Incontro Putin-Merkel: nessuna inversione di tendenza

Russian President Vladimir Putin and German Chancellor Angela Merkel shake hands during a joint news conference following their talks at the Bocharov Ruchei state residence in Sochi, Russia, May 2, 2017

Russian President Vladimir Putin and German Chancellor Angela Merkel shake hands during a joint news conference following their talks at the Bocharov Ruchei state residence in Sochi, Russia, May 2, 2017

Reuters
Il loro divario nella visione politica, negli standard etici e persino nello stile di gestione della leadership è troppo ampio per essere colmato, sostiene l'analista Vladimir Mikheev. E il summit di Sochi sembra essere stato un test per valutare la pazienza di Berlino e di Mosca all'interno di un quadro globale sempre più complesso

Stretta di mano tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin. Fonte: ReutersStretta di mano tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin. Fonte: Reuters

Ci sono voluti due anni di silenzio prima che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin si incontrassero di nuovo. I preparativi del G20 ad Amburgo del prossimo luglio sono stati il pretesto per una serie di incontri di alto livello e sarebbe stato alquanto strano che potessero essere l’argomento principale della visita della leader tedesca a Sochi. Inoltre appariva difficile che la scenografica sede dell’incontro – il centro turistico rimesso a nuovo sul Mar Nero – potesse addolcire gli animi dei due leader che non trovano un’intesa su molti problemi di politica estera, tutti puntualmente citati nell’agenda politica di entrambi.

Le linee da non oltrepassare

Merkel e Putin hanno discusso l’incerta fase finale della guerra civile in Siria, l’impasse creatasi per l’ulteriore distacco delle repubbliche auto-proclamate del Donbass dal governo centrale di Kiev, la nobile causa della lotta al terrorismo internazionale e le tristi condizioni in cui versano le relazioni bilaterali.

Alla vigilia della trasferta a Sochi Steffen Seibert, portavoce della cancelliera tedesca, ha puntualizzato che “ci sono due questioni che gravano sui rapporti russo-tedeschi: l’annessione della Crimea, avvenuta con la violazione del diritto internazionale, e la destabilizzazione dell’Ucraina orientale” da parte di quelle che egli definisce le forze “pro-Russia”.

Alzando così la posta si è subito capito che la volontà di Putin di “riportare alla normalità” le relazioni bilaterali, espressa durante l’incontro con il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel a marzo, era una pia illusione del leader russo.

Ambo le parti non erano pronte a oltrepassare certe linee di confine. Mosca era in ansia per l’intraprendente politica della Germania che nel 2014 aveva scommesso su un colpo di Stato a Kiev per attirare l’Ucraina nella sfera d’influenza occidentale in alternativa a una linea politica più equilibrata. Lo status di membro dell’UE sarebbe stato garantito a spese dell’integrazione storica e culturale dell’Ucraina con la Russia, vantaggiosa per entrambi i Paesi.

L’appoggio de facto di Berlino a un energico “cambio di regime” – nel linguaggio neo-con americano – in un Paese europeo era stato visto da Mosca come un’infrazione poco lungimirante ed egocentrica del diritto internazionale che aveva portato le regioni più industrializzate e tecnologicamente avanzate del Donbass a ribellarsi contro le ingerenze nelle questioni di politica interna in Ucraina.

Come se non bastasse c’è anche il contenzioso dell’adesione della Crimea alla Russia. Una volta che l’Assemblea del Kosovo ha adottato la dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008, in una riunione a cui avevano preso parte 109 membri su 120, la Germania ha accettato la nascita di un nuovo Stato che, formalmente, era ancora parte della Serbia.

Berlino ha quindi riconosciuto lo Stato autoproclamato tre giorni dopo, il 20 febbraio 2008, avvallando così la suddivisione della Serbia dopo che le bombe tedesche avevano colpito gli obiettivi, anche civili, di un Paese che aveva già invaso durante la Seconda guerra mondiale.

