Come sarebbero i bestseller dei nostri giorni se li avesse scritti Lev Tolstoj?

Il 9 settembre si festeggiano i 190 anni dalla nascita del grande autore russo, e noi abbiamo deciso di giocare con le sue opere

“Guerra e pace” con i personaggi di “Harry Potter”

Sul campo da Quidditch, nello stesso punto dov’era caduto con la scopa in mano, giaceva Harry; perdeva sangue e, senza averne coscienza, si lamentava con un gemito fioco, querulo e infantile.


“Dov’è quel cielo così alto che io finora non conoscevo e che ho veduto poco fa?”, fu il suo primo pensiero. “E anche questa sofferenza non la conoscevo”, pensò. “Sì, finora non sapevo niente, niente. Ma dove sono?”


Si mise in ascolto. Udì uno scalpitare di ippogrifi che si avvicinavano e il suono di voci. Spalancò gli occhi. Sopra di lui c’era lo stesso alto cielo con le nuvole che fluttuavano e si erano levate ancora più in alto, in mezzo alle quali si scorgeva l’immensità dell’azzurro. Quelli che erano venuti al galoppo erano Albus Silente e Rubeus Hagrid. Percorrendo il campo da Quidditch, Albus Silente dava le ultime disposizioni per togliere la pluffa e i manici di scopa da terra.


“Tutta colpa di Lord Voldemort”, disse Albus Silente guardando Harry.
Harry comprese che si parlava di lui e che colui che parlava era Albus Silente. Aveva udito chiamare preside l’uomo che pronunciava queste parole. Ma le aveva udite come si ode il ronzio di una mosca: non soltanto non lo interessavano, ma nemmeno vi prestò attenzione e le dimenticò subito.


La testa gli scoppiava; sentiva di perdere sangue e vedeva sopra di sé il cielo, lontano, alto ed eterno. Sapeva che quell’uomo era Albus Silente, il suo eroe, ma in quel momento Albus Silente gli sembrava un uomo meschino e insignificante in confronto a ciò che accadeva fra la sua anima e quell’alto cielo sconfinato sparso di nuvole fuggenti. In quel momento gli era del tutto indifferente chi gli stava dinanzi, chi parlava di lui; ma era contento che davanti a lui si fossero fermati degli uomini e desiderava soltanto che quegli uomini lo aiutassero e lo restituissero alla vita, che gli sembrava così bella, perché adesso la comprendeva in modo così diverso. Raccolse tutte le sue forze per muoversi ed emettere qualche suono. Fece un debole movimento con una gamba ed emise un gemito fioco e doloroso che impietosì lui per primo.
“Ah! è vivo”, disse Albus Silente. “Sollevate questo giovane, e trasportatelo all’Ospedale San Mungo!”

***

“Anna Karenina” con i personaggi di “Uomini che odiano le donne”

Mikael Blomkvist non aspettò che la sua donna, Erika Berger, si avvicinasse: appena la vide, col suo passo leggero e fermo le andò incontro. Lisbeth Salander fu colpita dalla grazia con cui, cingendole il collo con le braccia, strinse a sé Erika e la baciò.


“È vero che è molto graziosa?”, disse Mikael a Erika a proposito di Lisbeth. “Abbiamo discorso per tutto il viaggio”.
“Addio mia piccola amica, disse Blomkvist a Lisbeth. Lasciatemi baciare il vostro bel visino. Ve lo dico semplicemente, come un padre, che mi sono innamorato di voi”.
Per quanto banale fosse questa frase, Lisbeth ci credette e ne fu contenta. Arrossì, si chinò, prestò il suo volto alle labbra di Mikael.
“È molto carina”, disse Erika.


Lisbeth li seguì con lo sguardo finché poté vedere la graziosa figura di Mikael, e il sorriso le rimase sulle labbra. Vide come cominciava a parlare animatamente di qualcosa che certo non si riferiva a lei e la cosa le fece dispetto.

***

“Anna Karenina” con i personaggi de “Il Signore degli Anelli”

Dopo la colazione, Bilbo Baggins si rimise a falciare l’erba. Il vecchio Gandalf, dritto dritto, andava avanti, facendo grandi passi con le gambe arcuate e falciando con un gesto eguale che pareva non costargli fatica, quasi che la falce lavorasse da sola.


Dietro a Bilbo veniva il giovane Frodo, col giovane simpatico viso incorniciato dai capelli che erano tenuti fermi da una treccia d’erba fresca, e gli si vedeva nella faccia lo sforzo che faceva falciando: ma appena lo guardavano si metteva a sorridere. Si vedeva che avrebbe voluto piuttosto morire che confessare che durava troppa fatica.


Nel forte della calura il lavoro parve meno penoso a Bilbo. Il sudore stesso lo rinfrescava e il sole che gli bruciava la schiena, la testa e il braccio che aveva la manica rimboccata fino al gomito, gli dava vigore a perseverare nel lavoro: sempre più spesso provava quei momenti di incoscienza nei quali non pensi a quel che stai facendo. Erano momenti di gioia.


