Nathan Farb arriva a Novosibirsk nel 1977 nell’ambito di un progetto di scambi culturali. Oltre a Farb, nella delegazione c’erano altri fotografi. Per quasi due mesi l’americano avrebbe lavorato alla mostra fotografica statunitense, allestita nella città siberiana, fotografando i visitatori con una Polaroid.
Gli accordi erano che le foto dovessero essere consegnate soltanto a chi veniva immortalato (avendo una fotocamera istantanea, Farb lo faceva praticamente subito). Tuttavia, a un certo punto, l’americano decide di “violare” gli accordi. Sebbene lui e tutti gli americani della delegazione, fossero strettamente sorvegliati dal KGB, il fotografo corre il rischio e spedisce tutti i negativi a casa con la posta diplomatica.
“Volevo semplicemente portare fuori qualcosa di reale. Mi è difficile trovare un’altra parola. Semplicemente reale, senza propaganda e senza politica,” avrebbe raccontato in seguito.
La sua idea si rivelò buona: le fotografie dei siberiani erano molto naturali, non ritoccate in alcun modo dalla propaganda. Per gli americani fu come scoprire un nuovo mondo: videro finalmente che i sovietici non erano esseri cupi, rabbiosi e folli, ma assomigliavano agli occidentali. Ed erano anche molto eleganti.
Questo progetto “semisegreto” era stato battezzato dal fotografo “The Russians”. Le foto, inizialmente pubblicate dal New York Times, sarebbero poi uscite in un libro, consacrando la fama di Nathan Farb.
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