Renzo Piano: "Ecco come renderò Mosca una città più interessante e aperta"

L'architetto italiano Renzo Piano nel suo studio di Parigi, Francia

L'architetto italiano Renzo Piano nel suo studio di Parigi, Francia

Reuters
L’archistar lavorerà al progetto di riqualificazione di una vecchia centrale elettrica della capitale russa: “Sarà un luogo dove la gente potrà incontrarsi, sostare in biblioteca e andare al cinema. Diventando più consapevole dell’ambiente”

Lei ripete spesso che l’archittetura è politica e di recente è stato eletto senatore a vita nel parlamento italiano. Come le è venuto in mente di lavorare in Russia, tenuto conto del fatto che il suo avversario politico, Silvio Berlusconi, è amico personale del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin?

La mia carica di senatore non mi obbliga a occuparmi della battaglia politica, ho un ruolo indipendente. Mi interessa solo la mia sfera professionale e in essa il problema dello sviluppo delle periferie urbane. La parola “politica” deriva dalla parola “polis”. In questa accezione la politica è quindi l’arte di governare le città e nel caso di questo progetto noi lavoriamo per rendere Mosca una città più interessante e più aperta. Quanto a Silvio Berlusconi, la questione non mi interessa più di tanto.

Un italiano per il parco
Khodynka di Mosca

A quale tipo di società o a quale strato sociale si rivolge il suo progetto?

Trattandosi di uno spazio pubblico si rivolge a tutti, senza distinzione. Nel mio lavoro sono partito proprio da qui fin dagli inizi, da quando lavoravo con Richard Rogers a Parigi. Volevamo che la bellezza e la cultura fossero alla portata di tutti. È per questo che abbiamo costruito il Centre Pompidou. Ormai sono vecchio, ma il mio lavoro continua a essere orientato verso questa finalità.

Fortunatamente, il progetto della Centrale Elettrica Ges-2 non riguarda solo una determinata classe sociale. Il suo scopo è diventare un luogo dove la gente possa incontrarsi, sostare in biblioteca, andare al cinema a vedere un film o ascoltare musica, diventando più consapevole dell’ambiente. Ciò che conta sono i valori civili delle città e simili progetti le arricchiscono, migliorando la qualità della vita delle persone.

Il progetto prevede uno spazio aperto, una sorta di “lanterna magica”, come lei l’ha definito, ma c’è anche un bosco, di fronte. Perché è necessario che vi sia un bosco di betulle?

Non si tratta di un bosco fitto, ma piuttosto di una metafora. Il bosco riempie e delimita uno spazio. La forma quadrata della superficie è un gesto semplice, ma forte. La stessa idea l’hanno avuta a New York quando hanno progettato il Central Park e hanno ritagliato un piccolo triangolo. Certe idee così semplici, alla fine, sono quelle che permangono a lungo.

È importante che il bosco sia di betulle perché in estate sarà verde, mentre d’inverno i suoi tronchi bianchi trasmetteranno la sensazione di una “fonte di luce” che s’irradia dall’edificio principale.

Quando ha capito che si sarebbe occupato di questo progetto e che non sarebbe stato più possibile tornare indietro?

In primo luogo il nostro studio desiderava costruire qualcosa a Mosca da tempo. Mosca è una città con una grande storia. E c’è poi un altro motivo. Per me, che ho una matrice culturale mediterranea, è importante pensare di poter costruire sull’acqua, tra il fiume Moscova e il canale. In terzo luogo creare dei luoghi per la gente nelle città è il nostro lavoro. E infine il nostro committente, Leonid Mikhelson, è un uomo davvero speciale. Tutti questi fattori insieme rendono la Ges-2 uno dei progetti più interessanti del nostro studio. Attualmente stiamo lavorando a 12 progetti nei nostri tre studi di New York, Genova e Parigi.

Sarebbe bello vivere in una città dove si realizzano questi progetti, ma sembra quasi irreale…

Quando io e Richard Rogers abbiamo partecipato al concorso per il Centre Pompidou condividevamo la stessa preoccupazione. Ma poi ci siamo tranquillizzati e abbiamo deciso di fare qualcosa di straordinario. Abbiamo vinto e questo significa che i miracoli esistono. Nel nostro studio abbiamo una regola: non arrendersi mai.

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