Mosca e Berlino non la vedono allo stesso modo nemmeno sulla legalità del referendum in Crimea nel quale il 95% dei residenti ha votato per tornare nell’alveo della Federazione Russa. Essendoci il precedente del Kosovo la Germania dimostra di seguire la strategia dei “due pesi due misure”, il che appare eticamente scorretto.

Il danno delle sanzioni 

La Germania ha caldeggiato da subito l’introduzione delle sanzioni settoriali dell’UE del 2014 e da allora è sempre stata in prima linea per prolungare questo regime discriminatorio. Nel 2012 l’interscambio bilaterale tra Germania e Russia aveva raggiunto il ragguardevole livello di 89.800 miliardi di dollari. L’export tedesco in Russia si aggirava intorno ai 42 miliardi di dollari. Poi i volumi si sono ridotti: nel 2015 i contratti tedeschi con controparti russe hanno sancito lo scambio di beni e servizi per un totale di 24.500 miliardi di dollari.

Le contromisure di Mosca hanno ulteriormente abbassato le cifre. Ad aprile Idriss Jazairy, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e le sanzioni internazionali, ha dichiarato: “La perdita dei Paesi che hanno imposto le sanzioni (alla Russia) ammonta a oltre 100 miliardi di dollari. Se a questi aggiungiamo i danni economici subiti dalla Russia a seguito delle sanzioni possiamo dire, con una stima approssimativa, che la Russia ha perso circa l’1% del proprio pil”.

In realtà i danni della Russia stimati da Jazairy sono la metà di quelli subiti dall’Occidente, Germania compresa. Eppure “5.200 aziende con investimenti di capitale tedeschi sono rimaste in Russia e si stanno organizzando per la ripresa economica”, commenta il Ministero degli esteri tedesco.

Gli esperti del dicastero precisano anche che nel 2016 “c’erano stati flebili segnali di un ritorno a fruttuose relazioni commerciali russo-tedesche, tra cui alcuni investimenti diretti in Russia che erano arrivati a 2.200 miliardi di dollari nel primo semestre”.

Ciò nonostante il danno agli scambi commerciali è stato fatto e le occasioni sprecate si moltiplicano.

I tedeschi non sopportano la politica ipocrita perseguita dai concorrenti. “A causa delle sanzioni l’Europa ha perso quasi il 20% del suo volume d’affari, mentre gli Stati Uniti, che hanno fatto pressioni sull’UE perché si unisse alle misure economiche anti-Russia, ha aumentato del 7% i traffici con la Russia, nonostante le sanzioni”, ha spiegato Oliver d’Auzon, consulente della Banca Mondiale.

I fatti sono difficili da confutare. Come rilevato anche da Bloomberg “da quando due anni fa hanno spinto per punire la Russia per colpa dell’Ucraina, gli Usa hanno sorpassato Turchia, Polonia e Corea del Sud, diventando il quinto partner commerciale dell’ex Unione Sovietica”.

Altro che “due pesi due misure”, qui siamo almeno a quota tre.

Dissidenti a bordo

Con un “controverso” record di braccio di ferro contro la Russia, la Merkel deve ora affrontare un’opposizione crescente all’interno della classe politica e delle élite finanziarie tedesche.

La spaccatura, già insanabile, nell’Unione CDU/CSU sul tema dei rifugiati e dei migranti da accogliere si è aggravata per l’approccio pragmatico del leader del CSU Horst Seehofer sulla gestione della questione russa. Nell’alleanza CDU/CSU al governo ci sono continui dissapori e questo non giova agli occhi dell’elettorato.

A mettere il dito nella piaga ci pensa poi Willy Wimmer, ex segretario di Stato tedesco presso il Ministero della Difesa e membro del partito di Angela Merkel, che all’indomani della visita in Crimea ha definito la politica anti-Russia un crimine contro l’Europa.

