Rosneft e i rischi della privatizzazione

Operai in uno stabilimento di Rosneft a Nefteyugansk, in Siberia.

Operai in uno stabilimento di Rosneft a Nefteyugansk, in Siberia.

: Reuters
Per le banche europee, tra cui Intesa Sanpaolo, sarebbero insorti problemi a seguito della transazione, avvenuta nel 2016, e definita da alcuni esperti "non del tutto trasparente"

L’avvenimento economico di punta degli ultimi mesi è stato quello della privatizzazione di “Rosneft”. Il polverone di critiche sollevato dai giudizi degli analisti verso la fine dell’inverno in merito alla transazione non del tutto trasparente su questa privatizzazione è sembrato scemare. Ma all’inizio di febbraio vi è stata una svolta seguita da nuovi intrighi: la privatizzazione di Rosneft ha creato dei problemi alle banche europee.

Il fatto è che l’istituto di credito italiano Intesa Sanpaolo, che ha erogato al trader Glencore e al Fondo Investment Authority (Qia) un prestito di 5,2 miliardi di euro per l’acquisizione di una quota del colosso petrolifero russo, intende sindacare il prestito (vale a dire suddividerlo con altre banche). Tuttavia, ciò è possibile solo nel caso in cui la transazione risulti del tutto trasparente. Le banche, che condivideranno con Intesa i rischi del prestito, vogliono conoscere i beneficiari finali delle operazioni di privatizzazione.

Il principio in vigore presso le banche internazionali – know your customer – non consente alla maggior parte di esse di partecipare alla sindacalizzazione dei prestiti, a meno che Intesa non fornisca delle informazioni il più possibile esaustive. Tuttavia, le strutture finanziarie russe potrebbero forse supportare l’istituto italiano nei rischi di transazioni di prestito.

Qual è la sostanza degli intrighi?

L’economia russa dipende dai fatturati del petrolio ottenuti dall’esportazione. Inoltre, i nomi dei nuovi proprietari delle maggiori compagnie petrolifere, che raggiungono approssimativamente la quota di 1 milione di barili di petrolio degli 11 milioni estratti annualmente in Russia, sono ignoti ai più.

Perché lo Stato ha deciso di privatizzare Rosneft?

Lo Stato ha deciso di vendere il 19,5% delle azioni della società statale Rosneft allo scopo di rimpinguare il bilancio del Paese che versa in condizioni di deficit a causa del calo delle tariffe petrolifere – principale fonte delle entrate derivanti dalle esportazioni – e del rallentamento della crescita economica.

Il 7 dicembre 2016 Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, durante un incontro al Cremlino con il Presidente Putin, l’aveva informato della transazione in corso con il consorzio Glencore e il fondo sovrano Qia. Alla fine del 2016 Rosneft aveva concluso un duplice accordo di privatizzazione, acquisendo inizialmente dallo Stato il pacchetto azionario di controllo di Bashneft e vendendo il 19,5% delle proprie azioni. A detta di Sechin, in seguito alla privatizzazione, la società aveva trasferito al bilancio nel 2016 più di 3 trilioni di rubli (circa 50 miliardi di dollari).

Secondo il Presidente russo Vladimir Putin, si tratterebbe della maggior operazione di privatizzazione attuata nella storia della Russia e della più grande transazione nel mercato mondiale dell’energia alla fine del 2016.

Perché il processo di privatizzazione di Rosneft viene ritenuto poco trasparente da molti analisti?

In base all’inchiesta svolta dalla testata economica Rbc, non sarebbe possibile risalire attraverso fonti finanziarie ufficiali ai beneficiari finali della transazione. È noto che il possessore del 19,5% delle azioni di Rosneft è la società di Singapore Qhg Shares Pte che appartiene interamente alla britannica Qhg Investment e che controlla il fondo del Qatar e di Qhg Holding.

Quest’ultima è la cosiddetta “società madre” del consorzio di cui farebbero parte tre società: Glencore, Qia e anche la società offshore Qhg Cayman Limited, registrata alle Isole Cayman, che garantisce la massima riservatezza sui beneficiari e sui crediti d’imposta. Il ruolo che verrà sostenuto in futuro dalla società offshore Qhg Cayman Limited nell’accordo stipulato e nella futura gestione della compagnia non è chiaro.

La privatizzazione di Rosneft è stata una conseguenza dell’arresto del ministro dell’Economia russo?

Il 15 novembre 2016 il ministro per lo Sviluppo economico, Aleksej Ulyukaev, che aveva ottenuto dal governo russo l’incarico di gestire la privatizzazione di Rosneft, è stato arrestato. Secondo le fonti del canale televisivo russo Ren-Tv l’arresto sarebbe stato effettuato nell’ufficio di Rosneft. I dirigenti di Rosneft avrebbe accusato il ministro russo di corruzione per aver estorto delle tangenti per la privatizzazione di Bashneft.

I media russi avevano collegato l’arresto alla privatizzazione di Rosneft. Allo stesso modo i politologi Kirill Rogov, Aleksandr Kynev e Vladimir Milov, durante un programma andato in onda su Radio Svoboda avevano dibattuto la questione del conflitto che sarebbe emerso tra due diverse concezioni di privatizzazione: Ulyukaev avrebbe supportato la vendita dei beni a privati mediante operazioni di mercato aperto, mentre Sechin avrebbe voluto avere la possibilità di concentrare tutto nelle proprie mani.

Secondo un’altra versione accreditata da Rosbalt, Ulyukaev avrebbe preteso del denaro per accelerare la conclusione della transazione da parte del ministero. Tuttavia, si tratta solo di mere ipotesi e l’inchiesta ufficiale sul caso Ulyukaev non si è ancora conclusa. Per il momento ciò che appare evidente è che nel corso del 2016 sembra essere emersa una lotta tra due clan in conflitto all’interno dell’élite politica russa.

Per utilizzare i materiali di Russia Beyond è obbligatorio indicare il link al pezzo originale