Castellucci: "Il mio lavoro tra Stanislavsky e Meyerkhold"

Vladimir Viatkine / RIA Novosti
A Mosca per portare in scena lo spettacolo “Uso umano di esseri umani”, il regista racconta il suo rapporto con la Russia: “Qui il teatro è una forma d’arte talmente sentita che mi sento tremare”

Il regista Romeo Castellucci, celebre esponente dell’avanguardia teatrale italiana, ha debuttato per la prima volta in Russia con un suo spettacolo. Al Teatro elettrico Stanislavsky di Mosca ha messo in scena "Uso umano di esseri umani" ispirato alla leggenda biblica della resurrezione di Lazzaro. Alla vigilia della prima il regista racconta il suo lavoro a Mosca.

Alcuni registi europei rifiutano oggi di venire in Russia per dimostrare il loro dissenso verso la politica del presidente Vladimir Putin. Che cosa pensa di questa strategia di boicottaggio?

La trovo insensata. Il teatro e l'arte in generale veicolano il pensiero e il pensiero non ha confini. Quando ho lavorato in Israele ricevevo delle lettere in cui mi esortavano a non partire e lo stesso è accaduto per l’Iran. Quando sono venuto in Russia l’anno scorso, molti hanno smesso di frequentarmi. Ma non me ne importa. Perdipiù ritengo che se un artista non condivide la linea politica di uno Stato, ha il dovere di andare in quello Stato a esprimere il suo dissenso attraverso il suo lavoro, i suoi spettacoli.

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Che impressione le fa lavorare a Mosca?

In Russia il teatro è una forma d’arte talmente sentita che ogni volta venendo qui mi sento tremare. Io e Boris Yukhananov, direttore artistico del Teatro elettrico Stanislavsky, siamo amici di lunga data, il nostro è un legame che si è evoluto nel tempo sul piano filosofico e intellettuale, ci siamo sempre sentiti sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non appena ho cominciato a lavorare qui, ne ho compreso tutta la profondità.

Voglio essere del tutto sincero: mi trovavo bene in Russia anche prima quando portavo i miei spettacoli al Festival Solo, al Festival Cechov e al Festival “Territoriya”. Ma qui è un’altra faccenda, si tratta di un lavoro molto profondo, creato insieme agli attori russi.

Tra l’altro, è la prima volta nella mia esperienza che metto in scena uno spettacolo da me ideato con attori stranieri. Come regista ospite ho lavorato in altri teatri dove però mi commissionavano sempre un genere, un autore concreto, un’opera.

Questo spettacolo era già stato allestito in Italia, a Bologna. Che cosa è cambiato nella trasferta?

Lo spettacolo non cambia nella sostanza, cambia solo la sua forma esteriore, la geometria dello sguardo. Il paradosso di questo allestimento sta nel fatto che dobbiamo occultare nel polietilene la sconvolgente bellezza dello spazio teatrale. Sono grato al Teatro elettrico che ci è venuto incontro, dandoci la sua autorizzazione.

Che cosa ha imparato dagli attori russi?

Mi ha profondamente colpito la loro tenacia. Hanno dovuto dimenticare tutto ciò che avevano appreso. Mi sono accorto di quanto fosse difficile per loro concentrare tutte le energie e ricreare di nuovo ciò che volevo ottenere. In Russia tutti venerano Stanislavsky, ma qui c’è anche Meyerkhold. Il mio lavoro è a metà tra Stanislavsky e Meyerkhold.

Il Teatro elettrico Stanislavsky è un luogo unico. Nessuna compagnia teatrale di Mosca avrebbe osato tentare uno spettacolo così coraggioso. Il teatro russo in genere è molto conservatore, ma anche in Italia la situazione, per quanto ne so, non è molto diversa…

Sì, in Italia il teatro ufficiale è molto conservatore, ma devo sottolineare che il mio lavoro è stato apprezzato prima all’estero e poi in patria. Come si dice, nessuno è profeta in patria.

La vostra compagnia riceve qualche sovvenzione statale?

Riceve finanziamenti puramente simbolici, ridicoli, ci sostentiamo da soli. Il governo adesso sta cercando di tagliare il più possibile i fondi e di ridurre il numero di teatri sovvenzionati. Questo governo non crede assolutamente nel teatro, si limita a tollerarlo con un po’ di fastidio. Cercano di dimostrarci ogni volta che siamo inutili. E mi accorgo che oggi per i giovani partire da zero è assolutamente impossibile.

Negli ultimi tempi anche il teatro russo alternativo e d’avanguardia si trova in conflitto con il governo e la chiesa che ha cominciato a esprimere la sua disapprovazione per le rappresentazioni “non corrette” di immagini bibliche. Avrà sentito parlare dello scandalo del Tannhäuser andato in scena a Novosibirsk, dove l’opera è stata tolta dal cartellone e il direttore è stato licenziato…

Che mi dice! Non riesco a crederci. È un chiaro caso di censura, una ignominiosa mancanza di rispetto verso un artista, verso il teatro, ma soprattutto verso gli spettatori che sono considerati alla stregua di bambini per cui si decide che cosa è possibile vedere e cosa no.

Anche i suoi spettacoli hanno subito attacchi simili da parte della censura?

Sì, ma non da parte dello Stato, da parte di gruppi di estremisti fascisti. L’episodio più increscioso è avvenuto a Parigi dove abbiamo dovuto recitare lo spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio protetti della polizia. Perché ero stato minacciato e avevo ricevuto delle lettere che contenevano dei bossoli avvolti nelle pagine della Bibbia. Ma in Francia lo Stato mi ha preso sotto la sua protezione e lo stesso ministro della Cultura è venuto a teatro a vederci. In Italia nessuno ha mosso un dito per noi. L’Italia, non va dimenticato, è uno Stato cattolico crudele. Ma per quanto possa apparire paradossale, alcuni sacerdoti e teologi hanno elogiato e difeso il mio lavoro.

Tra l’altro, anch’io tra due due anni metterò in scena il Tannhäuser al Teatro dell’Opera Bavarese di Monaco con la direzione del maestro russo Kirill Petrenko.

Ha già delle idee su questo allestimento? 

No, non ci sto ancora pensando, ho altri lavori più urgenti. A Parigi metterò in scena l’opera incompiuta di Schönberg Mosè e Aronne. E ora sto lavorando a un’edizione rinnovata della mia Orestea, che quest’anno compirà 20 anni. Il Festival d’Automne mi ha chiesto di portare lo stesso allestimento, possibilmente con gli stessi attori. All’inizio avevo dei dubbi e mi chiedevo se valesse la pena entrare due volte nello stesso fiume, ma poi ho deciso che aveva senso. Spero davvero di poter portare lo spettacolo prima o poi anche a Mosca. Anche se non è semplice: in scena ci sono due cavalli, tre asini e sei bertucce.

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