Bilbo non si accorgeva di come passasse il tempo. Se gli avessero chiesto da quanto tempo falciava avrebbe risposto: da una mezz’ora, e invece era già tempo di andare a desinare.
“Su Bilbo, è ora di pranzare!”, disse Gandalf risolutamente. L’hobbit si sedette con gli gnomi all’ombra, e per la prima volta nella sua vita non voleva tornarsene alla Contea. Da un pezzo già gli gnomi avevan perduto ogni timidezza davanti al mago.


“Eccoti, Bilbo, la mia tjurka (un miscuglio di pane, acqua e sale, ndr) disse Gandalf mettendosi in ginocchio davanti alla scodella. La tjurka era così gustosa che Bilbo del tutto perse la voglia di andare a desinare a casa. Stette lì col vecchio e mangiò con lui discorrendo, e tutte le preoccupazioni sulla spedizione alla Montagna Solitaria e sul Drago Smaug ora sembravano poco importanti. Egli si sentiva più vicino a quel vecchio che a suo fratello, e sorrideva involontariamente per la tenerezza che provava verso di lui.

***

“Cinquanta sfumature di grigio” con i personaggi di “Guerra e pace”

“Mr Kuragin è pronto a riceverla, Miss Rostova. Si accomodi”, dice la Bionda Numero Due. Mi alzo, cercando di dominare l’agitazione. Prendo il manicotto di pelliccia, abbandono il bicchiere d’acqua e mi dirigo verso la porta socchiusa. Apro la porta e inciampo. Cado lunga distesa.


“Merda… Imbranata che non sono altro!” Mi ritrovo carponi mentre due mani premurose mi aiutano a rialzarmi. Sono così imbarazzata, maledetta la mia goffaggine! Devo farmi forza per alzare lo sguardo. Porca miseria… è giovanissimo.
Quando sono di nuovo in piedi, lui mi porge una mano dalle dita affusolate. “Sono il Principe Kuragin. Va tutto bene? Vuole sedersi?”


Giovanissimo… e bello, bello da morire. È alto, indossa un elegante completo grigio, una camicia bianca, una cravatta nera, ha una ribelle chioma biondo rame scuro e intensi, luminosi occhi grigi che mi scrutano con attenzione. Ci metto qualche istante a trovare la voce.


Stordita, avvicino la mia mano alla sua e gliela stringo. Quando le nostre dita si toccano, sento una strana, inebriante scossa. Ritiro subito la mano, imbarazzata. Dev’essere l’elettricità statica. Sbatto in fretta le palpebre, a ritmo con il battito del mio cuore.
“Mio fratello Nikolaj è indisposto, quindi ha mandato me. Spero che non le dispiaccia, Principe Kuragin”
“E lei è…?” Il tono è affabile, forse divertito, ma è difficile dirlo dalla sua espressione impassibile.
Sembra blandamente interessato, ma soprattutto educato.
“Natasha Rostova”
“Capisco”, dice lui semplicemente. Mi pare di scorgere sul suo volto l’ombra di un sorriso, ma non ci giurerei.
“Vuole accomodarsi?”. Indica un divano a L di pelle bianca.
“Bene.” Deglutisco nervosamente. “Avrei alcune domande da farle, Principe Kuragin.”
“Lo avevo intuito”, dice, senza battere ciglio. Mi sta prendendo in giro. L’idea mi fa avvampare, dunque raddrizzo la schiena e le spalle nello sforzo di sembrare più alta e autorevole.
“Lei è molto giovane per ricoprire un simile ruolo nell’esercito di Kutuzov. A che cosa deve il suo successo?” Lo guardo: ha un sorriso tranquillo, ma sembra vagamente seccato.


“Il mondo militare ruota intorno alle persone, Miss Rostova, e io sono molto bravo a giudicarle. So come agiscono, che cosa le fa crescere e che cosa no, che cosa le stimola e come incentivarle. Mi avvalgo di una squadra eccezionale, che ricompenso bene.” Fa una pausa e mi fissa con i suoi occhi grigi. “Sono convinto che, per raggiungere il successo in qualsiasi settore, si debba diventare padroni di quel settore, conoscerlo da ogni punto di vista, nei minimi dettagli. Io lavoro sodo, molto sodo, per riuscirci. Prendo decisioni basate sulla logica e sui fatti. Ho un istinto naturale che mi porta a individuare e a far crescere un’idea buona e solida con bravi soldati. La morale è che è sempre una questione di gente valida.”


“Forse ha solo avuto fortuna.” La battuta non è sulla lista di mio fratello Nikolaj, ma il personaggio è troppo arrogante. Lui sbarra gli occhi, sorpreso.
“Non mi sottometto alla fortuna o al caso, miss Rostova. Più mi impegno nel lavoro più sembro fortunato. È questione di avere le persone giuste nella propria armata e di saperne guidare le energie al meglio. Mi pare che sia stato Napoleone a dire: ‘La crescita e lo sviluppo delle persone è la vocazione più nobile della leadership’.”
“Lei sembra un dittatore.” Le parole mi escono di bocca prima che riesca a fermarle.
“Oh sì, io esercito il controllo su tutto, Miss Rostova”.

Che cosa avrebbe detto Tolstoj di Donald Trump? 

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