riconoscimento per essere stato capace di evitare la catastrofe.

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