Le quattro principali conclusioni filosofiche dei russi

V. Lauffert, Vasilij Perov
Da secoli in Russia si cerca una risposta alle grandi domande fondamentali sul senso della vita. Ecco i risultati di queste riflessioni

1. “Noi non siamo né occidentali né orientali, siamo un popolo a parte”

A questa conclusione giunse un buon amico di Aleksandr Pushkin, e membro di punta della massoneria russa, Pjotr Chaadaev (1794-1856). A dirla tutta, proprio per questo, su ordine personale di Nicola I, fu dichiarato clinicamente pazzo. Da lì in poi, tutti i giorni, dal filosofo si presentò un medico per visitarlo. Chaadaev rimase un anno agli arresti domiciliari, e in seguito, dopo la fine della pena, gli fu proibito di scrivere.

Ma l’idea della eccezionalità russa si dimostrò di gran lunga più longeva e fortunata. Chaadaev la tirava fuori da un contesto negativo: criticava la Russia e riteneva che che il Paese esistesse solo per “dare al mondo una lezione importante”. Ma ben presto emersero filosofi e ideologi che considerarono l’eccezionalità russa come una grande missione. La Russia, pensavano, ha un sua propria via, e rappresenta una civiltà unica.

In un modo o nell’altro, l’idea della via russa, apparsa nel 1836, aveva davanti un futuro secolare. E ancora adesso è popolarissima.

2. “Il male non si può sconfiggere con la violenza”

Lev Tolstoj (1828-1910), uno dei più famosi scrittori al mondo, si dedicò anche a questioni filosofiche. Per le sue visioni oggi lo diremmo un pacifista: riteneva che solo l’amore possa salvare il mondo e che in nessun caso il male possa essere vinto rispondendogli con il male. E se non fosse stato per le pericolose conseguenze di tutti questi sermoni sull’amore universale, nessuno avrebbe prestato loro attenzione.

Ma le cose presero una piega rischiosa. Tolstoj iniziò a negare l’idea di Stato, ritenendo che qualsiasi forma di potere sia un male. Era contrario alla violenza e propugnava metodi non violenti di soppressione dello Stato: tramite il rifiuto di svolgere ogni tipo di dovere imposto, con l’obiezione. Allo stesso tempo non accettava il cristianesimo nella forma ufficiale della Chiesa Ortodossa russa. Fondò una sua “vera religione” e diffuse materiali che spiegavano le sue basi. Per questo fu scomunicato dalla Chiesa ufficiale.

Ma le sue convinzioni ottennero un vasto numero di seguaci nelle masse popolari. Diverse persone iniziarono a rifiutarsi di svolgere il servizio militare e a distruggere le armi. Altri iniziarono a vivere in comuni agricole. Ma quasi tutti furono attesi dallo stesso destino: una dura repressione.

3. “Ci sono due eterne domande russe: ‘Di chi è la colpa?’ e ‘Che fare?’”

Alcune conclusioni dei filosofi russi consistevano nel porre domande fondamentali. Come, per esempio, queste due: “Di chi è la colpa?” e “Che fare?”. La prima la scelse come titolo di una sua opera il filosofo Aleksandr Herzen (1812-1870), la seconda Nikolaj Chernyshevskij (1828-1889).

Chernyshevskij cercò almeno di dare una risposta, anche se è rimasto alla storia solo come autore della domanda, mentre Herzen non si sforzò neppure di provare a rispondere. Paradossalmente, questo risultò sufficiente a descrivere la mentalità dei russi: per loro la ricerca della risposta alle grandi domande “eterne” è più importante di ogni questione concreta e spicciola. Anche se la risposta non può essere trovata.

Ripercorse i passi di Chernyshevskij anche Lenin. Amava il romanzo dello scrittore ottocentesco e dette la sua risposta: bisogna fare la rivoluzione. Il suo “Che fare?”, scritto nel 1902, venne stampato in milioni di copie durante il periodo sovietico, ma con il tempo anche quella risposta si è rivelata non corretta.

4. “L’uomo ha bisogno non di felicità ma di sofferenza”

Fjodor Dostoevskij (1821-1881) non scansò nessuna sofferenza. Soffriva di epilessia, era povero, solo, fu condannato alla fucilazione e, graziato all’ultimo, mandato ai lavori forzati. Ironia della sorte, proprio lui divenne il maggior propagandista della sofferenza come mezzo di salvezza per l’anima umana.

Dostoevskij non credeva nella rivoluzione. Riteneva che il male non sia insito nell’organizzazione statale ma nella natura umana. “L’uomo”, pensava lui, “è un mistero che non bisogna decifrare”. Arrivò alla conclusione che l’uomo non sia un essere razionale che deve cercare la felicità, ma una creatura irrazionale, destinato fin dalla nascita a soffrire. E solo quando capisce questo, si avvicina a Dio e si purifica. Così, per esempio, dice Raskolnikov in “Delitto e Castigo”: Gli uomini davvero grandi, credo, debbono provare su questa Terra una grande tristezza”.

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