Bianco su bianco: la diafana arte di Vladimir Weisberg, il Morandi russo

Igor Palmin/Fondazione IN ARTIBUS
Non fu mai accettato da nessuna accademia e finì persino in manicomio, ma divenne uno dei maestri indiscussi dell’arte non ufficiale sovietica. La sua rivoluzione consistette nel capire che il colore lo ostacolava soltanto; che gli era diventato persino disgustoso

Ogni giovedì il giovane Vladimir Weisberg (1924-1985), un po’ nervoso, come avrebbero ricordato i suoi contemporanei, faceva cigolare il parquet della galleria d’arte di Mosca. All’accademia non lo avevano preso e a dipingere aveva imparato un po’ qua e un po’ là, e di fatto da autodidatta, proprio come il suo adorato Paul Cézanne. Dopo aver provato diversi stili, prendendo spunto dal lavoro di altri, inventò una tecnica tutta sua e diventò uno dei più famosi pittori dell’“arte non ufficiale” sovietica. 

Il manicomio e il cavalletto da pittore

La gioventù di Weisberg fu tormentata: mentre la Spagna era dilaniata dalla guerra civile cercò di fuggire dall’Urss per raggiungere la Penisola iberica e combattere a fianco dei repubblicani contro Franco. Ma lo beccarono già al posto di Odessa, dove progettava di imbarcarsi e lo internarono nell’ospedale psichiatrico di Mosca.

Bramava anche di arrivare a combattere al fronte nel corso della Seconda guerra mondiale. Ma, come ha scritto il suo amico, il pittore Valentin Vorobjоv, “il giovane squilibrato venne dichiarato inadatto alla guerra e fu inviato a scavare fossati anticarro”. Weisberg fu di nuovo sfortunato: rimase ferito durante un bombardamento, le sue condizioni mentali si deteriorano ulteriormente e fu di nuovo spedito in manicomio. 

Nel 1942 “emaciato e depresso” (sono ancora parole di Vorobjov) il giovane si iscrisse a dei corsi di disegno. In tempo di guerra continuavano a essere tenuti e “alcune decine di fanatici intirizziti dal freddo se ne stavano lì a fare schizzi di sfere, cubi, coni…”. 

La ricerca della propria strada 

Dopo la guerra, Weisberg cercò di farsi ammettere all’Istituto d’arte “V.I. Surikov”, ma, ancora una volta, non fu preso. Davanti aveva lunghi anni di peregrinazioni tra gli atelier di vari pittori moscoviti “non ufficiali”. Imparò da solo la tecnica e ebbe sempre uno sguardo critico sui suoi lavori. 

Era solito starsene seduto per ore, fino alle vertigini, davanti alla nuova opera: per lui era di grande importanza ogni singolo millimetro. E a un certo punto comprese che il colore lo ostacolava soltanto, che “gli era diventato fisiologicamente disgustoso”. In alcune opere, dunque, lo rifiutò, ed ecco sorgere il suo celebre “bianco su bianco”: nulla di superfluo, solo il trionfo di sagome e spazi nebulosi. 

In alcune opere, con grande disappunto dell’artista, il colore era necessario. “Dentro di me ho un senso di verità, e non posso non usare a volte il colore. In questo consiste la mia continua lotta interiore”, disse in un’intervista alla storica dell’arte Ksenia Muratova.

I critici e gli specialisti trattarono con alterigia il primo “bianco su bianco” del 1963, come se il bianco Weisberg lo avesse rubato all’italiano Giorgio Morandi (1890-1964). Ma è molto probabile che Weisberg non avesse mai visto i lavori del pittore bolognese. Come scrive Vorobjov “ad ammirare il nuovo periodo ‘bianco’ di Weisberg si precipitò tutta Mosca”. 

Il raggiungimento della fama mondiale

Pur maestro dell’arte “non ufficiale”, che mai aveva dipinto nello stile del realismo socialista, con le sue felici kolchoziane e i nerboruti operai, alla fine degli anni Sessanta Weisberg divenne membro dell’Unione dei pittori dell’Urss. Avere quel tesserino in tasca permetteva di vivere e di poter ottenere anche lavori commissionati dallo Stato. Inoltre, proprio lui che non era mai stato ammesso all’accademia, divenne un insegnante di disegno. 

La prima grande mostra personale il pittore la ebbe non nella natia Mosca ma… a Parigi! Ma la consacrazione del sui successo Weisberg se la perse: era il 1984 e ottenere un visto di uscita dall’Urss era ancora cosa complicata. Come scrive Vorobjov, il maestro aveva paura di provocazioni da parte delle autorità e non aveva intenzione di sottoporsi ai controlli e ai colloqui snervanti con il Kgb. 

La sua prima mostra personale all’interno dei confini dell’Urss fu organizzata solo nel 1988, ma il pittore era già morto. Se ne andò il 1º gennaio del 1985, mentre – e come poteva essere diversamente? – Mosca era coperta da una gran nevicata; ed era tanto simile a un suo quadro “bianco su bianco”.

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