Il Disturbo da fantasia compulsiva: quando i sogni ad occhi aperti impediscono di vivere

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La malattia non è ancora ufficialmente riconosciuta, ma viene sempre più studiata (in inglese è definita Maladaptive Daydreaming). Elizaveta, una ragazza russa che ne soffre fin da bambina ci racconta com’è conviverci e che effetto fa preferire gli “spettacoli” della propria mente al mondo reale

“Accidenti, ma a chi è venuto in mente di piazzare un compito in classe all’inizio dell’anno?”, pensa Liza, una studentessa di sesta classe (la prima media) di una scuola di Mosca. La ragazzina, dai capelli rossi e dalla faccia di bambola, esamina la classe con gli occhi. Un’insegnante anziana fruscia con la lunga gonna, camminando tra i banchi, e i compagni di classe scrivono diligentemente qualcosa. Il suo quaderno è invece vuoto, sebbene siano già passati 20 minuti dall’inizio del test. Beh, di algebra, del resto, lei non capisce nulla.

All’improvviso, dalla porta della classe appare la grossa gamba di un uomo grande e grosso. Chinando la testa, entra. Una criniera scura e fitta di capelli lunghi fino alle spalle si fonde con la barba. La classe si riempie di urla e strilli, sia di orrore che di gioia. Liza cerca di ricordare dove abbia già visto quest’uomo. Guardando la barba, la sua camicia di lino e gli enormi stivali sgraziati, si rende improvvisamente conto: ma questo è Hagrid, il mezzogigante di “Harry Potter”! Lo sapeva che sarebbe sicuramente venuto a prenderla a Hogwarts, non poteva non andare così!

“Liza, basta sognare! Concentrati, dai!”. Il pugno dell’insegnante sul tavolo riporta la ragazza alla realtà.

Oggi Elizaveta ha 24 anni, lavora come segretaria in una piccola azienda, ma “sogna” ancora. Questo le porta via almeno 6-8 ore al giorno, ed è per questo che ha così tanta fretta di tornare a casa dal lavoro. A causa di queste fantasie, non è riuscita né a farsi una carriera né a farsi una relazione sentimentale. Elizaveta è sicura di avere un Disturbo da fantasia compulsiva (in inglese: Maladaptive Daydreaming), un disturbo non ancora riconosciuto dalla medicina, a causa del quale una persona fantastica per tutto il suo tempo e dimentica la vita reale (qui un breve test in italiano). Il dottor Eli Somer, dell’università di Haifa, in Israele, massimo esperto mondiale di questo disturbo, ne ha dato la seguente definizione: “Il Maladaptive Daydreaming è una estesa attività della fantasia che sostituisce l’interazione umana e/o interferisce con il normale funzionamento accademico, professionale, interpersonale.”

“Spettacoli” al posto della vita reale

Elizaveta preferisce chiamare le sue fantasie “spettacoli”; così assumono per lei un po’ più di significato. I primi “spettacoli” iniziarono ad apparire nella sua testa all’età di otto anni. A 12 anni stavano già diventando permanenti.

“Immaginavo che gli Spy Kids irrompessero in classe e mi portassero via, oppure di entrare in classe vestendo abiti d’alta moda all’inizio dell’anno scolastico, facendo sbavare tutti”, ricorda la ragazza.

Secondo Elizaveta, lei era l’anima della compagnia di amici e non era in conflitto con i suoi genitori. Allo stesso tempo, desiderava sempre essere più socievole, alla moda e disinvolta, un po’ “meglio” di quello che si vedeva in realtà. Inoltre, era perdutamente innamorata di un compagno di classe, e anche questa divenne un’occasione per nuove fantasie.

“Penso che fu a causa sua se gli spettacoli iniziarono ad andare in scena così spesso. Quando ho capito che non gli piacevo, mi sono appagata delle illusioni in cui accadeva il contrario”, sostiene la ragazza.

A mettere in scena questi spettacoli la aiutava la musica. Non appena metteva su una canzone romantica dell’inizio degli anni Duemila, il suo cervello immediatamente iniziava a disegnare nuove scene non solo con personaggi immaginari, ma anche con sua madre o la sua migliore amica.

Intorno ai 16 anni, Elizaveta iniziò a parlare ad alta voce nei suoi dialoghi immaginari, andando in giro per la sua stanza. A quanto dice, i genitori non se ne accorsero.

“Posso camminare per strada e parlare a voce alta di ogni tipo di argomento, se non ci sono persone attorno. A volte questo accade nel bagno di un bar o di in un camerino di prova di un negozio. Capisco che in realtà sto parlando da sola, ma è importante per me esprimere i miei pensieri ad alta voce”, dice.

Elizaveta ammette che gli spettacoli le portano via molte energie emotive, motivo per cui prova poca empatia nella vita reale.

