In surf in Kamchatka e in bicicletta in Siberia: quattro storie di sport estremi

Maksim Kharchenko
Avreste mai il coraggio di avventurarvi a piedi, da soli, per un mese nella tundra? O di sciare lungo tutta la penisola della Kamchatka? O di attraversare la Russia in bici dal Mar Glaciale Artico fino al Pacifico? Questi ragazzi lo hanno fatto e sono sopravvissuti per raccontarlo

Maksim Karchenko: mille chilometri su una tavola di stand-up paddle

Un uomo, la sua tavola da stand-up puddle e l’oceano. Maksim ha definito la sua impresa la “Grande Spedizione in Stand-up puddle del Litorale (in russo, Primorje)”: ha pagaiato per 70 giorni dal villaggio di Posyet, nel Territorio di Khabarovsk, fino al villaggio di Samarga, nel Territorio del Litorale. È incredibile pensare che sia riuscito a portare a termine un viaggio simile muovendosi con un mezzo galleggiante così piccolo, in un ambiente ostile. “Ci ho messo un anno per prepararmi psicologicamente al viaggio”, ha spiegato.

“Quando il mare cominciava a essere mosso, recitavo una preghiera che mi aveva insegnato mia madre. Mi ha dato determinazione e forza”, ha raccontato a DV Land

Spesso gli capitava di incontrare pescatori in barca e, sulla riva, i loro accampamenti. Ogni volta parlava con loro, faceva domande sulle previsioni del tempo e chiedeva dove si trovasse con esattezza. Tutti gli hanno offerto aiuto. Alcuni gli hanno anche dato zucchero e pan di zenzero.

Un giorno le onde lo hanno fatto sbattere contro le rocce, provocandogli una ferita alla mano. Ma lui, dopo essersi assicurato che non ci fosse niente di rotto, ha continuato a pagaiare: la tavola era diventata scivolosa a causa del suo sangue. Di tanto in tanto immergeva la mano nell’acqua salata nel tentativo di alleviare il dolore lancinante. 

Viktor Koshel: la tundra fatta a piedi

Viktor non ha avuto la possibilità di spostarsi con il surf, ma ha potuto contare sulle sue gambe e su uno zaino. Una volta, mentre lavorava insieme ad alcuni minatori di oro nel nord della Kamchatka, a 70 chilometri di distanza dal villaggio di Manuly, si è ritrovato, insieme ai suoi amici, a dover aspettare l’elicottero, l’unico mezzo di trasporto possibile in quell’area remota.

Questo lo ha fatto pensare. Sarebbe mai riuscito ad attraversare a piedi la penisola della Kamchatkca fino alla città di Petropavlosk-Kamchatskij? Aveva sempre desiderato scoprire come vivono i mandriani di renne. Allora si è deciso e ha cominciato camminare fino a un accampamento dove si radunano le renne, nella baia di Chemurnaut. Ha preso con sé dei cani ed è partito, rivolto verso la direzione in cui si trovava l’accampamento.

“Perlopiù ho mangiato cose che mi procuravo lungo la via da solo: pesci, bacche, funghi e pinoli. La strada era complicata e lunga: era impossibile portarsi dietro tanto cibo”, ha raccontato. “Per circa un mese ho camminato nella tundra tutto solo, senza vedere un’anima”.

Gli orsi, però, erano frequenti compagni di viaggio. Soprattutto da quando aveva iniziato a pescare, perché erano attratti dall’odore. I cani, non appena li sentivano nelle vicinanze, cominciavano ad abbaiare. Lui allora faceva un fischio speciale, il più forte possibile, per spaventarli.

Il viaggio, ammette, è stato pericoloso. Ma si è trattato di un tipo di stress positivo. “Non avevo con me il telefono satellitare, non c’era modo per collegarsi con il resto del mondo. Per cui, se mi fosse capitato qualcosa, nessuno sarebbe riuscito a trovarmi. Questo pensiero mi ha costretto a mantenere al massimo tutte le mie forze”. 

Nikita Strelnikov: ha percorso in bicicletta 12mila chilometri

I fratelli Strelnikov sono da sempre dei grandi appassionati di bicicletta. Spesso hanno portato a termine gare lunghe 80 o 100 chilometri. Ma stavolta hanno deciso di fare qualcosa di straordinario: sono partiti dalle sponde del mare di Barents dirigendosi verso le aree selvagge e disabitate della Jakuzia e della regione di Magadan

Come gesto simbolico, hanno preso dell’acqua dal Mar Glaciale Artico e, alla fine del viaggio, l’hanno versata nel Pacifico.

Nel corso dei quattro mesi e mezzo del viaggio hanno incontrato tutte le quattro stagioni. La sfida più grande che hanno dovuto affrontare è stata in Jacuzia, dove la temperatura scendeva da 16 a -4 gradi centigradi in un’ora. “Avevamo cominciato a scalare in bici una collina, sudando nelle nostre magliette. Poi all’improvviso ha cominciato a piovere. Arrivati sulla cima, stava perfino nevicando. Nessuno si aspettava una virata verso il freddo così improvvisa, era il 28 di agosto!”. A volte non incontravano insediamenti umani per almeno 300 o 400 chilometri. Come nutrimento, mangiavano carne secca e in scatola, insieme a latte condensato, portando con sé il cibo necessario per i successivi dieci giorni. Ogni giornata consumavano dalle seimila alle 10mila calorie, ma nel corso del viaggio hanno comunque perso 15 chili.

Più di ogni altra cosa, ricordano le persone che hanno incontrato e che hanno offerto loro aiuto. Uno ha proposto loro un passaggio in macchina, mentre un altro ha illuminato per loro la strada con i fanali nel mezzo di una tempesta di neve. 

Sergej Romanenkov, la Kamchatka fatta sugli sci

Come sempre in questi casi, tutto comincia con un’idea pazza. Sergej è il capo di un gruppo di escursionisti che ama andare in giro in fuoripista. Questa volta però, volevano fare qualcosa di incredibile.

In 33 giorni hanno percorso 670 chilometri, con una media di 20 chilometri al giorno. A volte uscivano dalla pista per finire sulla neve profonda, attraversando i fiumi coperti di ghiaccio. Hanno dovuto affrontare temperature sui -35 gradi centigradi, e tempeste di neve turbolente che impedivano loro di accamparsi. Ogni volta, spaventati dall’ipotesi di venire travolti da una valanga, dovevano continuare ad avanzare.

Spesso hanno avvistato orsi, appena svegliati dal loro letargo invernale. Non avevano fucili con sé, per cui li allontanavano gridando forte. Gli orsi scappavano.

“La Kamchatka ci ha sorpreso. Era così varia: ogni giorno scoprivamo nuovi panorami naturali”, ha raccontato Sergej. “Siamo partiti in mezzo ai vulcani. Poi è arrivata la taiga. Poi le montagne, i canyon, i laghi e la tundra. Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo. Ci siamo goduti anche le sorgenti naturali d’acqua calda, dove abbiamo fatto il bagno. Ci siamo scaldati e riposati”.

Voglia di storie estreme? Leggete lesperienza dello scienziato sovietico che visse in un branco di lupi per due anni. 

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