Fenomenologia del telecronista di calcio: voi quale preferite?

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C’è quello lapalissiano, che descrive tutto quello che si vede già benissimo sullo schermo e quello delirante, le cui ardite metafore sono spesso incomprensibili. C’è lo sfigato e c’è l’isterico, c’è l’eccentrico e c’è il secchione, sempre pronto a snocciolare dati e analisi tattiche. I Mondiali in Russia stanno per iniziare, e presto i commentatori saranno protagonisti

Il commentatore sfigato

Questo commentatore fin dall’inizio del match infonde negli spettatori speranze (che in seguito si riveleranno infondate) e promette la vittoria. In fin dei conti per lui è indifferente cosa commenta: che si tratti di calcio, di un matrimonio o del videogioco Dota. L’importante è fare il tifo per i “nostri” e, con un linguaggio accessibile a tutti, raccontare alle vaste masse popolari cosa accade sul terreno di gioco. Improvvisare non gli piace, preferisce leggere statistiche preparate in precedenza e mettere in fila qualche banalità. E ancora ha una particolarità: per qualche oscuro motivo proprio le partite che commenta lui, finiscono sempre, per la nazionale, con umilianti sconfitte.

Di tanto in tanto lo sfigato si avventura poi in ragionamenti prolissi e giochi di parole discutibili. Per esempio, quando Viktor Gusev si è messo a scherzare su Simon Cox, attaccante del Southend e della nazionale irlandese durante Russia-Irlanda, perché il suo cognome in russo suona come il nomignolo della cocaina: “koks”…: “Un bel tiro di koks…”

Lo sfigato grida “gol!” non troppo a lungo e senza grossa enfasi, perché l’occasione si presenta non troppo frequentemente per lui, e quindi non è abituato. Al contrario, implora, gridando quasi in lacrime “Tira! Tira!” e poi aggiunge meccanicamente “E ancora una volta non va a buon segno… È un momento davvero sfortunato per la nazionale russa”.

Il commentatore isterico emotivo

Le partite da lui commentate possono essere riguardate più volte, specialmente quando avete bisogno di migliorare il vostro umore. L’emotivo soffre il match, minaccia di lasciare la postazione o dice che presto dovranno chiamargli un’ambulanza se continua così. E i suoi gridolini diventano un meme.

Perde la voce già nel primo tempo. Per la veemenza delle emozioni non gli vengono le parole e confonde i cognomi dei calciatori, chiamando, per esempio, Van Der Sar, Der Var Sar (senza scusarsene), e a volte li storpia volontariamente facendo diventare Buffon “Buffonishche” (in russo suona come “Buffonissimo”) e grida “gol” prima del tempo. E quando la palla invece finisce fuori o viene parata sulla linea si corregge “quasi gol”, “poteva essere gol”, oppure dice “scherzavo!” o “nooo... palo!”

All’isterico emozionale appartiene il record del grido “goooooooooooooool” più lungo.

Il commentatore delirante

Ascoltare questo commentatore è un compito difficile, ma guardare le partite con lui è di gran lunga più divertente che con lo sfigato. Nella sua postazione cade in una sorta di leggero delirio e tutta la telecronaca si trasforma in una performance assurda. Dopo il novantesimo minuto i tifosi continuano a parlare di lui, chiedendosi se per caso non fosse ubriaco.

“È difficile distinguere i tifosi del Brasile e del Ghana. Tra di loro molti hanno la pelle scura, ma ce ne sono anche tanti dalla pelle chiara, ma il colore di base è il giallo”, ebbe modo di dire il commentatore Vasilij Utkin.

In un’altra occasione Utkin fornì una esaustiva descrizione di un difensore della nazionale russa:“Ignashevich, certo non è un uomo che se la lega al dito. Nei casi estremi, si vendica e poi ci mette una pietra sopra”. E del centrocampista olandese, stella anche di Milan, Juventus e Inter, Edgar Davids disse “Le treccine gli escono dalla testa come macinato dal tritacarne…”

E provate a capire cosa Utkin intendeva in questo sproloquio: “Ivanov! Fallo. Sembrava che le forze stessero finendo ai nostri, ma le forze stanno invece finendo ai francesi. Due interventi fallosi ravvicinati del tutto non necessari dalle parti dei confini nazionali del portiere, e noi siamo qui sempre a giudicare, ma sono altri i genitori stanchi. Non è possibile”

O qui, durante Bayern-Barcellona: “Ma, considerando il colore della divisa del portiere del Cska di Mosca (sic!) ter Stegen, considerando il colore del campo… Sapete, io penso di avere tutta l’autorità di unirmi a questi colori naturali e vi annuncio l’intervallo”. Dopo di che tacque per un minuto buono.”

Un commentatore simile non ha bisogno di alzare la voce, fa già il suo effetto così. Anche quando cade dalla sedia:

Il commentatore lapalissiano
Rappresentante della vecchia scuola, ricorda ancora quando commentò la finale del torneo di calcio delle Olimpiadi di Seul del 1988, vinta dall’Unione Sovietica contro il Brasile, e possiede il tipico “dizionario del commentatore”. Può chiamare il pallone “sfera di cuoio”, e due calciatori dei Balcani “duetto jugoslavo”. Ma oltre ai tanti epiteti, lui sa benissimo che il calcio è una cosa seria e che bisogna sempre essere precisi. Per questo il lapalissiano commenta ogni cosa che vede, e non grida mai: “Non ha fatto in tempo a finire il trentatreesimo minuto del primo tempo, che già è iniziato il trentaquattresimo”; “E la palla, dopo aver superato l’ultimo ostacolo passando tra le gambe del portiere è finita in porta per la trasformazione del goal”.

Oppure: “Dall’inizio del match sono passati cinque minuti e il risultato come in precedenza è di zero a zero”.

Non c’è una singola partita nella quale il lapalissiano non dispensi qualche perla di saggezza. Per esempio: “Per i tifosi non esperti dico che il secondo tempo è qualcosa di assolutamente diverso dal primo”.

Se constata dei fatti, allora il tutto può risultare così: “È un infortunio grave non solo per i calciatori ma anche per le persone”. E per concludere la cronaca di un match triste e monotono può usare queste parole: “Il portiere del Porto è sceso in campo con il numero 99. È la cosa più interessante che si ricorderà di questa partita”.

Il commentatore secchione

Lui sa dove si trova la casa dov’è nato Lionel Messi (e ovviamente l’ha vista) e può spiegare perché Carlos Tévez è il Tyrion Lannister (personaggio della saga fantasy “Cronache del ghiaccio e del fuoco”) del calcio inglese. Recita il ruolo del ragazzo preparato che non parla certo a vanvera di statistiche o analisi tattica. Scherza con senso di misura e di norma trasforma anche le battute in interessanti considerazioni; in variazioni sul tema, come il commentatore Vladimir Stognienko: “Messi ormai non è una figura del calcio, ma un modello ideale di perfezione. Torni a casa dalla moglie, assaggi il borshch che ha preparato e puoi dirle come complimento: ‘Oggi è un borshch Messi’. Oppure, se è così così: ‘Oggi è un borshch Higuaín’”.

Il commentatore eccentrico

Non è importante come e cosa dica. Quello che conta per lui è stare davanti alla telecamera (o comunque avere il microfono aperto nella sua postazione). Questo tipo di telecronista calamita tutte le attenzioni su di sé e diventa oggetto di mille battute. Garanzia del successo è una carica di eccentricità. Ecco, per esempio, l’“uomo-cappello” Kirill Dementjev.

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