Come si vive nella città russa dove soffia il vento più forte del mondo?

Denis Kozhevnikov/TASS
Lo juzhàk ha raffiche che raggiungono gli 80 metri al secondo (il doppio della bora di Trieste) e restare in piedi è assolutamente impossibile. Eppure quattromila coraggiosi continuano a vivere a Pevèk

Per i circa quattromila abitanti della cittadina di Pevèk, all’estremo nord del Circondario autonomo della Chukotka, avventure simili sono una questione di routine. Qui soffia spesso lo juzhàk, il vento più forte al mondo, che, come dice il nome (“jug” in russo significa “sud”) soffia da meridione. Qui c’è vento praticamente ogni giorno dell’anno, e nei giorni peggiori le folate arrivano a 60-80 metri al secondo (la bora a Trieste, per fare un raffronto, spira di solito a 35–40 m/s e il record, registrato nel 2012 è stata una folata a 50,8 m/s). E se d’estate lo juzhak è fastidioso, perché ti tira sempre la polvere negli occhi, d’inverno, insieme alle rigidissime temperature locali (a gennaio e febbraio la media è di circa -27 ºC, con minime assolute che hanno raggiunto i -50 ºC), questo vento diventa davvero un pericolo serio.

Il vento più settentrionale

“Se ci fossero degli alberi, verrebbero strappati via con le radici e tutto”, racconta il moscovita Sergej Trunov, che ha lavorato a Pevek come trasportatore. “Sono arrivato in città per la prima volta nel febbraio del 2013. Quando l’aereo stava atterrando ho visto delle colline nere e spoglie. E di notte ho sentito come tremavano i vetri. Mi sono avvicinato alla finestra e non si vedeva niente. Si sentiva solo un ululato continuo. Ho fatto conoscenza così con lo juzhak”.

La gente del posto dice che se sotto le colline stazionano immobili per alcuni giorni delle nuvole ricciolute, allora presto inizierà a soffiare lo juzhak a tutta forza. A quel punto dura per alcuni giorni, poi scompare quasi all’improvviso. È un vento molto interessante: può soffiare fortissimo, interrompersi di botto e poi riprendere con la stessa forza precedente. Cosa significa tutto ciò? “Esci nel cortile, e non c’è vento. Poi arrivi in uno spazio aperto e sei trascinato via da un flusso incredibile e senti che tutto il tuo corpo è schiacciato come da una morsa”, racconta Sergej.

Pevek è ufficialmente la città più settentrionale dell’intera Russia. Il clima qui è duro: l’inverno con gelo attorno ai -40 ºC va da ottobre a maggio. Ma se queste temperature non sono certo una rarità per molte regioni della Russia, un vento simile c’è solo qui. Si forma a causa della particolare conformazione del territorio locale. La città sorge in riva al mare, su un golfo del Mare della Siberia orientale, ai piedi di una catena di colline che separa la città dalla tundra sterminata. Il vento prende forza nella tundra e valica la collina. Strappa via la neve dalle cime e la porta già in nuvole dense, che sembrano quasi onde del mare in tempesta.

Già quando soffia a 20 metri al secondo vengono sospese le lezioni nelle scuole, quando raggiunge i 30-35 m/s parte delle imprese locali e dei servizi pubblici si ferma. Ma la vita della città comunque non si ferma: molti continuano ad andare al lavoro o a trovare gli amici.

Nessun posto dove ripararsi

La cosa più pericolosa in assoluto sono le folate improvvise, che possono durare dai 5 ai 15 minuti. Insomma, esci di casa, ti dai un’occhiata in giro e sembra tutto calmo. Ti allontani un po’, ed ecco che inizia. E rimanere in piedi è praticamente impossibile. Non resta spesso che sdraiarsi e poi provare a proseguire gattoni, procedendo vicini agli edifici. Uscendo di casa, molti indossano delle maschere e degli occhiali da sci, per difendersi dalla sabbia e dal pietrisco che vengono sparati in faccia dal vento.

“Quando si verificano queste folate è importante che ci sia vicino qualcosa a cui aggrapparsi, perché il vento può trascinarti via lungo la strada, e non c’è niente da fare”, racconta Evgenija, che si è trasferita a Pevek da Vladivostok per motivi di lavoro. “Ho visto anche questo: persone che si reggevano a un palo con il vento che le faceva volare in orizzontale, proprio come una bandiera”.

E lo juzhak può far volare non solo le persone. “Una volta ho visto come il vento ha ribaltato uno UAZik” (nome popolare del fuoristrada UAZ-469, che pesa circa 1,6 tonnellate, ndr), ricorda Sergej. “Un’altra abbiamo visto dalla finestra come per la strada passava, spinto dal vento, un container da nave. Può essere che fosse vuoto, ma comunque è abbastanza pesante”. 

All’inizio dell’anno scolastico, ai bambini viene tenuto un corso con le istruzioni su come comportarsi nelle situazioni critiche di vento forte. “ E anche a casa noi spieghiamo loro, quello che può succedere, e loro stessi vedono con i loro occhi, cosa accade in strada”, dice la ragazza.

“La cosa più spaventosa è essere colti dal vento mentre si è nella tundra”, racconta Evgenija. La strada è spazzata via in pochi minuti e tu rimani solo con la forza degli elementi. Non ci sono punti di riferimento nella tundra, intorno è tutto bianco e bianco. In una situazione del genere, è necessario rimanere sul posto, sempre che, naturalmente, tu sia a bordo di un veicolo e abbia abbastanza carburante. Altrimenti è una morte certa.”

Sergej ricorda come una volta lo juzhak lo abbia colto di sorpresa mentre era in mezzo alla tundra, fuori città: una terribile tempesta di neve e vento cancellò la strada in pochissimo tempo. “Trovarsi in macchina in momenti simili è semplicemente spaventoso. Il vento batte sui finestrini con una forza tale che sembra possano cedere da un momento all’altro”.

La città della camomilla e dei romantici

Fino al crollo dell’Urss in città vivevano oltre 12 mila persone (tre volte l’attuale popolazione): qui c’erano grandissime miniere d’oro, di mercurio, di carbone e di uranio. Negli anni Novanta la città si è svuotata a ritmi record e sono rimasti solo i più stoici. Ora la popolazione si è stabilizzata sulle 4 mila unità. “Molte persone che sono nate qui reputano Pevek la loro piccola patria e non vogliono andarsene”, dice Evgenija. “Ma nelle compagnie di estrazione d’oro lavorano soprattutto operai a contratto che vengono da fuori per qualche mese, mentre fissi in città sono rimasti solo pochi campanilisti e amanti dell’avventura. Le paghe ormai da tempo non sono così buone, come un tempo. Ma almeno non devi preoccuparti dei bambini: tutti qui conoscono tutti”.

Con un gioco di parole che in italiano si perde, la gente del posto dice che questa è “la città della camomilla e dei romantici” (in russo: “gorod romashek i romantikov”). In estate, infatti, qui ogni centimetro di terra si ricopre di fiori bianchi e gialli, che rendono la città unica. Come in molti altri centri dell’Estremo Nord, anche qui ci sono problemi di collegamento con il “continente” (come la gente di questi posti chiama le zone più popolose della Russia; quasi come se vivesse su un’isola). E poi i prezzi sono troppo alti, anche per i semplici alimentari, e internet è lento. Ma qui ci sono viste bellissime sulle colline e sul mare, e l’Aurora boreale dà spettacolo in cielo. E queste sono cose che difficilmente si possono scambiare con qualcos’altro.

Come si vive nelle città russe costruite sul permafrost: le foto 

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