Rublo instabile, tutto quello che c’è da sapere

Il rublo cresce e diminuisce a seconda dell’andamento del petrolio. Fonte: Valerij Sharifulin/TASS

Il rublo cresce e diminuisce a seconda dell’andamento del petrolio. Fonte: Valerij Sharifulin/TASS

A cosa sono dovute le oscillazioni della divisa russa e chi ci guadagna? La situazione economica spiegata per punti

Il rublo sta attraversando un periodo alquanto difficile. Negli ultimi mesi ha perso quasi il 20% del proprio valore sul dollaro e sull’euro, per recuperarne poi il 10%. Non è la prima volta che si verificano oscillazioni così brusche. E la causa principale è da ricercare nella dipendenza dei prezzi del petrolio.

Fino a che punto il rublo dipende dal petrolio?

Spesso si sente dire che il rublo è strettamente legato ai prezzi del petrolio. Dopo che all’inizio di gennaio il prezzo del Brent è crollato a 27 dollari al barile, il rublo ha toccato un minimo storico su dollaro ed euro. Quando poi ha iniziato a girare voce di una possibile riunione dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) e della riduzione di un 5%  delle estrazioni, il prezzo del barile è salito a 35 dollari.

Il rublo cresce e diminuisce a seconda dell’andamento del petrolio. E il suo valore risulta totalmente legato al valore del greggio. Una dipendenza che continuerà a influenzare l’andamento dell’economia ancora a lungo: per cambiare le regole del gioco sarebbero necessarie delle riforme dell’economia russa. Secondo le previsioni di Sergej Khestanov, economista, saranno necessari almeno 15 anni. 

Un’alternativa potrebbe essere un forte controllo del cambio: uno scenario, però, che comporterebbe la comparsa del mercato nero. Ciò avviene già in Venezuela, per esempio, dove i cittadini possono ottenere dollari solamente andando all’estero e presentando un biglietto aereo. Nel Paese latinoamericano è quindi apparso un giro di biglietti aerei finti per poter cambiare la valuta. In più occasioni il Presidente Putin ha dichiarato che in Russia non ci saranno limitazioni per cambiare moneta.

Quando tutto ebbe inizio?

Nel 2014, quando i prezzi dei barili sono scesi sotto i 100 dollari, la Banca Centrale russa ha introdotto il cambio fluttuante del rublo. Fino a questo momento gli organismi statali controllavano il tipo di cambio e, se il rublo cadeva, la Banca Centrale iniziava a intervenire su vasta scala nel mercato, per esempio con la vendita di dollari.

Il risultato è stato che il rublo in un anno ha perso il 60% rispetto al dollaro e all’euro. I prezzi dei prodotti importati e dei biglietti aerei sono aumentati in maniera considerevole e oggi viaggiare all’estero risulta molto più caro. Tutto ciò ha anche comportato un aumento dell’inflazione. Secondo i dati del giornale Vedomosti, per esempio, l’aumento del 75% del prezzo delle patate russe è dovuto al costo dei prodotti importati, soprattutto dei semi e dei fertilizzanti. 

Fonte: Ekaterina Chipurenko

Chi ci guadagna?

Innanzitutto il bilancio federale, che, secondo cifre ufficiali, dipende fino al 60% dalle entrate derivanti dal petrolio. Tutte le spese e i guadagni vengono calcolati in rubli, perciò la svalutazione della divisa russa può compensare, fino a un certo punto, la caduta del prezzo del greggio.

Cosa può fare la Banca Centrale?

In qualsiasi Paese la Banca Centrale può far aumentare o diminuire le tasse, così come il costo del denaro, un termine di riferimento imprescindibile per gli istituti di credito privati. Alla fine del 2014, nel giorno del Martedì Nero, quando si è verificato il peggior crollo della divisa russa, la Banca Centrale ha fatto crescere gli interessi fino al 17%, con l’obiettivo di bloccare l’erogazione di crediti nel Paese.

Un alto tasso di interesse protegge l’economia affinché non si “surriscaldi”, ma impedisce alle aziende di ottenere crediti per continuare a svilupparsi.

 

Durante la crisi del 2008 Aleksej Kudrin, ex ministro delle Finanze, aveva più volte dichiarato che era necessario alzare i tassi di interesse al 30%. Lo scorso agosto la Banca Centrale li ha ridotti all’11%. Se confrontati con altri Paesi risultato comunque molto elevati: in Unione Europea sono pari allo 0,25-0,5%, mentre negli Stati Uniti allo 0,05%.

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