“Durante gli spettacoli, puoi eccitarti, arrabbiarti, piangere e ridere. Di conseguenza, la gente ha iniziato a considerarmi una introversa completa. Ho iniziato a rendermi conto che mi sto sempre più allontanando dal mondo”, si lamenta Elizaveta.

Il tempo è oro: meglio risparmiarlo per fantasticare

Elizaveta si è laureata come specialista bancaria in una università commerciale non di punta. I genitori hanno insistito perché studiasse. La ricerca di lavoro è durata un anno, e questi dodici mesi Elizaveta li ha trascorsi quasi tutti in fantasie mentre era a casa. A volte si dimenticava di mangiare, altre invece di dormire e continuava a fantasticare.

“A volte per me era difficile anche andare da qualche parte in metropolitana. Un pensiero insistente mi faceva sentire a disagio. In fin dei conti, il mio tempo libero personale vale oro. A casa posso trascorrere del tempo con me stessa e con le mie fantasie, con i pensieri”, spiega la ragazza.

Al lavoro, Elizaveta non si è fatta nuovi amici, anche perché non va mai al venerdì sera al bar quando i colleghi escono insieme. Per ridurre al minimo le fantasie, lavora più degli altri. Fuori dall’ufficio, comunica con i suoi genitori o con la sua amica d’infanzia. Ma la ragazza non parla neanche con queste persone intime dei suoi “spettacoli”; ha paura che la prendano per pazza.

“Ormai necessito di un minimo di comunicazione reale, perché posso inventare tutta la comunicazione da sola, e per me è più interessante, più divertente, e va nel modo che voglio. Sempre più spesso, invece di raccontare personalmente cose alle persone, faccio spettacoli solo per me. Gli amici dicono che sono chiusa, che costantemente nascondo qualcosa, che non mi rivelo. È logico, perché non tutti i miei pensieri li raggiungono”, afferma Elizaveta.

Ogni sera indossa le cuffie e, accompagnata dalla musica, recita i suoi spettacoli, a volte gesticolando, parlando sottovoce, ridendo, e talvolta piangendo. Di recente, immagina spesso di essere una donna di successo, di incontrare ex compagni di classe e di vantarsi di una bella vita  in realtà inesistente. Dopo aver ricevuto una quantità sufficiente di emozioni, Elizaveta va a letto.

Una sindrome non ancora riconosciuta dalla medicina

Il Disturbo da fantasia compulsiva non è incluso nella Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute (ICF), attualmente in vigore, né nella Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati (ICD) dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Di conseguenza, non ci sono statistiche sul numero di persone affette in Russia.

Tuttavia, sul popolare social network russo “VKontakte” ci sono diverse comunità dedicate al Disturbo da fantasia compulsiva. Ognuno di loro conta almeno 500 membri. Su queste pagine i russi condividono le loro storie e i metodi di trattamento per questa sindrome. Qualcuno taglia persino i fili delle cuffie per sbarazzarsi della musica che evoca le fantasie, ma la maggior parte lascia andare la situazione da sola. Quasi tutti i partecipanti richiedono che la sindrome sia ufficialmente riconosciuta come malattia. E quasi nessuno si è ancora deciso a consultare un medico: le persone hanno paura che venga loro diagnosticato erroneamente un disturbo ossessivo compulsivo o la schizofrenia.

Lo psicologo Sergej Simakov non considera il Maladaptive Daydreaming una malattia. Secondo lui, questa è solo “costante attività mentale, il lavoro interiore, con il quale una persona analizza le possibilità e le opzioni, aiutandosi a far fronte ai fallimenti”.

“Affinché questo lavorio interiore non interferisca con la vita reale, si può rivolgersi a uno psicologo per farsi aiutare”, conclude Simakov.

Elizaveta sta pensando di rivolgersi a uno psicologo, ma non a una psicoterapeuta, per lei “questo è già troppo”. La ragazza ammette che i suoi sogni sono il risultato di “pigrizia” o di paura di qualcosa di nuovo.

“È molto più facile fare uno spettacolo mentale per se stessi che mettere in piedi qualcosa di reale”, dice.

Elizaveta pensa che non sarà in grado di sbarazzarsi completamente degli “spettacoli”, ma di poterli gestire e minimizzare, dedicando ancora più tempo al lavoro o creandosi una famiglia. Tuttavia, questo secondo punto per lei è ancora poco percorribile: è molto più facile immaginare una relazione che cercare un uomo in carne e ossa.

Inoltre, la ragazza non considera la sindrome una malattia grave, ma non si opporrebbe alla cura se i medici trovassero un metodo per risolvere il suo problema.

“Nel frattempo, la cosa principale è separare le fantasie dal mondo reale. Quando questa linea di demarcazione inizia a svanire, vale la pena rivolgersi agli specialisti. Probabilmente”, conclude saggiamente Elizaveta.

Come vivono in Russia le persone affette dal Disturbo dissociativo dell’identità?

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