Anche i numeri della campagna elettorale suggerirebbero che la signora Merkel sia sotto attacco sul fronte interno. Un sondaggio di febbraio ha mostrato che se i social-democratici (SPD) si alleassero con la sinistra e i verdi creassero – secondo il codice cromatico della politica tedesca – una coalizione rosso-rosso-verde, in caso di elezioni ravvicinate otterrebbero la maggioranza di governo.

Consapevole del pedigree sospetto degli ex comunisti (Partito di sinistra) agli occhi dell’elettorato più conservatore, l’SPD ha di recente iniziato a strizzare l’occhio ai liberali (i gialli, secondo il codice cromatico), suggerendo una possibile coalizione-semaforo di “rosso-giallo-verde”.

In entrambi gli scenari, tenendo conto del “fattore Schulz” (il leader del SPD si è presentato come il Robin Hood tedesco ansioso di rubare ai ricchi per dare ai poveri) la vittoria della Merkel per la quarta volta consecutiva non è per niente scontata.

Trump, l'ospite di pietra

L’ospite di pietra, invisibile ma onnipresente, del rendez-vous di Sochi è stato il Presidente Donald Trump. Dopo aver agito d’impulso su suggerimento della figlia Ivanka e aver bombardato una base aerea governativa in Siria per un attacco chimico che non è stato ancora investigato a fondo dagli ispettori internazionali, Trump ha dato prova di essere un imprevedibile “sceriffo in città”, come era stato definito da George W. Bush dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Il primo incontro tra Merkel e Trump aveva prodotto risultati poco convincenti ed era stato monopolizzato dai diktat e dalle istruzioni americane all’Unione Europea e alla Germania, oltre che dai mancati accordi sul tema dei rifugiati, del libero scambio e dell’impegno degli Usa verso la Nato.

La politica intimidatoria nell’Asia nordorientale che punta il dito contro la Corea del Nord ma probabilmente è diretta alla Cina, ha lasciato la Corea del Sud e il Giappone in un profondo, benché nascosto, stato di allarme e con il dubbio che il “nuovo sceriffo in città” voglia far pulizia nel vicinato. L’Europa ha registrato con attenzione l’esibizione di muscoli americana e quello che ha visto non le è piaciuto.

È comprensibile che nel discutere gli spinosi conflitti nelle varie aree del mondo – che non sono pochi – Merkel e Putin abbiano pensato a Trump come a un cavallo senza briglie impossibile da controllare.

Pronti ad affrontare l’imprevedibile?

L’incontro di Sochi non ha generato grandi inversioni di tendenza, come era prevedibile. D’altronde non era nemmeno stato pensato per segnare un punto di svolta nelle tese relazioni tra i due Paesi e le ragioni sono evidenti.

Il divario tra Putin e Merkel nella visione politica, negli standard etici e persino nello stile di gestione della leadership è troppo ampio per essere colmato da una mossa di real politik alla Willt Brandt.

Al massimo può essere interpretato da Mosca come un gesto conformista alla vigilia del summit del G20 e del test elettorale di settembre per Merkel. Potrebbe quindi venir inteso come un atto di poca importanza, senza conseguenze di rilievo.

Sochi però non è stata pura aria fritta, ma un tempestivo monitoraggio delle intenzioni che possono frapporsi a un rischio sempre più reale che i politici occidentali e i media profeti di sventura cadano nella trappola delle loro stesse irresponsabili previsioni di una fantomatica Terza guerra mondiale.

Lo sgomento di un conflitto mondiale, così pericolosamente diffuso tra gli spin doctor dei media “globali”, è visto come rimedio per le malattie del mondo, ovvero degli Stati Uniti: potrebbe ritardare l’esplosione della bolla del debito americano e ostacolare l’ascesa di centri di potere economico e geopolitico non occidentali.

Il summit di Sochi è stato però soprattutto un modo per testare i limiti del pragmatismo e della pazienza di Berlino e di Mosca all’interno di un quadro complessivo di politica mondiale sempre più sfuggente.

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